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BIOARCHITETTURA
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Numero 48-49 di aprile-luglio 2006
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Il progetto ecologico
Fritjof Capra
Cominciamo col porci l’antichissima domanda: che cosa è la vita?
Qual è la differenza tra una roccia e una pianta, un animale o un
microrganismo? Per comprendere la natura della vita non è
sufficiente capire il DNA, le proteine e le altre strutture
molecolari che sono i componenti elementari degli organismi
viventi, poiché queste strutture esistono anche negli organismi
morti, per esempio in un pezzo di legno o di osso morto rinvenuto
nel giardino. La differenza tra un organismo vivente e un
organismo morto sta nel processo di base della vita, in ciò che
saggi e poeti in tutte le epoche hanno chiamato "Il Respiro della
Vita". Tradotto nel linguaggio scientifico moderno, questo
processo della vita viene chiamato "metabolismo". È il flusso
costante di energia e materia attraverso una rete di reazioni
chimiche, che permette a un organismo vivente di generarsi,
ripararsi e perpetuarsi. La comprensione del metabolismo include
almeno due aspetti fondamentali:
- il flusso continuo di energia e materia; tutti i sistemi viventi
hanno bisogno di energia e di nutrimento per sostenersi; e tutti i
sistemi viventi producono rifiuti; ciò fa parte del metabolismo.
Ma la vita si è evoluta in modo tale che gli organismi formano
comunità, gli ecosistemi, in cui i rifiuti di una specie servono
da alimento per un’altra, in modo che la materia circola
continuamente attraverso l’ecosistema;
- la rete di reazioni chimiche che trasforma gli alimenti e
costituisce la base biochimica di tutte le strutture, le funzioni
e i comportamenti biologici. In questo caso l’enfasi sta sul
termine "rete".
Una delle scoperte le più importanti della interpretazione
sistemica della vita è la concezione che la rete è lo schema di
organizzazione principale di tutti i sistemi viventi. Per esempio,
gli ecosistemi sono interpretati come reti alimentari (cioè, reti
di organismi); gli organismi come reti di cellule e le cellule
come reti di molecole. Ovunque vediamo la vita, vediamo reti
viventi. Allora diventa importante comprendere che queste reti
viventi non sono strutture materiali, come una rete per la pesca o
un a ragnatela. Sono reti funzionali, cioè reti di relazioni tra
vari processi. Per esempio in una cellula i processi sono reazioni
chimiche fra le sue molecole. In una rete alimentare di un
ecosistema, i processi sono processi alimentari, nei quali gli
organismi si divorano l’un l’altro. In una rete sociale, come
vedremo, i processi sono processi di comunicazione. In tutti
questi casi la rete non è materiale ma sempre uno schema di
relazioni. Esaminando queste reti viventi più da vicino, scopriamo
che la loro caratteristica principale è che generano continuamente
se stesse. In una cellula, per esempio, tutte le strutture
biologiche (proteine, enzimi, membrane, ecc.) sono prodotte,
riparate e rigenerate da una rete di processi chimici. In modo
simile, le cellule di un organismo policellulare sono
continuamente rigenerate e riciclate. Le reti viventi sempre
creano, o ricreano, se stesse trasformando o sostituendo i propri
componenti. In questa maniera lo schema fondamentale della rete
viene preservato al di là degli incessanti cambiamenti
strutturali.
Passiamo quindi dai sistemi biologici ai sistemi sociali. Anche la
vita nel campo sociale può essere considerata in termini di reti.
In questo caso non si tratta di processi chimici ma di processi
comunicativi: le reti viventi nelle comunità umane sono reti di
comunicazioni. Come le reti biologiche, anche quelle sociali
generano se stesse e la maggior parte delle cose che producono,
non sono materiali. Ogni comunicazione produce pensieri e
significati che a loro volta producono altre comunicazioni.
L’intera rete produce se stessa! La dimensione del significato è
cruciale per comprendere le reti sociali. Anche quando generano
strutture materiali (merci, manufatti oppure opere d’arte) queste
strutture sono molto diverse da quelle prodotte dalle reti
biologiche: generalmente hanno uno scopo, sono prodotte secondo un
certo progetto e racchiudono un certo significato. Man mano che le
comunicazioni si sviluppano in una rete sociale, formano cicli di
feedback che finiscono per produrre un sistema di credenze,
spiegazioni, e valori comuni, un comune orizzonte di significati
noto come cultura, continuamente alimentato da ulteriori
comunicazioni. Attraverso l’appartenenza a questa cultura i
singoli individui acquistano la propria identità di membri della
rete sociale e in questo modo la rete genera i propri confini.
Possiamo anche confrontare reti biologiche e reti sociali per
cercare somiglianze e differenze. Le reti biologiche operano nel
mondo materiale, le reti sociali operano nella dimensione del
significato. Tutte e due producono strutture materiali ma come
abbiamo visto le reti sociali producono anche le strutture
immateriali della cultura: valori, regole di condotta, una
conoscenza comune e così via. Ancora: i sistemi biologici si
scambiano molecole nelle reti di processi chimici; i sistemi
sociali si scambiano informazioni e idee nelle reti di
comunicazioni. Una rete biologica produce e sostiene un confine
materiale che le conferisce identità; una rete sociale produce e
sostiene un confine culturale che, in modo simile, dà identità al
sistema sociale: la comunità umana.
Due tipi di sviluppo
L’analisi di somiglianze e differenze fra reti biologiche e
sociali costituisce la parte centrale della sintesi di questa
interpretazione scientifica della vita in cui obiettivo non è solo
di offrire una visione unificata di vita, intelletto e società, ma
anche di sviluppare un approccio coerente e sistemico ai problemi
critici della nostra epoca. Mentre questo nuovo secolo si
dispiega, possiamo osservare due sviluppi che avranno un grande
impatto sul benessere e il modo di vivere dell’ umanità. Tutti e
due hanno a che fare con reti e con nuove tecnologie:
- l’ascesa di un nuovo capitalismo globale;
- la creazione di comunità sostenibili basate sulla pratica del
progetto ecologico.
Mentre nel capitalismo globale si tratta di reti elettroniche e di
flussi di denaro e informazioni, nel ecodesign si tratta di reti
ecologiche e di flussi di energia e materia. Lo scopo
dell’economia globale, nella sua forma presente, è di elevare al
massimo la ricchezza delle sue élites. Lo scopo dell’ecodesign è
di alzare al massimo la sostenibilità della rete della vita.
Approfondiamo un tantino questi due approcci. Durante gli ultimi
20 anni la rivoluzione informatica ha contribuito in modo
essenziale alla nascita di un nuovo tipo di capitalismo
profondamente diverso sia da quello formatosi durante la
rivoluzione industriale sia da quello emerso dopo la 2^ Guerra
mondiale. Esso è caratterizzato da tre aspetti fondamentali:
- è un sistema economico globale;
- le fonti principali della produttività sono innovazione, nuove
conoscenze e elaborazione rapida delle informazioni;
- è strutturato in gran parte attorno a reti di flussi finanziari.
Questo capitalismo globale viene chiamato anche "New Economy"
oppure "globalizzazione". Nella New Economy il capitale opera in
tempo reale muovendosi rapidamente da una attività economica
all’altra, in una continua ricerca globale per ottimizzare gli
investimenti. Il risultato è una sorta di casinò elettronico
globale che non segue alcuna logica classica del mercato: i
mercati vengono continuamente manipolati e trasformati da
strategie di investimento elaborate al computer, da percezioni
soggettive di influenti analisti, da eventi politici in qualsiasi
parte del mondo e, cosa più importante, da imprevedibili
turbolenze causate dalle complesse interazioni tra i flussi di
capitali in un sistema altamente non lineare. Si tratta di
turbolenze in gran parte incontrollabili, che negli anni recenti
hanno causato una serie di gravi crisi finanziarie. Volendo
valutare l’impatto della New Economy sul benessere umano dobbiamo
ammettere che, almeno sino a questo momento, si è dimostrato per
la maggior parte negativo. Una élite globale di speculatori
finanziari, imprenditori e professionisti tecnologici si è
certamente arricchita; al vertice della scala sociale si è
verificata una accumulazione di ricchezza senza precedenti.
Tuttavia, per la maggior parte dell’umanità gli impatti sociali ed
ecologici sono stati disastrosi, come risulta da ricerche ed
interventi di studiosi e leader di diverse comunità le cui analisi
dimostrano che la New Economy sta producendo una moltitudine di
conseguenze interconnesse - l’aumento della diseguaglianza sociale
e della esclusione sociale, il dissesto della democrazia, il
profondo deterioramento dell’ambiente naturale e infine un aumento
di povertà e alienazione. Il nuovo capitalismo globale ha
minacciato e distrutto diverse comunità locali in tutto il mondo
e, inseguendo una biotecnologia mal concepita, sta violando la
santità della vita, cercando di trasformare la diversità in
monocultura, l’ecologia in ingegneria e la vita stessa in un
prodotto commerciale.
È diventato sempre più chiaro che il capitalismo globale, nella
sua forma odierna, è insostenibile e occorre quindi ridisegnarlo
radicalmente. Per questo studiosi, leader di comunità e attivisti
di base di varie regioni del globo alzano le loro voci non solo
per affermare che vanno "cambiate le regole del gioco" ma anche
per suggerire modi concreti in cui sarebbe possibile farlo.
Naturalmente qualunque discussione su come cambiare le regole del
gioco deve partire dal riconoscimento che l’attuale forma di
globalizzazione economica è stata progettata e, come tale, può
essere rimodellata. Il cosìddetto "mercato globale" in realtà è
una rete di macchine, di computer programmati secondo la logica
fondamentale del capitalismo: far soldi. Si tratta, in questa
rete, di un obiettivo più importante della democrazia, dei diritti
umani, della tutela ambientale e di qualsiasi altro valore.
Cambiare le regole del gioco significa, per prima cosa, cambiare
questo principio fondamentale. Le stesse reti elettroniche che ora
conducono flussi finanziari potrebbero essere programmate secondo
valori differenti. Il problema allora non è la tecnologia, ma la
politica.
Nel corso delli ultimi anni, una coalizione globale si è raccolta
attorno ai valori della dignità umana e della sostenibilità
ecologica. Centinaia di queste organizzazioni si sono collegate
elettronicamente nel 1999, durante molti mesi, per coordinare
azioni di protesta al meeting di Seattle dell’Organizzazione
Mondiale per il Commercio. Questa "coalizione di Seattle" ha
raggiunto un grande successo facendo fallire questo summit e
facendo conoscere al mondo le proprie idee. Da allora il Movimento
per la Giustizia Globale, come si chiama oggi, ha organizzato non
soltanto altre azioni di protesta ma anche i cinque congressi del
Forum Sociale Mondiale in Brasile, India e Venezuela ove sono
state proposte nuove politiche di mercato e proposte specifiche,
concrete e radicali per ristrutturare le istituzioni finanziarie
globali. In questo Movimento per la giustizia globale possiamo
vedere un esempio di movimento politico caratteristico dell’era
informatica. Grazie a Internet le organizzazioni riescono a
lavorare assieme in rete, condividere informazioni e mobilitare i
propri membri con una rapidità senza precedenti. Di conseguenza le
nuove organizzazioni globali si sono imposte come attori politici
effettivi, indipendenti dalle tradizionali istituzioni nazionali e
internazionali. È l’emergere di una nuova società civile globale.
Collocando il discorso politico all’interno di una prospettiva
sistemica ed ecologica, abbiamo la società civile che confida in
una rete di studiosi, istituti di ricerca e centri di studio in
gran parte operanti al di fuori delle istituzioni, accademiche,
delle organizzazioni d’affari e dei centri governativi. Esistono
dozzine di istituzioni di ricerca e di studio in tutte le parti
del mondo che hanno come caratteristica il perseguire la loro
attività all’interno di un quadro esplicito di valori comuni.
Vi sono tre gruppi di problemi che appaiono come punti focali
accomunanti le più vaste e le più attive coalizioni di movimenti
di base:
- la sfida di rimodellare la globalizzazione economica
- l’opposizione agli alimenti trasgenici (cioè modificati
geneticamente) e la promozione di un’agricoltura sostenibile
- l’ecodesign, cioè lo sforzo di ridisegnare infrastrutture,
tecnologie e industrie in modo da renderle ecologicamente
sostenibili.
Formazione ecologica e Ecodesign
Oggi vige ancora molta confusione circa il significato di
sostenibilità, persino all’interno del movimento ambientalista.
Una comunità sostenibile viene definita solitamente come una
comunità capace a soddisfare i propri bisogni senza compromettere
le possibilità delle generazioni future. Si tratta di
un’importante esortazione morale che ci rammenta la responsabilità
di lasciare ai nostri figli e nipoti un mondo in cui possano
ritrovare le opportunità che noi abbiamo ereditato. Tuttavia
questa definizione non ci dice nulla su come costruire, in
concreto, una tale società sostenibile. Va dunque ricercata una
definizione operativa di sostenibilità ecologica. La chiave per
una tale definizione operativa è di comprendere il fatto che non
abbiamo bisogno di inventare dal nulla delle communità umane
sostenibili, in quanto possiamo modellarle sui ecosistemi naturali
che sono, appunto, delle communità sostenibili di piante, animali
e microorganismi. Dato che la caratteristica principale della
biosfera è la sua capacità di sostenere la vita, una comunità
umana sostenibile dev’essere disegnata in modo tale che i suoi
stili di vita, la sua economia e le sue tecnologie non
interferiscano con questa capacità della natura di sostenere la
vita. Si tratta di una definizione operativa perchè ímplica che il
primo passo verso il disegno di comunità sostenibili sia quello di
diventare "letterati sul piano ecologico". Cioè dobbiamo
comprendere i principi organizzativi che gli ecosistemi hanno
sviluppato nel corso dell’evoluzione per sostenere la rete della
vita. Nei prossimi decenni la sopravvivenza dell’umanità dipenderà
dalla nostra formazione ecologica, dalla nostra capacità di
comprendere i principi fondanmentali dell’ecologia e di vivere in
conformità. La formazione ecologica dovrà diventare una competenza
critica per i politici, i leader di imprese, i professionisti che
progettano. Dovrà inoltre anche diventare la parte più importante
dell’istruzione a tutti i livelli, dalle scuole all’università e
alla formazione dei professionisti. Si tratta di far comprendere i
fatti fondamentali della vita, per esempio che ciò che una specie
elimina è ciò di cui un’altra specie si nutre; che la materia
circola continuamente attraverso la rete della vita; che l’energia
che alimenta i cicli ecologici proviene dal sole; che la presenza
della diversità aumenta la capacità di recupero; che fin dal
proprio inizio, ossia più di tre miliardi anni fa, la vita non ha
preso possesso del pianeta con la lotta ma con la cooperazione. La
formazione ecologica è il primo passo sul cammino verso la
sostenibilità. Il secondo passo è l’ecodesign: dobbiamo applicare
le nostre conoscenze ecologiche alla fondamentale riprogettazione
delle nostre tecnologie e delle nostre istituzioni sociali così da
riempire la distanza che oggi separa la progettazione umana dai
sistemi sostenibili della natura.
Design, nel senso più ampio del termine, vuol dire formare flussi
di materia ed energia per scopi umani. L’ecodesign è un processo
in cui i nostri scopi umani vengono intessuti con gli schemi e i
flussi della natura. E così i princípi dell’ecodesign riflettono
quei principi organizzativi che la natura ha evoluto per sostenere
la rete della vita. Per praticare il design in questa maniera ci
vuole un cambiamento profondo nel nostro atteggiamento verso la
natura: invece di chiederci cosa possiamo estrarre dalla natura
dobbiamo interrogarci su cosa possiamo imparare da essa.
Negli ultimi anni c’è stato un drastico incremento nei progetti e
nelle pratiche del ecodesign, che sono oggi ben documentati.
Darò soltanto alcuni esempi.
Oggi vediamo un rinascimento globale dell’agricultura sostenibile
(o agro-ecologia); abbiamo raggruppamenti ecologici di industrie
tali che i rifiuti di una servono come risorse per un’altra; il
passaggio da un’economia orientata verso i prodotti a una di
servizi e di flussi, nella quale i materiali industriali e i
componenti tecnici circolano continuamente tra produttori e
consumatori; edifici chiamati "verdi" con interni confortevoli
senza impianti di condizionamento e che possono anche produrre
energia; macchine che utilizzano più tipi di energie e che
raggiungono livelli di efficienza pari a 25 km/litro di benzina.
Il passaggio a una società sostenibile include fondamentalmente
anche il passaggio dai combustibili fossili all’energia solare. La
scoperta del ruolo critico del carbone e delpetrolio nel
cambiamento climatico globale ha mostrato chiaramente che i
combustibili fossili non sono sostenibili. L’energia solare,
passaggio centrale di tutte le concezioni e strategie dell’ecodesign,
è il settore energetico che nell’ultimo decennio ha registrato il
tasso di crescita più elevato. Fino a pochi anni fa il problema di
produrre un combustibile liquido è stato il tallone d’Achille di
tutti gli scenari per il passaggio al solare; negli ultimi anni è
stato risolto di maniera brillante con lo sviluppo di efficienti
cellule a combustibile alimentate a idrogeno che promettono di
inaugurare una nuova era nella produzione dell’energia. Una
cellula a combustibile è un dispositivo elettrochimico che combina
l’idrogeno con l’ossígeno, producendo elettricità, acqua… e nient’alro!
Quindi se ottenuto con energia solare l’idrogeno è il combustibile
pulito per eccellenza. Attualmente la fonte più comune d’idrogeno
è il gas naturale ma a lungo termine il metodo più economico e più
pulito sarà la separazione dell’idrogeno dall’acqua con energia
solare o eolica. Quando questo metodo sarà messo a punto avremo
realizzato un sistema di produzione energetica veramente
sostenibile: si parte dall’acqua, si usa energia solare, si
produce elettricità e alla fine rimane di nuovo solo acqua.
Mentre in tutto il mondo diverse Compagnie sono in corsa per
giungere prime a produrre sistemi di cellule a combustibile per
uso domestico, il governo dell’Islanda ha lanciato un progetto di
alcuni milioni di dollari per creare la prima economia nazionale
basata sull’idrogeno. La completa transizione all’idrogeno
dovrebbe avvenire fra il 2030 ed il 2040.
Amory Lovins ed i suoi colleghi al Rocky Mountain Institute nel
loro libro Winning the Oil Endgame (“vincere il finale di partita
sul petrolio”) hanno fornito agli Stati Uniti una roadmap per
superare il petrolio in vent’anni senza alcun costo supplementare.
Prima o poi il commercio e i capi politici dovranno adottare
strategie del genere e quando accadrà persino il petrolio poco
costoso non sarà più competitivo e non varrà neanche più la pena
di estrarlo. Come dicono i miei amici nell’ecodesign “l’età della
pietra non è terminata perché non c’erano più pietre”. Allo stesso
modo l’età del petrolio non finirà perché avremo esaurito il
petrolio ma perché avremo sviluppato tecnologie superiori:
progetti a scala ridotta, molto diversificati, energeticamente
efficienti, non-inquinanti, orientati verso la comunità e con alta
intensità di lavoro. Le tecnologie ora disponibili rendono
evidente che la transizione verso un futuro sostenibile non è più
un problema tecnico e neppure un problema concettuale. È un
problema di valori e di volontà politica.
Dalla conferenza presso l’Università LUMSA, Roma 2006
Pensiero sistemico e pensiero meccanico
Vi è una concezione della vita, interpretazione sviluppata nella
scienza durante gli ultimi 25 anni, che si basa sulla tradizione
intellettuale conosciuta come "pensiero sistemico", che vuol dire
pensare in termini di relazioni, di schemi e di contesto, prestare
attenzione non soltanto alle quantità ma anche alle qualità,
coinvolgere non soltanto misure ma anche mappe. Questo tipo di
pensiero, emerso durante le prime décadi del XX, può anche essere
chiamato "pensiero ecologico". Il suo sviluppo può essere visto
come un elemento di quel rapporto fra le parti e l’intero, che è
stato un tema ricorrente nella scienza e in particolare nelle
scienze della vita. Dall’inizio della scienza occidentale,
ritroviamo sempre una specie di pendolo, oscillante fra un
approccio meccanicistico e uno olistico. Si tratta di una antica
dicotomia fra lo studio della materia (o sostanza, quantità,
struttura) e lo studio della forma (o ordine, qualità, schema). Ai
primordi della filosofia occidentale della natura, Pitagora
distingueva "il numero" (ossia lo schema) dalla sostanza (ossia la
materia). Associando le forme concrete a schemi numerici astratti,
Pitagora stabilì quel rapporto tra scienza e matematica che
diventerà più tardi, nel ‘600, la base della fisica classica.
Anche Aristotele distinse tra materia e forma, ma avendo un
approccio da biologo, sapeva che la forma vivente è più di una
configurazione statica di singoli componenti. La sua soluzione fu
di collegare materia e forma attraverso un processo di sviluppo.
In contrasto a Platone, il quale credeva in un mondo indipendente
di forme ideali, Aristotele ci insegna che la forma non ha
un’esistenza separata, ma è insita nella materia e realizza se
stessa attraverso un processo di sviluppo. La scienza dell’antica
Grecia non includeva esperimenti e quindi non può essere intesa
scienza come la consideriamo noi, caratterizzata dal metodo
empirico che comporta l’osservazione sistematica della natura, il
ragionamento e la matematica. Si tratta del metodo che definiamo
“scientifico” sviluppato per primo non da Galileo, come
generalmente ci dicono gli storici della scienza, ma da Leonardo
da Vinci nel ‘400, cioè cent’anni prima. Anche la scienza di
Galileo e di Newton si mostra differente da quella di Leonardo,
che è scienza di forme naturali, di schemi, di qualità. Le forme
di Leonardo sono forme viventi, continuamente modellate e
trasformate da processi di fondo. Egli usò la sua straordinaria
abilità nel disegno per dimostrare il suo modo di comprendere
queste forme viventi. I disegni di Leonardo sono opere d’arte e,
allo stesso tempo, servono come diagrammi - "dimostrazioni" come
scrisse - degli schemi e dei processi nel mondo vivente. La
rivoluzione scientifica portò nel ‘600 a una profonda
trasformazione concettuale nella visione del mondo, fino ad allora
considerato come un cosmo organico, vivente, spirituale e ora
concepito come sistema meccanico, composto di blocchi elementari.
Poi nel ‘700 il movimento romantico nella scienza e nell’arte -
rappresentato, per esempio, da William Blake in Inghilterra e
nello stessso periodo da Johann Wolfgang Goethe in Germania - si
oppose alla visione meccanicistica newtoniana e sviluppò una
concezione organica della vita molto simile a quella di Leonardo.
Le idee dei biologi romantici tedeschi portarono nel primo ‘800
alla nascita del pensiero evolutivo, culminate poi nella teoria
dell’evoluzione darwiniana. Durante la seconda metà dell’800, con
lo sviluppo della teoria cellulare e della microbiologia, che
collega strettamente la biologia alla fisica e alla chimica, il
pendolo tornò di nuovo all’approccio meccanicistico. Ma in
seguito, all’inizio del ‘900 assistiamo allo sviluppo del pensiero
sistemico in alcune discipline - la biologia organismica, la
gestalt (psicologia della forma) e l’ecologia - culminando nella
teoria generale dei sistemi e nella cibernetica. Per arrivare alla
metà del ‘900 allorchè il pensiero sistemico venne di nuovo
offuscato dallo sviluppo della biologia moleculare e della
genetica, che introdussero il nuovo predominio dell’approccio
meccanicistico. Infine, negli ultimi 25 anni, i biologi hanno
cominciato a cambiare prospettiva passando dall’idea dei geni come
blocchi elementari, all’idea delle reti genetiche. Durante questo
periodo, con lo sviluppo della teoria della complessità, la
visione sistemica ha raggiunto un nuovo livello. Si tratta di un
nuovo linguaggio matematico, formulato in termini di schemi e
processi, per descrivere le complesse dinamiche dei sistemi
viventi. È questa ultima fase del pensiero sistemico che viene di
seguito approfondita, seguendo l’impostazione del mio libro "La
scienza della vita", ove il pensiero sistemico e anche alcuni
concetti fondamentali della teoria della complessità vengono
utilizzati per sviluppare un modello concettuale che unífica tre
dimensioni della vita: la dimensione biologica, la dimensione
cognitiva e la dimensione sociale, estendendo quindi l’approccio
sistemico al campo sociale e culturale e applicandolo ad alcuni
dei principali problemi della nostra epoca.


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