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BIOARCHITETTURA
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Numero 48-49 di aprile-luglio 2006
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Sostituire o Conservare?
Wittfrida Mitterer
Con sempre maggiore frequenza sui media vengono posti
interrogativi relativi alla trasformazione del territorio;
parallelamente si costituiscono comitati civici pro oppure a
favore, si organizzano tavole rotonde per discutere se preferire
l’una o l’altra soluzione. Se fino a pochi anni or sono la
questione pareva pacifica (si sostituiva e basta) o per lo meno
ogni decisione cadeva in una ovattata indifferenza, oggi
l’attenzione e la voglia di partecipare alle decisioni che
riguardano la città ed il territorio è di sicuro maggiore.
Maggiore consapevolezza, un più alto livello culturale,
l’esperienza di come scelte azzardate si siano poi ritorte contro
gli abitanti, di come la progressiva perdita di riferimenti nel
tessuto urbano abbia impoverito tutti e arricchito solo alcuni?
Forse un po’ di tutto ciò, fatto sta che ogni occasione diventa
buona per interrogare la società e noi stessi: abbiamo il compito
di aggiornare i luoghi per renderli più funzionali e rispondenti
alle nuove esigenze oppure dobbiamo vivere in una sorta di debito
continuo riconoscendo al passato una supremazia che
inevitabilmente finisce per vincolare il presente? Detto in altre
parole: possiamo considerarci liberi di scegliere, volta per
volta, una immagine vecchia o nuova, una situazione proiettata in
avanti o romanticamente nostalgica, oppure dobbiamo sentire
costante in noi la spinta all’invenzione di qualcosa che porti
chiaro il segno della nostra contemporaneità; consapevoli in ciò
che ogni situazione, al momento del suo apparire, è stata nuova e
in qualche misura rivoluzionaria rispetto al suo intorno ed è
grazie a tale spirito indomito e volontà di scoperta che il
passato è in grado di raccontarci storie affascinanti di imprese
avvincenti e di sfide profondamente umane. Se non avessero osato,
se non fossero passati attraverso tentativi azzardati, se non
avessero trovato in sé e nella società l’energia per spingersi al
di là del banale, del consueto, del già visto, cosa sarebbe il
nostro presente? Insomma, dobbiamo comprimere e far convivere le
nostre esigenze all’interno di dimensioni e spazialità che non
appartengono né a noi né alle funzioni che ci servono oppure, come
nella storia è sempre stato, nessun fantasma può negarci il
diritto di agire, fare, fondare immagini e strutture rispondenti
al nostro bisogno ed al nostro sentire. Oppure dobbiamo ammettere
che quasi sempre la sostituzione ha peggiorato la situazione
precedente, che ogni abbattimento è stato uno strappo ai nostri
sentimenti ed ai nostri ricordi?
Insomma: come dobbiamo comportarci tutte le volte che si pone il
problema di scegliere tra nuovo e vecchio; quali parametri
assumere per decidere come e dove costruire un edificio che
vorremmo lì, in quel posto che è già occupato da un pezzo di
cronaca, magari recente, col quale siamo costretti a confrontarci.
Si trattasse di reperti storici, di monumenti singolari, di
distanze temporali consistenti, la situazione in qualche misura si
chiarirebbe; l’imbarazzo sorge invece in tutta la sua oscillazione
nei casi in cui l’opera di cui si discute è stata appena
consegnata dalle vicende umane alla sua inattualità e per questo
percepiamo ancora nell’aria e nei segni alcuni momenti nostri, o
di persone che conosciamo o che comunque ci hanno preceduto
passandoci il testimone. Troppo semplice affermare che bisogna
considerare caso per caso, che non esistono circostanze identiche
e quindi ogni congiuntura esprime solo ed esclusivamente se stessa
e come tale va affrontata confrontando vantaggi e debolezze,
perdite (anche e soprattutto culturali) e vantaggi sul piano
dell’economia, delle funzioni, delle rispondenze alle esigenze e,
perché no, anche della qualità come potrebbe accadere ad esempio
quando è il progetto di un riconosciuto maestro che va a
sostituire un gruppo di miserevoli casupole o una “normale” opera
realizzata qualche decennio prima. In queste circostanze ci
piacerebbe avere a disposizione una sorta di decalogo di
riferimento, un insieme di regole di base che ci aiutino a
decidere. Senza la presunzione di voler procedere a codifiche
sistematiche ma solo per portare un periferico contributo alla
discussione, per incentivare il dibattito e soprattutto nella
speranza di offrire spunto ad ulteriori e più fondati
approfondimenti e riflessioni, abbiamo provato a stendere alcuni
passaggi che ci paiono condivisibili. Soprattutto quando le scelte
fanno riferimento a scelte edilizie ed urbanistiche di competenza
pubblica.
Lá dove si interviene nel tessuto consolidato di paesi e cittá,
che ha giá assunto conformazione ed equilibrio, é necessario
intervenire adottando attenzioni e riguardi prudenziali;
chiedendosi anche se l’intervento non risulterebbe
complessivamente più efficace in una delle molte aree urbane che
chiedono riqualificazione.
Tra i principali obiettivi politici di una amministrazione vi é la
radicazione della popolazione nei luoghi; questo processo si
agevola privilegiando la permanenza e non la trasformazione.
Bisogna tendere a conservare manufatti, edifici, insiemi e luoghi
a cui la collettività attribuisce significato; questo riferimento
dovrebbe prevalere anche rispetto a valutazioni di tipo estetico,
architettonico, funzionale, razionale o organizzativo.
La qualità dello spazio non nasce mai come somma di elementi di
qualità ma come relazione tra le parti; ogni intervento che non si
rapporti in maniera prioritaria al suo intorno, costituisce
negativo elemento di rottura e di disequilibrio.
Un edificio che risponde in maniera prioritaria a esigenze
funzionali-organizzative intrinseche e che quindi può essere
collocato in un luogo generico, tendenzialmente non é inseribile
in una situazione già caratterizzata come insieme.
Le realizzazioni architettoniche più condivise e anche di maggiore
qualità in genere sono quelle in cui il nuovo ha saputo integrare
e convivere in maniera creativa con il vecchio; nelle circostanze
ove si è intervenuti in misura architettonicamente o
urbanisticamente drastica, anche se con investimenti consistenti,
quasi mai la qualità complessiva dell’insieme ne è uscita
migliorata.
Facciata Stabilimenti Alumix, Bolzano 1935

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