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BIOARCHITETTURA
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Numero 48-49 di aprile-luglio 2006
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L'uomo e la città
Claudio Pauselli
Il concetto di ecologia è ormai entrato a far parte del nostro
immaginario quotidiano, insieme al concetto di sostenibilità. Oggi
tutto è, o pretende di essere, ecologico e sostenibile, ed anche
l’architettura non poteva sfuggire a questo destino. Ma quali sono
i caratteri di una architettura ecologica, e soprattutto perché
l’architettura deve essere ecologica?
Occorre fare un passo indietro. La nostra società ha adottato il
termine ecologico, cercando di mutuarne strategie, dopo gli eventi
scatenati dalla rivoluzione industriale sfociata nell’Inghilterra
del ‘700. Prima: tutto era forzatamente ecologico. Durante: il
mito della tecnologia ci ha illusi di poter crescere all’infinito,
facendoci dimenticare la differenza tra crescita e sviluppo. Oggi:
tentiamo di applicare dinamiche che ci consentano di tenere in
equilibrio una società vorace ed un mondo sempre più da essa
minacciato, e ci scopriamo ecologisti. Ecologia è dunque uguale ad
equilibrio? Forse, ma equilibrio tra cosa? E quale è la differenza
tra il mondo precedente l’industrializzazione e quello che lo ha
seguito?
Il piccolo uomo che coltivava faticosamente un piccolo pezzetto di
terra è sostanzialmente uguale al piccolo operaio che oggi produce
beni, e al piccolo consumatore che li acquista. Il primo doveva
guardarsi da una natura dispensatrice di frutti come di siccità, i
secondi da un capitale che trasferisce la produzione ai robot e da
un mercato globale che impone dall’alto le sue dinamiche senza
possibilità di scelta. Stretti tra queste diverse rappresentazioni
di incudine e martello, i piccoli uomini hanno però caparbiamente
cercato un punto di equilibrio, dinamico e sempre diverso, che li
portasse a soddisfare bisogni e desideri, per tutti sempre uguali:
cibo, rifugio, figli, quindi lavoro, famiglia, inserimento nella
comunità. Una somma di relazioni, riducibli a due tipi
fondamentali: economiche ed affettive. Di queste relazioni i
piccoli uomini di ogni epoca hanno lasciato traccia in vari campi,
quindi anche nella architettura. Il rifugio, la casa, la comunità
delle case, la città, conservano la matrice originaria che le ha
generate, ed una lettura di tali elementi dal punto di vista delle
relazioni che intercorrevano tra gli uomini che le hanno costruite
è indubbiamente interessante.
A ben guardare, nelle relazioni non vi è differenza tra il mondo
prima e dopo la rivoluzione industriale. Sebbene si siano in ogni
epoca estrinsecate con caratteri differenti, esse appartengono
sempre ai due tipi citati,
Fino al momento in cui le tecnologie belliche imponevano il
contatto fisico, le città esprimevano muri e bastioni difensivi, e
lo sviluppo all’interno era quello tipico della città medioevale
con le sue strette viuzze e gli edifici addossati gli uni agli
altri. Quando la polvere da sparo rese inutili le mura, la difesa
della comunità è stata demandata ad altri sistemi, e le città
hanno rispecchiato altre esigenze…ma nel momento in cui l’atomo e
la guerra fredda hanno reso pateticamente antiquata anche la
polvere da sparo, in molti paesi una caratteristica delle
abitazioni divenne il rifugio antiatomico. La fine dell’incubo
nucleare ha reso inutile anche questa pertinenza, ed oggi in molti
rifugi si possono trovare ottime bottiglie di vino, oppure sale da
musica a prova di decibel.
Dunque, se l’architettura e la città esprimono sempre le relazioni
che intercorrono nelle comunità che le edificano e le abitano,
vuol dire che ognuno ha la città che desidera, o si merita, e per
questo motivo dovrebbe essere in equilibrio per definizione. C’è
un piccolo problema: l’architettura esprime prodotti che durano
molto più a lungo di una vita umana media, ed ancora più a lungo
durano le città…quindi è in teoria gli odierni abitanti di Roma, o
Parigi, non sarebbero affatto in equilibrio dimorando in strutture
urbanistiche ed edilizie che esprimono relazioni risalenti
all’epoca della loro edificazione e, per il principio dinamico
della estrinsecazione delle relazioni, non più attuali. Al
contrario, un centro storico appare sempre pervaso da un fascino
avvertibile da ciascuno di noi, le piccole città di provincia
giudicate ( e talvolta premiate) all’unanimità come le più
vivibili. Parrebbe dunque che certe relazioni conservino la loro
forza indipendentemente dall’epoca e dai caratteri specifici di
estrinsecazione. A pensarci bene è giusto che sia così, se la
relazione è primaria e la sua rappresentazione non troppo filtrata
da altri elementi, quindi espressione di caratteri percepiti come
archetipici.
Ma c’è un ulteriore problema: non tutte le città, o parti di città
sono percepite favorevolmente, anzi molto spesso è vero il
contrario. Significa che in questi casi le relazioni sono assenti
o deboli, o peggio completamente erronee? Potrebbe essere più
semplice: in questi luoghi le relazioni non riescono ad esprimersi
in quanto le strutture non sono adeguate, ed hanno risposto ad
altri criteri, per esempio la logica di mercato, che come abbiamo
visto spiazza i piccoli uomini sovrastandoli di molte lunghezze,
quindi di fatto impedendo loro di relazionarsi con essa, se non a
senso unico come succubi consumatori. Anche una non-relazione è
comunque una categoria di relazione, ed anch’essa può essere
letta, come di fatto accade, nella struttura urbanistica o
edilizia.
Concludendo, un bravo sociologo insieme ad un bravo economista
potrebbero fornire validi elementi all’architetto-urbanista per
disegnare una architettura in cui l’uomo si senta in equilibrio,
la famosa architettura a misura d’uomo.
E già, perchè l’uomo è davvero misura di tutte le cose, anzi è
tutte le cose, se concordiamo con la visione di alcuni mistici
condivisa da un sempre maggior numero di scienziati, fisici
teorici, biologi, neurologi, che tutti insieme si stanno
orientando a descrivere l’essere umano in collegamento percettivo
con l’intero universo. D’altro canto in ognuno di noi potrebbe
esserci un atomo appartenuto a Pitagora, oppure a Leonardo o a
Newton, e quindi potremmo condividere la sapienza appresa dagli
originari aggregati di materia che gli appartennero.
Limitandoci ad apprendimenti più immediati, potremmo riassumere
che una attenta analisi delle dinamiche di relazione intercorrenti
in una comunità è in grado di fornire agli architetti, elementi
per progettare strutture urbanistiche ed edilizie perfettamente
cucite addosso alla comunità stessa, e che una profonda conoscenza
delle relazioni primarie comuni a tutti gli esseri umani potrebbe
consentirci di introdurre in queste strutture quei gradi di
libertà necessari a garantire la tenuta nel tempo delle strutture
stesse.
Siamo certi che gli architetti possiedano queste conoscenze? E non
è proprio questa conoscenza la base di una architettura ecologica,
a misura d’uomo?
A guardare il panorama dell’architettura internazionale degli
ultimi anni, si direbbe che questo sapere non sia affatto diffuso.
Edilizia dozzinale e ripetitiva, periferie indifferenziate e pochi
grandi acuti realizzati da grandi firme, acuti più
autoreferenziali per le firme stesse ed i loro committenti che
reale espressione delle relazioni delle comunità in cui sono
inseriti.
Ma non è tutto così. Alcuni interessanti processi in atto in
grandi città ce lo dimostrano. Gli artisti colonizzano quartieri
degradati, aprono bar e locali che iniziano a fare tendenza, dopo
un po’ di tempo agli artisti seguono le classi colte, e i
quartieri rinascono, i prezzi volano…e gli artisti, espulsi,
devono cercare altri luoghi ove esprimersi.
Economisti vengono chiamati a tracciare master-plan che fungano da
guida agli urbanisti. Designers si pongono il problema di quale
futuro ci aspetti, e di come debbano essere disegnate le città del
futuro.
Potrebbe essere ricercato un equilibrio? Dinamico, s’intende, ma
tale che ogni uomo durante la sua vita possa esprimere al meglio
le sue possibilità di relazione con gli altri uomini.


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