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BIOARCHITETTURA
 

Numero 48-49 di aprile-luglio 2006

L'utopia del dado
Bruno Stefani

Appallottolare un foglio, strappare una pagina, gettare un volantino a cui si è data solo una fuggevole sbirciata, sono gesti comuni, quotidiani e apparentemente di poco conto. Ugis Senbergs, vincitore di un apposito concorso insieme a Zigmars Jauja e Didzis Jaudzems, sono partiti da qui, dalla carta buttata via e riciclata, per allestire il padiglione della Lettonia alla X Mostra Internazionale di Architettura di Venezia. I lavori preparatori per sviluppare il progetto “Urban Dice, una partita a dadi in città”, che hanno coinvolto un consistente numero di progettisti, tecnici, artigiani e organizzatori, sono iniziati nel marzo del 2006 e sono durati praticamente sino all’ultimo minuto utile prima del segnale di apertura ufficiale.
Quello che è stato proposto consiste in un’idea, un’astrazione, un concetto materializzato: cioè una abitazione a forma di dado realizzata in cartone ondulato derivata dal riciclaggio della carta, interamente sostenuta da moduli di cartone facili da montare, in cui la forma assolutamente semplificata del volume consente sia libertà di assemblaggio sia possibilità di adibire lo spazio interno a qualsivoglia esigenza da parte dell’abitante.
Si tratta del tema dello “spazio primario” che, dopo aver attraversato tutto il Movimento Moderno, si ripresenta puntualmente ad ogni evento importante sino a giungere ai giorni nostri verniciato di ecologia. L’idea nacque insieme al pensiero funzionalista scaturito dai primi Congressi Internazionali di Architettura Moderna, soprattutto dal Secondo CIAM tenutosi a Francoforte nel 1929. Tra gli altri, si sono cimentati con il tema alcuni importanti esponenti del Bauhaus ponendo con ciò le basi di molta cultura architettonica contemporanea fondata su quell’atteggiamento sommatorio di cui - come grida la tragedia degli edifici che circondano le città storiche - la nostra epoca non può certo vantarsi. Anche se alcune ipotesi sono sembrate incoraggianti ed avveniristiche, altre affascinanti e captanti sotto l’aspetto procedurale e più in generale intellettuale, si è sempre trattato di proposte architettoniche che non faticano a sollevarsi da una logica quantitativa e per giunta, “ridotta al minimo esistenziale”. Ma anche se il tema è stato più volte riproposto anche in epoche recenti con sfumature nuove e adattate al clima culturale del singolo momento innescando ampi dibattiti - sul ruolo dell’architettura e delle sue logiche di sviluppo; sulle modalità di risposta alle esigenze allargate della riqualificazione di aree dimesse, ex-industriali, suburbane; ma anche sulla risposta da dare alle richieste più egalitarie - fatica a portarsi a soluzione nel momento in cui si contrappongono atteggiamenti ideologici e buon senso, ragionamenti astratti e necessità contingenti. Persino nella precedente edizione della Biennale, nel 2002, all’interno dell’evento Lonely Living, venti architetti italiani vennero chiamati ad impegnarsi sul tema degli spazi abitativi minimi: su una piastra suddivisa in moduli di 6 metri x 6 metri, realizzarono un isolato di 18 abitacoli in pannelli di legno truciolare ricomposto. Un isolato rivolto ad un committente immaginario (speculatore immobiliare, affittacamere senza licenza, produttore di terze abitazioni a poco prezzo o di soluzioni provvisorie per terremotati?) organizzati come “luogo di vivibilità primaria”. Oggi, a distanza di quattro anni, il tema della “casa minima” viene riproposto dalla Lettonia, questa volta come risposta alla questione “Città, architettura e società”. Ancora una volta si spera di trovare nella definizione cartesiana dello spazio minimo, la matrice in grado di condizionare e risolvere la dimensione più complessa dell’aggregato e della città, convinti che il problema dell’abitare possa trovare risposta prioritaria sul piano logistico, lo stesso che regola la distribuzione dei container sui piazzali dei depositi. Detto in altre parole, la fiducia di poter trovare la cellula base che, definita “una volta per tutte” nella sua modularità progettuale, è capace di farsi modello e matrice di ogni possibile spazio complesso.
Alla fine dunque il Cubo lettone non è altro che una scatola memore dei principi “razionalistici”, che fa riferimento a temi più volte affrontati dalla cultura architettonica degli ultimi sessantanni con idee talvolta anche geniali sul piano del design ma rivelatisi sempre devastanti sul piano della forma urbis, la quale non può prescindere dalle relazioni (non solo semplicemente aggregative) tra gli elementi e tra questi e il territorio e la cultura che lo pervade.
L’idea di moduli - quand’anche ecologici e biocompatibili - assemblati all’infinito gli uni agli altri fino a realizzare intere colonie di abitazioni fatte di dadi sparsi sul territorio, suscita in effetti visioni da incubo in cui una infinità caotica di oggetti divora il paesaggio in assenza di qualunque logica e relazione stratificata e stratificabile.
Diverso sarebbe se la proposta intendesse rispondere a situazioni di emergenza, tipo sfollati terremotati senzatetto, o comunque alla necessità di rispondere a flussi improvvisi di persone che richiedono con immediatezza risposte logistiche. In tal caso, piuttosto che container metallici o ancor peggio di Pvc creino a monte ed a valle complessi problemi di salubrità in fase produttiva e di smaltimento, è sicuramente meglio un dado di cartone riciclato e riciclabile. Per quanto concerne l’idea guida dei promotori questa fa riferimento ad un “turismo nomade” che verrebbe consentito da cubi di 260 cm di lato, con gli spigoli arrotondati per realizzare un’abitazione che, a seconda delle esigenze e dei desideri, può essere spostata in qualunque luogo e trasformata con velocità e poca fatica da parte di chi la abita. Mostrando aspetti più suadenti e popolari, il Cubo non viene presentato dentro i Giardini ma appoggiata sulla Fondamenta di fronte, per rivolgersi alla gente comune, coinvolgerla ed incuriosirla attraverso una cella abitativa instabile, leggera, assemblabile, biodegradabile, riciclabile e ironica. In effetti i passanti, attratti anche attraverso la distribuzione gratuita di “mobili-souvenirs” messi a disposizione dagli organizzatori (in un mese sono stati consegnati 3300 mobili - 500 tavoli, 2000 panchine e 800 sedie con schienale - interamente realizzati in cartone e facilmente installabili con un semplice gesto, fatti venire direttamente dalla Lettonia) appaiono stupiti da questi giocattoli giganteschi che nella loro nudità si stagliano contro lo splendido fondale di una Venezia come sempre atmosferica e vibrante. Una serie di iniziative hanno poi dimostrato la concezione dell’economia delle risorse e degli spazi, le possibilità di organizzare una dimensione spaziale in cui tutto - come in una navicella persa tra le stelle - è a portata di mano, pronto a essere modificato in base alle proprie esigenze. Il Dado di Senbergs quindi, che parte da un “minimo biologico”, tende a definire, grazie alla mobilità dei moduli, una organizzazione autonoma di abitazioni la cui progettazione sarebbe delegata all’abitante e non al progettista ipotizzando una sorta di pianificazione architettonica ed ambientale che si sviluppa secondo una programmazione a “codice aperto”, nel quale viene cancellato il confine tra chi progetta l’ambiente e chi ne fruisce. In questa visione utopica, all’architetto - il cui ruolo sociale acquisirebbe nuovi tratti proiettati anche sul piano semantico della pianificazione - si “limita” all’ideazione di codici primari sviluppabili tramite un sistema di interazioni destinato a venir costantemente e programmaticamente modificato e integrato dall’utente secondo le proprie esigenze. Nei fatti il Dado urbano non pare un’architettura conformata sulle esigenze del mercato, non è una soluzione prefabbricata arredata e pronta per l’uso, non è una cellula abitativa ipertecnologica e autosufficiente, ma una dimensione elementare che attraverso una composizione moltiplicata in ordine sparso, dovrebbe essere in grado “di ristabilire un rapporto tra l’architetto e il suo pensiero” spingendo gli utenti ad agire, a mettere in atto comportamenti creativi, a “spingerli a farsi responsabili verso l’ambiente che occupano”. C’è da chiedersi se è davvero questo che ci riserva il futuro. Città dove la leggerezza sostituisce la stabilità, la mobilità e il tempo libero stanno al posto di orari fissi di lavoro, dove la libertà è così assoluta (ciascuno, trasformato in una sorta di lumaca umana e caricata la casa sulle spalle, la deposita dove gli pare) che le persone non sanno più cosa farsene perché inseriti in una pianificazione democratica talmente orizzontale da risultare priva di riferimenti. Nelle intenzioni dei proponenti il modulo abitativo infatti “non è soluzione per disadattati o un modulo residenziale di emergenza, ma una cellula con la quale l’abitante si pone in contatto con la realtà, è invitato a uscire, a spingere la propria dimora per incontrare gli altri e contribuire allo sviluppo di un ambiente urbano migliore in quanto pianificato direttamente dall’uomo”. Una abitazione contemporanea che “in quanto nomade, non ha il garage perché l’uomo è il suo motore, non esiste perché non ha identità, è pulita perché biodegradabile, è sostenibile perché non ha il giardino e perché il mondo è il suo parco”. Più rassicuranti le parole dell’architetto Senbergs, secondo il quale si tratterebbe di una sorta di gioco anarchico collettivo al quale tutti sono “per un attimo” invitati a partecipare saltando idealmente i processi della produzione, sia edilizi che di design, e insieme ad essi la loro eccessiva seriosità e la loro carica di (ir-)responsabilità planetaria.
 


 

 

 

 

 

 
   

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