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BIOARCHITETTURA
 

Numero 50-51-52 di agosto 2006 - gennaio 2007

L’albero di pitagora
Stefano Santucci

Il rapporto con il luogo che sta alla base dell’approccio filosofico dell’attività progettuale ecologica, non può che derivare da una corretta “lettura” dei connotati fisici e percettivi e del loro rapporto sia con le condizioni naturali al contorno (morfologia, orientamento) sia con le parti antropizzate del territorio. Ogni intervento è quindi tenuto a muoversi verso l’esaltazione delle caratteristiche intrinseche di biocompatibilità dal punto di vista “percettivo”.
Assumendo come riferimento il tessuto dei nuclei storici, è facile percepire come il tanto ambito "effetto-città", di frequente ritenuto dai progettisti importante obiettivo formale, viene generalmente determinato dal gioco degli opposti (il concetto di armonia dei contrari in natura), da quella che possiamo definire uguaglianza nella diversità, dall'incontro-scontro di fattori apparentemente, e forse solo filologicamente, antitetici quali (nell'universo spaziale) pieno / vuoto, naturale / artificiale, oppure (nell'universo verticale) alto / basso, superficiale / profondo o (nell'universo orizzontale) avanti / indietro e vicino / lontano. Non necessariamente infatti, pur nell’antitesi, la connotazione positiva di un polo implica la connotazione negativa dell'altro, dal momento che il giudizio percettivo dipende esclusivamente da come ci si pone di fronte alle mutazioni dinamiche dello spazio urbano e del paesaggio. In un processo progettuale che sperimenti metodi di analisi capaci di integrare la lettura dei fattori costituenti ambiente e progetto, gli spazi non costruiti non vanno concepiti solo come vuoto (cioè casuale negativo delle architetture) in quanto destinati ad interagire con queste determinando - nella dialettica - la variabilità dei luoghi e delle sensazioni secondo l’infinita combinazione degli elementi complementari.
L’obiettivo progettuale in questo caso era un collegamento verticale che consentisse un accesso autonomo alle previste due distinte unità immobiliari che sarebbero state ottenute nel fabbricato principale. L’eccessivamente spaziosa superficie dell’unità immobiliare esistente e la contestuale necessità di destinare ai figli una sistemazione autonoma, portavano infatti alla scelta di svincolare l’intero piano sottotetto del fabbricato mediante un accesso autonomo. Data la conformazione tipologica originale dei collegamenti verticali interni del fabbricato, l’unica possibilità per superare i circa sette metri di dislivello era la realizzazione di una scala esterna nel “largo” adiacente il fabbricato principale posto lungo la strada provinciale.
L’intervento si colloca in località Ville di Corsano, piccolo borgo della Val d’Arbia senese, ove il Piano Attuativo ha previsto una vasta operazione di recupero del patrimonio edilizio esistente che interessa alcuni fabbricati ubicati in un’area a margine tra l’insediamento storico e la contigua zona agricola di pendio, a diretto contatto visivo con la zona maggiormente antropizzata. Tutto l’insediamento nasce dal rapporto con la non lontana Fattoria di Corsano, costruzione che si ipotizza risalga al secolo XVII avendo come committente la famiglia Buonsignori. A partire dal 1825 infatti - datazione riferibile al Catasto Leopoldino - la collocazione dei fabbricati esistenti sul territorio dà chiaramente l’idea della nascita e dello sviluppo dell’edificato secondo due direttrici principali:
• i poderi sparsi nella zona, che assumono come primo riferimento locale il polo rappresentato appunto dalla Fattoria di Corsano;
• la direttrice viaria principale (plausibilmente via commerciale) che a tutt’oggi la collega alla città di Siena e che catalizza l’urbanizzazione lungo il proprio asse.
Si tratta di fenomeno frequente nella campagna senese ove - in una situazione in cui la conformazione del territorio si presenta in maniera relativamente costante e priva di forti segni quali valichi, gole o passaggi obbligati che ne facilitassero il controllo oppure fiumi o laghi lungo cui organizzare forme di difesa - il “germe” degli insediamenti diveniva fisiologicamente la strada. In tale situazione si rispecchia anche l’area in questione che si sviluppa su quest’asse mediante la costruzione a “saturazione” che ha prodotto quello che oggi è il fabbricato principale su strada. Questo ha in effetti inglobato nel tempo il nucleo originario costituito dalla preesistente capanna confinante ed assorbito fino a farlo sparire, vista la contestuale costruzione degli annessi di pertinenza, lo spazio (o “largo”) presente. Il nucleo originario si stacca così dal fabbricato poderale principale e genera in aderenza il suo doppio, processo denunciato ancor oggi dalla esatta specularità costituita dalla resede su strada, che divide gli edifici principali.
Si ritiene in particolare che sui "luoghi del limbo", cioè di passaggio tra vecchio e nuovo, tra storicizzato e sconosciuto, come nel caso specifico su cui si è intervenuti, il riferimento a forme “naturali”, a processi di evoluzione secondo leggi fondanti, costituisca strategia che agevola il processo di riappropriazione da parte dell’ambiente urbano di luoghi che rischiano di perdere l’originaria connotazione in seguito ad interventi diacronici; l’intervento si pone allora come vero e proprio filtro tra zone eterogenee per mediare senza traumi il passaggio "da" "a". Impostato in questo senso l’approccio, ogni conseguente materializzazione tende alla positività in quanto all’azione di filtro è assegnato il compito di determinare osmoticamente un lento, stabile ed equilibrato passaggio. Non a caso le scelte di progetto si sono poggiate sui riferimenti numerici e sulle dinamiche naturalistiche, intese come matrice di armonia delle forme che, attraverso di esso, divengono processo visibile e comprensibile, secondo un progredire verso il concetto di intelligibilità. Per altro verso capita che l’osservazione e riproposizione acritica e mimetica della natura possa rivelarsi limitante nella misura in cui fatica ad esprimere ciò che veramente si pone alla base del processo; in questo senso solo l’approccio razionale e decantatore consente di coglie i concetti che si celano dietro l’immagine.
Dovendo dunque intervenire su di un luogo in qualche misura “di margine” con un elemento - la scala - comunque impattante per dimensioni e materiali e che in ogni caso si sarebbe connotato come “estraneo” al luogo, la scelta progettuale è stata di assumere la diversità come presupposto dell’inserimento. Si è ricorsi cioè ad una struttura “attiva”, una sorta di scultura funzionale collocata in uno spazio aperto, fruibile fisicamente dagli abitanti e visivamente - come invenzione “naturale” - da chiunque si soffermi sul luogo, coinvolto da un gioco spaziale in cui è possibile ritrovare idee e concetti filosofici sull’armonia pitagorica. Nella costruzione dell'architettura si è cercato di operare secondo una ricerca che nasce dallo spazio stesso, il quale non viene considerato elemento residuale ed isolato, ma legame tra luoghi e funzioni. Mettendo in atto un processo deduttivo-induttivo che appare oggi come una delle letture progettuali più intriganti, si è concepita la scala come sistema concluso e riconoscibile ma al tempo stesso interagente con l'intorno urbano in un continuo relazionale, ovvero in rapporto univoco tra tipologia del manufatto e morfologia del territorio insediativi.
L’integrazione con l’esistente è obiettivo propostosi non attraverso azioni mimetiche ma mediante un intervento che dichiarando in maniera non equivoca la propria presenza, si ponesse ad un tempo come elemento “emergente” e nello stesso tempo integrato. La realizzazione doveva cioè perseguire l’obbiettivo di proporre forme e materiali specifici che la rendessero leggibile ed in grado di interpretare all’attualità la propria funzione. Ci si è mossi quindi utilizzando il tema della “differenziazione” onde poter ottenere nelle zone esterne, una volta realizzate e viste nella loro globalità, una “omogeneizzazione” che contribuisse a confermare al luogo la sua identità. Il progetto acquisisce dunque l’immagine archetipica (ancestrale) dell’albero che invita ad “arrampicarsi” per conquistare la sommità e la posizione privilegiata e solitaria che consente la “fusione” dialettica con la natura circostante. L’albero metallico (l’acciaio cor-ten risulta coinvolgente anche al tatto) richiama immagini scultoree familiari; su di esso si arrampica e si snoda il percorso a spirale che consente di superare il dislivello. Pertanto la struttura metallica che richiama le forme di un “albero”, sostiene con i suoi rami la scala conformata a spirale rigorosamente “pitagorica”; è prevista anche la sua integrazione nel tempo con piante rampicanti che vadano a “saturare” con naturalità le balaustre di protezione. La pavimentazione della scala è stata realizzata in pietra “santa fiora”, avente la caratteristica di provenire da una cava situata non molto lontano dal luogo di utilizzo e materiale idoneo ad omogeneizzarsi con la situazione cromatica locale. Contestualmente è stata realizzata, in corrispondenza dell’ingresso esistente al piano sottotetto, una passerella metallica di sbarco in prolungamento del terrazzo preesistente.

 

 

 

 

 

 

 

 
 

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