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BIOARCHITETTURA
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Numero 50-51-52 di agosto 2006 -
gennaio 2007
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Lo zen e il fare architettura
La percezione dello spazio in una strategia di essenzialità
Wittfrida Mitterer
Zen è atto puro, l’azione diretta che si rapporta all’esperienza
superando i vincoli culturali e affidandosi all'intuizione. Al
centro di questa filosofia c’è una concezione del vuoto totalmente
diversa da quel vacuum occidentale che si presenta come negazione
dell’essere, cioè come morte, cessazione, mancanza, privazione e
quindi va riempito, saturato, colmato per renderlo inoffensivo ed
amichevole. Al contrario il “mu”, cioè l'indicibile nulla dello
Zen, è la potenzialità del tutto, lo stato germinale di tutte le
cose e quindi qualcosa che diventa estremamente dinamico solo se è
portato in prossimità della sua essenza. Per esprimere il “mu”
viene spesso utilizzato l'Enso, l’ideogramma circolare che è tra i
simboli più significativi e più comuni della calligrafia
giapponese, il quale significa appunto cerchio e rappresenta
l’illuminazione, la forza e per estensione, l’intero Universo.
Secondo la tradizione, per riuscire a disegnare un vero Enso con
un unico e deciso colpo di pennello è necessario essere
mentalmente e spiritualmente in assoluto equilibrio. In alcuni
manoscritti il cerchio viene volutamente mantenuto dischiuso a
simboleggiare la sua infinitezza. Sempre secondo la tradizione la
filosofia Zen nacque il giorno che sul Picco dell’Avvoltoio, a
Rajagria, nel regno di Magadha, uno dei presenti chiese a Buddha
di parlare del Vuoto. Dopo qualche attimo di silenzio, il Maestro
sollevò dinnanzi a sé un fiore di loto e lo mostrò. Nessuno
comprese il significato della risposta, tranne il discepolo
Mahakashyapa che intuì come l’unica possibilità per trasmettere
l’Assenza era suscitare un incontro di esperienze al di là di ogni
parola e di ogni significato. Ovviamente non vi è certezza che
l’episodio si sia veramente verificato ma è sicuramente vero che
Buddha insegnava, oltre che attraverso la parola, anche attraverso
il silenzio della parola, più adatto a sottrarre fisicità, a
richiamare l’essenziale.
La filosofia Zen condiziona l’approccio stesso alla vita e quindi
alcune pratiche appartenenti a campi eterogenei, tra cui la poesia
(haiku); la cerimonia del tè (chano-yu o cha-do), la culinaria (zen-ryori,
shojin ryori, fucha ryori) e l'arte di disporre i fiori (ikebana);
alcune arti marziali (aikido, karate, judo), della spada (kendo) e
del tiro con l'arco (kyudo); il teatro (Nō) e infine l'arte della
calligrafia (sho-do) e la pittura (zen-ga), che rivestono un ruolo
storico e culturale centrale nella esemplificazione
dell’atteggiamento e nella sua comunicazione. Sorta in Cina quale
naturale estensione della calligrafia a pennello, la pittura a
inchiostro monocroma, ha in effetti esercitato un decisivo fascino
sui monaci Zen per la sua possibilità di depurare il mondo
fascinoso di Mara (cioè l’illusorio mondo dei fenomeni con i suoi
ingannevoli colori) rivelando la realtà più intima delle cose
attraverso pochi segni essenziali. Per esprimere l’improvvisa
illuminazione che sorge dai silenziosi stati meditativi,
all’artista è concesso un tempo brevissimo e pochissime veloci
pennellate. Solo la lunga pratica e l’esercizio costante
consentono alla mano di lasciar inconsciamente fluire quella
non-mente capace di attingere direttamente dall’infinito. Solo a
pochi tratti sul foglio bianco è consentito di portare alla vista
l’esistenza di quel mondo nascosto dietro le ammalianti sembianze;
un mondo in cui l’uomo, negato antropocentricamente, appare
diluito nel vasto ambiente che lo contiene fatto di monti, acque,
alberi, rocce, sentieri solitari e lontani in una dimensione vuota
che rimanda ad altro e in cui tutto, anche rocce ed alberi,
metaforicamente rappresenta la vita stessa. È per questo che gli
elementi chiamati a comporre questi paesaggi, dovendo in qualche
misura trascendere la contingenza, divengono “tutti i luoghi”; in
questo senso lo spazio non viene percepito come un volume solido
da riempire di immagini, ma un qualcosa di illimitato e
incalcolabile che può solo essere suggerito attraverso i rapporti
tra le forme ed i valori tonali.
È comunque vero che, ogniqualvolta ci avviciniamo alle attività
condizionate dallo Zen, rimaniamo colpiti dalla loro incredibile
modernità. Ad esempio i giardini di pietra, creati con materiale
assolutamente povero – sabbia, rocce, ghiaia – si presentano come
autentiche espressioni di arte concettuale e di arte povera.
Qualunque ceramica degli artisti Zen dei secoli passati non
sfigurerebbe nel più aggiornato negozio di design moderno; anche
le nostre certezze circa le capacità comunicative del linguaggio
logico, ben prima che l’occidentale teatro dell’assurdo (Beckett,
Osbom) avesse evidenziato la funzione liberatoria e conoscitiva
del paradosso, sono state poste in dubbio dalle metafisiche
parabole zen e dalle storie del teatro Nō. Né si può far a meno di
notare come l’approccio Zen applicato al design e
all’architettura, con la ricerca quasi maniacale della semplicità
espressiva, degli spazi vuoti e plurifunzionali, dei materiali da
costruzione lasciati liberamente a vista per comunicare la propria
sincerità, l’uso delle luci indirette e soffuse, la ricerca di
unità tra spazi interni ed esterni, determini una percezione di
assoluta contemporaneità.
Perché lo Zen non rifiuta la realtà (e quindi non si pone né in
maniera ascetica difronte ad essa) né la glorifica e l’assurge a
riferimento totalizzante (come avviene nell’approccio
materialistico/consumistico); ritiene invece che l’unica
possibilità di approccio non possa che attraversare il sensibile,
superandolo attraverso il vuoto della mente raggiungibile mediante
il fare.
In altre parole, l’adesione all’Universo si realizza attraverso la
pratica, che consiste nel vivere semplicemente con tutto il nostro
essere e agire in accordo con la propria natura: “Quando cammini
cammina, quando sei seduto sii seduto, soprattutto non vacillare”.
Viene qui contraddetto quindi il dualismo occidentale tra
intelligenza classica (scientifico-tecnologica) e romantica (arte,
creatività, intuizione) e insieme la strana separazione tra quello
che l'uomo è e quello che fa. È per questo che lo Zen continua ad
esercitare un profondo fascino nella cultura occidentale e si
innerva in essa come arte del vivere, maniera d'essere e,
soprattutto sul piano percettivo, spinge a vedere e ad apprezzare
la vera natura, la funzione di ciascun essere, di ciascun atto e
di ciascun oggetto.
Lo Zen venne propagato all'inizio del XX secolo dai primi
missionari giapponesi nell'America del Nord, soprattutto in
California - dove negli anni 1950 divenne la filosofia del
movimento beatnik e quindi in seguito dei giovani della New Age in
lotta contro la società industriale. L’obiettivo dello Zen è
pervenire al Satori, l'illuminazione profonda e duratura che porta
a un più alto livello di coscienza, il momento dell'illuminazione
in cui l’esperienza personale e cosmica si congiungono
nell’istante determinando l’annullamento del soggetto, che non è
rinuncia e distacco dal mondo ma partecipazione attiva e
consapevole ad esso. Per questo lo Zen, a differenza di altre
scuole buddiste, ritiene che il raggiungimento del satori avvenga
attraverso la pratica dell’azione anziché mediante la speculazione
intellettuale. Allo zazen (za / seduto + zen / meditare =
meditazione stando seduti) che attraverso determinati ritmi
respiratori porta la mente al vuoto produttivo, è preferibile il
kin-hin (alla lettera: marciare in linea retta seguendo la trama
del tessuto), cioè la meditazione camminando.
Osservare un pittore del genere all’opera, equivale a una vera e
propria lezione di disciplina zen. Quando si accinge a creare
un’opera, per prima cosa egli dispone a portata di mano gli
essenziali materiali artistici: pennello, pietra da inchiostro,
inchiostro, carta. Inginocchiandosi a terra, stende davanti a sé
il foglio, quindi comincia a macinare e a mescolare l’inchiostro,
in pari tempo intravvedendo i contorni generali e le finalità
della sua opera. Al pari di un samurai prima della battaglia,
bandisce da sé i pensieri mondani e raccoglie le proprie energie
per un’azione subitanea, in stato di contemplazione. Pronto
l’inchiostro, lisciata la carta, trovato il pennello adatto per
spessore e morbidezza e raccoltosi, il pittore “colpisce”.
L’inchiostro viene assorbito quasi immediatamente dalla fibrosa
carta di riso cui vanno le preferenze degli artisti zen, non
permettendo alcuna correzione una volta che la linea sia stata
tracciata. (…) L’artista non si sofferma mai a giudicarla;
l’inchiostro si deposita sulla superficie in una serie
ininterrotta di segni, più o meno grevi, chiari o scuri secondo la
necessità, dando una sensazione di ritmo, movimento e forma,
corrispondente alla visione che l’artista ha dell’intima musica
della vita.
Thomas Hoover
La cultura Zen; Mondatori 1989





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