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BIOARCHITETTURA
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Numero 50-51-52 di agosto 2006 -
gennaio 2007
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L’architettura a salice
Marcel Kalberer
I moderni edifici “verdi" costruiti con salici viventi possono
essere considerati come la forma più radicale dell’architettura
organica. Il corpo di fabbrica non nasce seguendo analogie
formali, strutturali o distributive tra abitazione ed organismo,
ma costituisce esso stesso un organismo, una struttura-albero in
grado di svilupparsi autonomamente, costituita da elementi
costruttivi vegetali e radicata saldamente al terreno. Questi
moderni edifici verdi consentono una conciliazione tra natura ed
architettura in quanto il corpo di fabbrica, piantato nel suolo
come un qualunque filari di alberi, consente un utilizzo degli
spazi interni paragonabile a quello offerto dalla normale
architettura pesante. Con il vantaggio che, invece di investire
risorse preziose, si determinano positivi processi vegetativi
quali l’assorbimento di anidride carbonica mediante fotosintesi,
la formazione di massa vegetale, la produzione di ossigeno, la
regolazione climatica, la depurazione dell’aria, l’accumulo idrico
e il continuo mutare dell’immagine di anno in anno così come al
variare delle stagioni. Il letterato e visionario Micky Remann
ebbe modo di scrivere che “i corpi di fabbrica costruiti in salice
non sono affatto esempi di edifici moderni determinati dalla
convergenza di energia e risorse ma rappresentano radicali
non-edifici assolutamente ecologici; ciononostante possono essere
annoverati tra gli esempi di architettura moderna.” Quando la
struttura a salice deperisce lo scheletro scompare rapidamente e
resta soltanto concime. A ben vedere, a rendere il costruire con
il salice così affascinante non è né la rapidità né la facilità
con cui i virgulti di salice attecchiscono e crescono secondo
forme edilizie, ma piuttosto la percezione della sensatezza
ecologica di tali interventi. La realizzazione di costruzioni in
salice costituisce una delle più antiche e diffuse attività, a
cavallo tra l’occupazione ludica del tempo libero e un movimento
socio-architettonico che non utilizza alcuna risorsa degna di nota
eccetto pochi attrezzi e pochi materiali leganti, che non reca
danno all’ambiente ma al contrario fornisce un contributo positivo
per la protezione del territorio e per l’arricchimento ecologico.
Per secoli in Europa il salice è stato considerato pianta
indispensabile ed ha caratterizzato i nostri paesaggi con la
tipica tipologia capitozzata. I suoi rami furono da sempre
tagliati a periodi regolari ed utilizzati nel tempo per una gamma
infinita di finalità: griglia intrecciata per le murature in terra
cruda, materiale base per la realizzazione di oggetti di vimini ed
intrecciati vari, per la costruzione di mobili e veicoli, fino
all’ultimo impiego, perpetuato fino ai nostri giorni, quale cesta
di trasporto dei passeggeri nelle mongolfiere. Con il declinare
dell’artigianato in vimini e dell’architettura a traliccio
tamponata con argilla cruda, si ebbe l’improvviso decremento delle
coltivazioni del salice e quindi per motivi legati all’economia il
salice capitozzato scomparve nella gran parte dei paesaggi. La
perdita non ha avuto incidenze solo sul piano paesaggistico ma, da
un punto di vista ecologico, anche quelle connesse alla variegata
composizione del sistema vegetale sviluppatosi in simbiosi con la
coltivazione del salice capitozzato. Negli spessi ceppi del tronco
del salice capitozzato si formano cavità e fessure che, oltre a
rappresentare terreno fertile per la crescita di licheni, muschi e
funghi, costituiscono habitat naturale prediletto da numerose
specie di uccelli quali la civetta, la cinciallegra e l’upupa, ma
anche da un variegato popolo di animali quali pipistrelli, topi,
donnole, calabroni, bombi, api selvatiche e da più di cento
tipologie di coleotteri, bruchi e farfalle. Da un punto di vista
ecologico apparirebbe dunque particolarmente sensato il reintegro
della coltivazione del salice capitozzato accompagnato da una
interruzione permanente dell’attività di abbattimento degli
esemplari residui.
Le più di diecimila costruzioni in salice sin qui realizzate nei
parchi gioco dei bambini e nelle scuole in Germania da persone non
specializzate, costituiscono quindi un contributo considerevole da
un punto ecologico nella misura in cui le piante, nel corso di
10-20 anni formano le loro teste e grossi tronchi con cavità
interne. È importante che questi edifici viventi, anche se
relativamente recenti, vengano recisi a periodi regolari in modo
da produrre le tipiche teste nelle aree del taglio. In tal modo,
dalle varie pergole, tipis e tunnel in salice, potranno
svilupparsi con gli anni salici capitozzati ecologicamente validi
e interessanti nelle forme.
L’architettura a salice come movimento architettonico sociale
A partire dagli anni ‘70, principalmente a cura del gruppo Sanfte
Strukturen (Strutture miti), associazione di architetti e artisti
di Stoccarda, si ebbero iniziative rivolte a indagare tecniche di
costruzione alternative (strutture in argilla, fieno, canna,
acqua/ghiaccio, rifiuti) legate a processi ludico-architettonici
di volta in volta denominati “azioni architettoniche”, “prototipi
architettonici”, “aree-gioco architettoniche” o anche “aree-gioco
per gli adulti”. La finalità era rendere comprensibili ed
accessibili anche ai non addetti ai lavori processi costruttivi
che di norma gli esperti ed i professionisti dell’edilizia tengono
lontano dalla popolazione. Obiettivo: cercare di restituire alle
fasi di edificazione, l’antico significato di realizzazione
individuale attraverso la conformazione dello spazio e al tempo
stesso costituire una opportunità per formare comunità e
comportamenti di solidarietà. Si mirava cioè a contrastare la
tendenza verso un aumento dell’impoverimento formativo e creativo
di larghe fasce di popolazione, dei non addetti ai lavori, dei
ragazzi e degli abitanti degli agglomerati periferici. L’ipotesti
di sviluppare spontaneità e creatività attraverso l’architettura
in terra cruda naufragò presto contro gli scogli posti dagli
ambiti accademici di Università quali Grenoble, Darmstadt e Kassel,
accostatesi all’argomento per trasformare in disciplina
specialistica una tecnica costruttiva che da tempi lontanissimi
veniva gestita in proprio dagli abitanti di ogni parte del mondo e
il cui reinserimento era stato inizialmente pensato in termini
dilettantistici, alternativi, artistici e giocosi. Presto intorno
all’architettura in terra cruda sorsero precise norme
architettoniche e in particolare quelle DIN (Deutschen
Industrie-Norm = Norma Industriale Tedesca). Questo aprì le porte
all’istituzione di brevetti per apposite miscele e per gli
additivi, per i processi di fabbricazione e per quelli produttivi
in maniera che da quel momento fosse sottratto agli inesperti ed
ai liberi architetti pieni di volontà creativa, ogni margine di
ludica velleità. Così l’originaria “architettura alternativa in
terra cruda” è stata trasformata in tipologia costruttiva
codificata e professionale. Poi gli inizi degli anni ‘80 sempre il
Gruppo Sanfte Strukturen verificò la facilità di realizzare
strutture spaziali utilizzando i virgulti di salice appena
tagliati, anche costruzioni artistiche e strutturalmente
complesse; divenne subito chiaro come questa tecnica costruttiva
in cui si impiegavano rami appena recisi, si prestasse alle
esigenze creative dei non addetti ai lavori e dei giovani in
maniera assai più accessibile rispetto all’edilizia in terra
cruda. Era stata individuata una tecnica costruttiva semplice,
economica e durevole, adatta ad un impiego nel tempo libero di
ampie fasce di popolazione e che poteva divenire nel tempo un
forte impulso sociale all’interno di un crescente mondo virtuale
fatto di televisioni, computer e videogames; una compensazione
pratico-artigianale e un’attività naturale e creativa del tempo
libero tanto per i giovani quanto per gli adulti, capace di
contrastare il sensibile generale impoverimento e rinforzare il
legame con la natura attraverso l’apprendimento ed il contatto
tecnologico con materiali naturali. Così va inteso il costruire
con il salice: possibilità per qualunque individuo di qualsiasi
età e strato sociale, di agire attivamente e creativamente in un
ambito esterno nonché come piccolo passo utopico in direzione
della “appropriazione e conformazione creativa del proprio
ambiente” e quindi verso processi lavorativi comunitari e
solidali.
Vennero dunque pubblicati i primi tentativi costruttivi che
utilizzavano strutture vegetali, i primi volumi realizzati e le
prime indicazioni tecniche in riviste di settore e specializzate
in maniera da evitare che qualcuno potesse appropriarsi di tali
tecnologie brevettandole a proprio vantaggio. Sebbene questi
lavori pionieristici, tentativi e risultati fossero finanziati da
fondi privati, i gruppi promotori non erano interessati a
depositare brevetti in quanto questo avrebbe contrastato con
l’impegno sociale e tendenzialmente ostacolato la diffusione
sociale del costruire a salice. Proprio grazie a tali
pubblicazioni fu possibile respingere la domanda di brevetto
europeo per la coltivazione di capanne in salice viventi inoltrata
da un produttore di giocattoli tedesco. Grazie al vantaggio
empirico e tecnologico e alle costanti e continue pubblicazioni di
tutti gli sviluppi nuovi e delle modalità e delle tecniche
costruttive, si è riusciti sino ad oggi ad impedire ulteriori
tentativi di appropriazione tenendo aperta l’architettura con i
salici a tutti i gruppi di popolazione e a tutti i non addetti ai
lavori interessati alla formazione e alla creazione. In questo
modo l’architettura di salici può continuare liberamente a
svilupparsi nei cortili delle scuole, nelle aree gioco per bambini
e nei giardini privati in maniera spensierata e tanto più
disinibita quanto più i non addetti ai lavori desiderosi di
costruire - in primis alunni e insegnanti - possono utilizzare i
semplici suggerimenti e trucchi che appaiono nei periodici
popolari, nelle riviste di architettura da giardino e nelle
pubblicazioni del gruppo promotore. A rendere tutto più facile
contribuisce il fatto che la spiegazione delle costruzioni a
salici può avvenire senza ricorrere a nessun tipo di regola o
formula matematica. Infatti, da un punto di vista legislativo
l’architettura con i salici viene considerata non come un corpo di
fabbrica ma come un semplice impianto arboreo. Si tratta di
posizione fino ad oggi non contrastata dalle norme, veementemente
esternata e ripetutamente pubblicata dai vari promotori, per i
quali non si tratta di volumi edilizi ma di impianti di alberi
realizzabili quindi senza alcun bisogno di licenza edilizia. Per
ogni eventuale informazione o permesso non bisogna dunque recarsi
all’Ufficio Tecnico ma presso il Comando forestale. Si tratta di
una libertà legislativa che per quanto riguarda gli edifici a
salice è divenuta regola in Germania e, successivamente, in
Austria e in Svizzera.
Neppure per grandi corpi di fabbrica quali lo Auerworldpalast o il
Duomo di Vimini a Rostock in Germania, come pure per il
Laboratorio di Ricerca del Parco Nazionale di Gesäuse in Austria o
il Ribimatte di Huttwil in Svizzera, si è resa necessaria alcuna
concessione edilizia. Soltanto per la festa inaugurale di questi
grandi volumi e in occasione di eventi coinvolgenti più di cento
persone, sono stati necessari collaudi statici e
tecnico-architettonici effettuati direttamente a posteriori sulla
struttura vivente. In assenza di vincoli legislativi, brevetti e
concorrenza da parte degli esperti, l’architettura con i salici
può svilupparsi quale libera disciplina creativa artistica e
quindi anche come largo movimento architettonico sociale.
La più ampia retrospettiva sulle architetture in materiale vivente
fu tentata da Rudolf Steiner. Questi descrisse nella Cronaca di
Akasha la modalità di costruzione vigenti in Atlantide: “Nella
predisposizione urbanistica di Atlantide tutto era ancora legato
alla natura (…). In origine l’insediamento assomigliava ad un
giardino in cui le abitazioni si sovrapponevano fatte di alberi
che in maniera guidata intrecciavano le ramificazioni. Ciò che la
mano dell’uomo costruiva proveniva dalla Natura”. Dalla
Glastonbury Abbey, il luogo in cui la chiesa cristiana ebbe la sua
origine in Gran Bretagna (la Avalon di Re Artù), si tramanda la
leggenda di Giuseppe di Arimatea costruttore di una chiesa in
salice, la prima chiesa cristiana in Inghilterra.
Anche per quanto riguarda i monaci irlandesi secondo alcune teorie
la mancanza di testimonianze in pietra relative alla loro
attività, a partire dai primi secoli paleocristiani fino
all’ottavo secolo, si possono spiegare con la costruzione di
chiese in salice le quali hanno lasciato come traccia soltanto i
resti organici della loro distruzione. Sulle scorta delle notizie
di queste leggende e congetture anche lo storico di architettura
scozzese James Hall (1700-1799?) edificò nuovamente con le proprie
mani due chiese in salice neo gotiche al fine di dimostrare come
le forme architettoniche gotiche, quali ad esempio gli archi a
sesto acuto, le volte a costolature incrociate e le colonne a
fasci nonché l’intero ornamento vegetale, dovette aver avuto la
sua effettiva origine proprio in questa tipologia architettura ad
impianto vegetale, e inoltre di come gli architetti gotici abbiano
derivato le loro conoscenze architettoniche dall’antica
architettura a salice presente in Inghilterra, in Irlanda o, forse
anche dall’Oriente.
Le numerose esperienze architettoniche contemporanee riferite ai
salici viventi paiono confermare questo parallelismo già
constatato da Hall, tra le forme strutturali dell’architettura
gotica e le leggi di creazione formale presenti in natura. In
mancanza di persuasive spiegazioni storico-architettoniche su tale
argomento, nulla vieta di seguire l’ipotesi secondo cui le prime
cattedrali gotiche vennero edificate ad imitazione delle chiese
dei monaci irlandesi costruite con salici. Il versetto biblico
ricorrente in alcune architetture in pietra: “un castello
invincibile è il nostro Dio” evidenziava forse il tentativo
scolpito nella roccia di emulare formalmente le chiese vegetali in
salice ma, contemporaneamente, anche l’intento di strapparle dal
regno dell’instabilità e della caducità. O forse il desiderio di
modalità costruttive più durevoli congiunto ad una radicata
diffidenza nei confronti dei processi viventi difficilmente
controllabili nella loro irrequietezza? Che i monaci, divenendo
progressivamente più ascetici abbiano finito per temere l’opulente
fertilità dei salici con la loro forza generativa ancor oggi posta
in relazione a culti esoterici? Fatto sta che a tutt’oggi non è
stato ancora ben spiegato il nesso tra l’architettura delle
cattedrali gotiche e le forme vegetali e le loro leggi formali e
legate allo sviluppo. Così resta plausibile l’argomentazione di
James Hall.
Anche l’utopista francese Melville (1844) disegnò alberi
artisticamente potati che crescono fino a divenire cattedrali
vegetali. Durante gli anni ’20 del secolo scorso l’obiettivo del
berlinese Arthur Wiechula fu la ripresa dell’architettura a piante
viventi. Il libro da lui dedicato a questo tema è pieno di precise
raffigurazioni di come abitazioni residenziali, scuole e fabbriche
avrebbero potuto essere realizzate e conformate mediante alberi
viventi. Poi sopraggiunse la guerra e le sue idee furono
rapidamente dimenticate. Bisogna aspettare gli Anni ’70 perché
l’architetto prof. Rudolf Doernach di Stoccarda raccogliesse
nuovamente tali ipotesi scegliendo il titolo di “biotekt” al posto
di quello di “architekt” e consigliando agli studenti di
abbandonare le costruzioni convenzionali e nel futuro di piantare
case, cioè di svilupparle come organismi viventi. Unendo gli
apprendimenti filosofici dell’edilizia naturale e le geniali idee
architettoniche di Frei Otto, agli inizi degli anni ’80 si aprì la
strada agli architetti Sanfte Strukturen per accedere
all’esperienza di una architettura vivente che si riproduce. In
particolare, quella a salice. All’incirca nello stesso periodo
l’architetto polacco Konrad Chmielewski cominciò a riprodurre
disegni visionari di abitazioni e cattedrali che si autogenerano.
Tecniche dell’architettura a salice
Per creare corpi di fabbrica ad organismi viventi si presentano
diverse tecniche costruttive. Possiamo qui descrivere le tecniche
più comuni: l’impianto dei singoli virgulti, la formazione e
l´intreecciarsi di questi, la costruzione di impalcature vegetali
e la tecnica a fasci.
L’impianto dei singoli virgulti
Fin dai tempi più antichi i primati e gli uomini hanno utilizzato
dei singoli virgulti quale materiale da costruzione. Con essi,
tuttavia, si potevano costruire abitazioni dalle dimensioni
equivalenti alle lunghezze dei virgulti stessi; piccoli nidi o
alloggi temporanei prevalentemente a forma di cupole, Tipi, iglù o
di volte a botte.
Anche le prime riproposizioni moderne di queste architetture
consistettero nell’impiantare in cerchio dei virgulti che, dopo
aver raggiunto i quattro metri di altezza, venivano legati assieme
alle estremità in maniera da determinare una struttura a cupola
chiusa quale ambiente da gioco per i bambini. Questo principio
arcaico ricordava le effimere capanne della savana africana, le
capanne sudatorie dei pellirossa e i nidi dormitorio di alcuni
primati. Questa tecnica di impiantare singole verghe di creare
piccoli ambienti cilindrici posti eventualmente in serie mostra
tuttavia limiti legati a funzionalità strutturali e spaziali.
Risulta pertanto inappropriata se si desidera ottenere dimensioni
più elevate. Tuttavia essa continua a suscitare soprattutto sui
costruttori alle prime armi un grande fascino. Grazie ad alcune
pubblicazioni degli anni ’90 si ebbe una regolare diffusione
dell’architettura a salice che portò alla edificazione di migliaia
di strutture di questo tipo nelle aree gioco dei bambini, nelle
scuole e nei giardini privati (cupole, tunnel, Tipis, volute e
labirinti e molti altri) per lo più ad opera di genitori,
insegnanti ed alunni i quali lavoravano in autoregia. Anche l’area
sperimentale organizzata a Bonn dagli storici dell’architettura
Walfried Pohl e Luzia Meyer, con più di trenta differenti esempi
edificati da inesperti, artisti ed architetti negli ultimi dieci
anni, consiste in prevalenza in corpi di fabbrica impiantati con
singole verghe che determinano aule aperte, ovali e dalla
lunghezza che può raggiungere anche i 10 m.
I costruttori inesperti restano fedeli alla tecnica a singole
verghe in quanto facilmente gestibile e soprattutto poiché non
necessità di impianti di grandi dimensioni. Si tratta di semplici
strutture vegetali che possono venir erette in poche ore: dopo
poco tempo è possibile soggiornare in un ambiente creatosi
spontaneamente e inoltre per lungo tempo è possibile ammirare la
trasformazione e lo sviluppo di questo “miracolo impianto”.
La formazione e l´intersecarsi dei virgulti
Con la tecnica della intersecazione e della rigida configurazione,
l’immigrante svedese Axel Erlandson edificò in California
all’inizio del 20° secolo il parco esotico Tree-Circus (circo
degli alberi ). Egli caratterizzò e controllò la crescita degli
alberi secondo la sua immaginazione e fissò assieme i rami in modo
tale che essi crescessero nelle forme più insolite: alberi a forma
di simbolo della pace e a forma di cuore, formazioni di alberi
costruiti con tronchi a forma d’arco, radici circolari, tronchi a
struttura reticolare, ecc.. Sempre in California già John Krubsack
aveva prima di lui conformato dei polloni durante la fase di
crescita per ottenerne delle sedie verdi. Si tratta, come è facile
capire, di mostri formali e luoghi di tortura ergonomici come
primi passi verso un uomo botanico. In questo contesto va
ricordato l’avvertimento di Rudolf Doernach contro la possibilità
che l’ebrezza vegetale conduca alla nascita di nuovo Frankenstein
che abbia smarrito il rispetto verso le leggi formali della
natura. Il pericolo continua a mantenersi costante come dimostrano
negli Usa le deformazioni vegetali effettuate da Richard Reames e
Barbara Delbol. In Germania è soprattutto Konstantin Kirsch che si
è dedicato alla formazione e alla crescita di questi legni
viventi, ma facendo direttamente riferimento alle idee di
Erlandson e di Wiechula. Così più di dieci anni or sono impiantò
uno vicino all’altro una serie di virgulti che si intersecavano
secondo la planimetria di un’abitazione. Fatti sviluppare questi
rami attraverso una crescita ad avvitamento, attende nella
convinzione che questi riescano a formare delle vere e proprie
pareti secondo l’immaginazione e i disegni di Arthur Wiechula, il
quale non dimostrava molta considerazione delle esigenze
specifiche di crescita degli alberi ma intendeva piegarli alle sue
fantasie e a forme che seguivano esclusivamente finalità
funzionali per creare abitazioni, scuole, fabbriche, ponti ecc.
La costruzione di impalcature vegetali
L’architettura a impalcature vegetali è conosciuta da tempi
antichissimi. Griglie intrecciate costituite da rami, aste lignee
e successivamente da intelaiature in acciaio costituiscono
supporto per l’avvitamento di differenti piante rampicanti che
tendono verso l’alto e col tempo ricoprono la struttura portante.
I consueti riferimenti rimandano ai giardini barocchi dove le
strutture portanti e le strutture a rete costruite in acciaio
costituiscono sostegni per le piante che tendono a ricprirle e
inglobarle nella vegetazione ed assumono forma di volte a botte,
piramidi, arcate o pergolati a cupola utilizzando le più
differenti tipologie di piante rampicanti e fino a rendere del
tutto invisibile la struttura in acciaio. Si tratta di tecniche di
supporto ancor oggi utilizzate per l’arrampicamento di piante al
fine di creare schermature, pergolati o cupole vegetali. Anche
nell’architettura a salice i costruttori si aiutavano con
strutture portanti in acciaio, strutture a rete o tubi di acciaio
in adeguato spessore in modo da legarvi i salici e di lasciarli
crescere al fine di ricoprire luci piú elevate rispetto a quelle
che i salici da soli riuscirebbero a coprire.
La tecnica a fasci – il modo costruttivo Mudhif
La millenaria attività architettonica degli Arabi delle paludi
mesopotamiche, nell’odierno Iraq, che utilizzano il sistema
costruttivo a fasci di canne, risale fino all’età sumera e
produsse una delle architetture più affascinanti della storia del
mondo. Questo ha suggerito l’idea di trasportare questa tecnica
architettonica a fasci, e possibilmente anche la qualità
architettonica ad essa legata, alla tecnologia a singoli verghe di
salice. Gli Arabi delle paludi legavano assieme le sottili canne
palustri in fasci che raggiungevano fino i 50 cm di spessore
sviluppando archi con un’apertura dai 6 ai 12 metri per erigere
non soltanto semplici abitazioni, ma anche palazzi e ambienti
sacri. Nell’architettura a salice è possibile agire secondo
identiche procedure fissando insieme le verghe fino a creare con
spessi fasci dai 20 ai 60 cm di spessore, arcate di simili luci.
Questa tecnica costruttiva è definita “modo costruttivo Mudhif”
proprio in riferimento a quella a canne palustri delle popolazioni
mesopotamiche.
Una simile tecnica (architettura a fascine) viene da molto tempo
applicata nel consolidamento di strutture idrauliche con fasci di
verghe di salice impiantati per il rinforzo dei bordi e delle rive
dei fiumi. Soprattutto attraverso l’attività e le pubblicazioni
del Gruppo Sanfte Strukturen questa tecnica si è sviluppata
secondo standard generalizzati. Negli ultimi dieci anni più di
duemila collaboratori volontari provenienti da più di dodici
nazioni hanno preso parte ai diversi cantieri di questo tipo per
la costruzione di architettoniche verdi pubbliche e, quali
moltiplicatori, hanno contribuito alla diffusione di questa
tecnica. Così si trovano oggi strutture e corpi di fabbrica
costruiti in verghe di salice secondo la tecnica Mudhif anche in
Svizzera, Austria, Polonia, Estonia, Lituania, Slovenia, Svezia,
Danimarca, Belgio, Olanda e Gran Bretagna. In quest’ultimo Paese,
ove per altro non si è mai persa la tradizione dell’architettura a
salice e quindi vi sono numerosi esempi isolati sicuramente in
continuità dei modelli storici – a partire da quelli dei monaci
irlandesi fino ad arrivare a quelli di James Hall – l’architettura
a salice conosce una nuova e intensa diffusione.
Costruzioni ottimizzate
Dalle strutture a tecnica Mudhif ai strutture a intreccio
Le possibilità architettoniche dell’architettura a salice si sono
fortemente ampliate soprattutto grazie alla tecnica a fasci.
Grazie ai numerosi esperimenti e allo sviluppo tecnologico di
progetto in progetto, le dimensioni tridimensionali delle
costruzioni sono state via via ampliate.
Per sviluppare forme strutturali ottimali e precise si è in genere
lavorato con modelli di grandezza in scala 1:20. Questi modelli
hanno consentito di definire e disegnare i singoli archi. In
funzione dello specifico arco è oggi possibile definire le sottili
tubature in acciaio non zincato (di 3/4 di pollice) aventi la
flessione desiderata. Queste tubature in acciaio, preventivamente
arcuate, fungono da forme-guida attorno a cui legare le verghe di
salice. In tal modo si ottengono gli archi desiderati, precisi di
forma e spessore, senza la necessità di verificarne costantemente
le misure o provvedere direttamente alla conformazione.
Si tratta di una tecnica che ha prodotto buoni risultati ed è
indispensabile per le costruzioni costituite da gusci appesi, le
quali hanno bisogno di modelli di riferimento in quanto solo una
precisa modellatura è in grado di assicurare la necessaria
stabilità statica. Le sottili tubature in acciaio fungono quali
elementi di sostegno nell'area superiore della cupola fintantoché
le verghe del salice non raggiungono la sommità andando a
sostituire le tubature in acciaio nella loro funzione portante. Si
sviluppa a questo punto come una contesa tra i rami dei fasci che
crescono e si ispessiscono e che si assumono il carico statico
mentre le tubature in acciaio progressivamente si corrodono e
perdono la loro funzione portante.
In conclusione, impiegare fasci di salice quali elementi
strutturali autoportanti e svilupparli quali strutture
autoportanti, costituisce operazione corretta e raccomandabile.
Da parte di alcuni costruttori si è mal compreso il funzionamento
limitato nel tempo delle sottili tubature in acciaio quali
elementi di supporto ovvero quali modelli di conformazione e
quindi hanno utilizzano tubature in acciaio zincate persino per
strutture in salice di piccole dimensioni e di scarsa rilevanza
architettonica. Con trasformando le potenzialità autoportanti
della struttura costituita da fasci di salice in una struttura in
acciaio ricoperta di verde.





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