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BIOARCHITETTURA
 

Numero 50-51-52 di agosto 2006 - gennaio 2007

L’architettura a salice
Marcel Kalberer

I moderni edifici “verdi" costruiti con salici viventi possono essere considerati come la forma più radicale dell’architettura organica. Il corpo di fabbrica non nasce seguendo analogie formali, strutturali o distributive tra abitazione ed organismo, ma costituisce esso stesso un organismo, una struttura-albero in grado di svilupparsi autonomamente, costituita da elementi costruttivi vegetali e radicata saldamente al terreno. Questi moderni edifici verdi consentono una conciliazione tra natura ed architettura in quanto il corpo di fabbrica, piantato nel suolo come un qualunque filari di alberi, consente un utilizzo degli spazi interni paragonabile a quello offerto dalla normale architettura pesante. Con il vantaggio che, invece di investire risorse preziose, si determinano positivi processi vegetativi quali l’assorbimento di anidride carbonica mediante fotosintesi, la formazione di massa vegetale, la produzione di ossigeno, la regolazione climatica, la depurazione dell’aria, l’accumulo idrico e il continuo mutare dell’immagine di anno in anno così come al variare delle stagioni. Il letterato e visionario Micky Remann ebbe modo di scrivere che “i corpi di fabbrica costruiti in salice non sono affatto esempi di edifici moderni determinati dalla convergenza di energia e risorse ma rappresentano radicali non-edifici assolutamente ecologici; ciononostante possono essere annoverati tra gli esempi di architettura moderna.” Quando la struttura a salice deperisce lo scheletro scompare rapidamente e resta soltanto concime. A ben vedere, a rendere il costruire con il salice così affascinante non è né la rapidità né la facilità con cui i virgulti di salice attecchiscono e crescono secondo forme edilizie, ma piuttosto la percezione della sensatezza ecologica di tali interventi. La realizzazione di costruzioni in salice costituisce una delle più antiche e diffuse attività, a cavallo tra l’occupazione ludica del tempo libero e un movimento socio-architettonico che non utilizza alcuna risorsa degna di nota eccetto pochi attrezzi e pochi materiali leganti, che non reca danno all’ambiente ma al contrario fornisce un contributo positivo per la protezione del territorio e per l’arricchimento ecologico.
Per secoli in Europa il salice è stato considerato pianta indispensabile ed ha caratterizzato i nostri paesaggi con la tipica tipologia capitozzata. I suoi rami furono da sempre tagliati a periodi regolari ed utilizzati nel tempo per una gamma infinita di finalità: griglia intrecciata per le murature in terra cruda, materiale base per la realizzazione di oggetti di vimini ed intrecciati vari, per la costruzione di mobili e veicoli, fino all’ultimo impiego, perpetuato fino ai nostri giorni, quale cesta di trasporto dei passeggeri nelle mongolfiere. Con il declinare dell’artigianato in vimini e dell’architettura a traliccio tamponata con argilla cruda, si ebbe l’improvviso decremento delle coltivazioni del salice e quindi per motivi legati all’economia il salice capitozzato scomparve nella gran parte dei paesaggi. La perdita non ha avuto incidenze solo sul piano paesaggistico ma, da un punto di vista ecologico, anche quelle connesse alla variegata composizione del sistema vegetale sviluppatosi in simbiosi con la coltivazione del salice capitozzato. Negli spessi ceppi del tronco del salice capitozzato si formano cavità e fessure che, oltre a rappresentare terreno fertile per la crescita di licheni, muschi e funghi, costituiscono habitat naturale prediletto da numerose specie di uccelli quali la civetta, la cinciallegra e l’upupa, ma anche da un variegato popolo di animali quali pipistrelli, topi, donnole, calabroni, bombi, api selvatiche e da più di cento tipologie di coleotteri, bruchi e farfalle. Da un punto di vista ecologico apparirebbe dunque particolarmente sensato il reintegro della coltivazione del salice capitozzato accompagnato da una interruzione permanente dell’attività di abbattimento degli esemplari residui.
Le più di diecimila costruzioni in salice sin qui realizzate nei parchi gioco dei bambini e nelle scuole in Germania da persone non specializzate, costituiscono quindi un contributo considerevole da un punto ecologico nella misura in cui le piante, nel corso di 10-20 anni formano le loro teste e grossi tronchi con cavità interne. È importante che questi edifici viventi, anche se relativamente recenti, vengano recisi a periodi regolari in modo da produrre le tipiche teste nelle aree del taglio. In tal modo, dalle varie pergole, tipis e tunnel in salice, potranno svilupparsi con gli anni salici capitozzati ecologicamente validi e interessanti nelle forme.

L’architettura a salice come movimento architettonico sociale
A partire dagli anni ‘70, principalmente a cura del gruppo Sanfte Strukturen (Strutture miti), associazione di architetti e artisti di Stoccarda, si ebbero iniziative rivolte a indagare tecniche di costruzione alternative (strutture in argilla, fieno, canna, acqua/ghiaccio, rifiuti) legate a processi ludico-architettonici di volta in volta denominati “azioni architettoniche”, “prototipi architettonici”, “aree-gioco architettoniche” o anche “aree-gioco per gli adulti”. La finalità era rendere comprensibili ed accessibili anche ai non addetti ai lavori processi costruttivi che di norma gli esperti ed i professionisti dell’edilizia tengono lontano dalla popolazione. Obiettivo: cercare di restituire alle fasi di edificazione, l’antico significato di realizzazione individuale attraverso la conformazione dello spazio e al tempo stesso costituire una opportunità per formare comunità e comportamenti di solidarietà. Si mirava cioè a contrastare la tendenza verso un aumento dell’impoverimento formativo e creativo di larghe fasce di popolazione, dei non addetti ai lavori, dei ragazzi e degli abitanti degli agglomerati periferici. L’ipotesti di sviluppare spontaneità e creatività attraverso l’architettura in terra cruda naufragò presto contro gli scogli posti dagli ambiti accademici di Università quali Grenoble, Darmstadt e Kassel, accostatesi all’argomento per trasformare in disciplina specialistica una tecnica costruttiva che da tempi lontanissimi veniva gestita in proprio dagli abitanti di ogni parte del mondo e il cui reinserimento era stato inizialmente pensato in termini dilettantistici, alternativi, artistici e giocosi. Presto intorno all’architettura in terra cruda sorsero precise norme architettoniche e in particolare quelle DIN (Deutschen Industrie-Norm = Norma Industriale Tedesca). Questo aprì le porte all’istituzione di brevetti per apposite miscele e per gli additivi, per i processi di fabbricazione e per quelli produttivi in maniera che da quel momento fosse sottratto agli inesperti ed ai liberi architetti pieni di volontà creativa, ogni margine di ludica velleità. Così l’originaria “architettura alternativa in terra cruda” è stata trasformata in tipologia costruttiva codificata e professionale. Poi gli inizi degli anni ‘80 sempre il Gruppo Sanfte Strukturen verificò la facilità di realizzare strutture spaziali utilizzando i virgulti di salice appena tagliati, anche costruzioni artistiche e strutturalmente complesse; divenne subito chiaro come questa tecnica costruttiva in cui si impiegavano rami appena recisi, si prestasse alle esigenze creative dei non addetti ai lavori e dei giovani in maniera assai più accessibile rispetto all’edilizia in terra cruda. Era stata individuata una tecnica costruttiva semplice, economica e durevole, adatta ad un impiego nel tempo libero di ampie fasce di popolazione e che poteva divenire nel tempo un forte impulso sociale all’interno di un crescente mondo virtuale fatto di televisioni, computer e videogames; una compensazione pratico-artigianale e un’attività naturale e creativa del tempo libero tanto per i giovani quanto per gli adulti, capace di contrastare il sensibile generale impoverimento e rinforzare il legame con la natura attraverso l’apprendimento ed il contatto tecnologico con materiali naturali. Così va inteso il costruire con il salice: possibilità per qualunque individuo di qualsiasi età e strato sociale, di agire attivamente e creativamente in un ambito esterno nonché come piccolo passo utopico in direzione della “appropriazione e conformazione creativa del proprio ambiente” e quindi verso processi lavorativi comunitari e solidali.
Vennero dunque pubblicati i primi tentativi costruttivi che utilizzavano strutture vegetali, i primi volumi realizzati e le prime indicazioni tecniche in riviste di settore e specializzate in maniera da evitare che qualcuno potesse appropriarsi di tali tecnologie brevettandole a proprio vantaggio. Sebbene questi lavori pionieristici, tentativi e risultati fossero finanziati da fondi privati, i gruppi promotori non erano interessati a depositare brevetti in quanto questo avrebbe contrastato con l’impegno sociale e tendenzialmente ostacolato la diffusione sociale del costruire a salice. Proprio grazie a tali pubblicazioni fu possibile respingere la domanda di brevetto europeo per la coltivazione di capanne in salice viventi inoltrata da un produttore di giocattoli tedesco. Grazie al vantaggio empirico e tecnologico e alle costanti e continue pubblicazioni di tutti gli sviluppi nuovi e delle modalità e delle tecniche costruttive, si è riusciti sino ad oggi ad impedire ulteriori tentativi di appropriazione tenendo aperta l’architettura con i salici a tutti i gruppi di popolazione e a tutti i non addetti ai lavori interessati alla formazione e alla creazione. In questo modo l’architettura di salici può continuare liberamente a svilupparsi nei cortili delle scuole, nelle aree gioco per bambini e nei giardini privati in maniera spensierata e tanto più disinibita quanto più i non addetti ai lavori desiderosi di costruire - in primis alunni e insegnanti - possono utilizzare i semplici suggerimenti e trucchi che appaiono nei periodici popolari, nelle riviste di architettura da giardino e nelle pubblicazioni del gruppo promotore. A rendere tutto più facile contribuisce il fatto che la spiegazione delle costruzioni a salici può avvenire senza ricorrere a nessun tipo di regola o formula matematica. Infatti, da un punto di vista legislativo l’architettura con i salici viene considerata non come un corpo di fabbrica ma come un semplice impianto arboreo. Si tratta di posizione fino ad oggi non contrastata dalle norme, veementemente esternata e ripetutamente pubblicata dai vari promotori, per i quali non si tratta di volumi edilizi ma di impianti di alberi realizzabili quindi senza alcun bisogno di licenza edilizia. Per ogni eventuale informazione o permesso non bisogna dunque recarsi all’Ufficio Tecnico ma presso il Comando forestale. Si tratta di una libertà legislativa che per quanto riguarda gli edifici a salice è divenuta regola in Germania e, successivamente, in Austria e in Svizzera.
Neppure per grandi corpi di fabbrica quali lo Auerworldpalast o il Duomo di Vimini a Rostock in Germania, come pure per il Laboratorio di Ricerca del Parco Nazionale di Gesäuse in Austria o il Ribimatte di Huttwil in Svizzera, si è resa necessaria alcuna concessione edilizia. Soltanto per la festa inaugurale di questi grandi volumi e in occasione di eventi coinvolgenti più di cento persone, sono stati necessari collaudi statici e tecnico-architettonici effettuati direttamente a posteriori sulla struttura vivente. In assenza di vincoli legislativi, brevetti e concorrenza da parte degli esperti, l’architettura con i salici può svilupparsi quale libera disciplina creativa artistica e quindi anche come largo movimento architettonico sociale.

La più ampia retrospettiva sulle architetture in materiale vivente fu tentata da Rudolf Steiner. Questi descrisse nella Cronaca di Akasha la modalità di costruzione vigenti in Atlantide: “Nella predisposizione urbanistica di Atlantide tutto era ancora legato alla natura (…). In origine l’insediamento assomigliava ad un giardino in cui le abitazioni si sovrapponevano fatte di alberi che in maniera guidata intrecciavano le ramificazioni. Ciò che la mano dell’uomo costruiva proveniva dalla Natura”. Dalla Glastonbury Abbey, il luogo in cui la chiesa cristiana ebbe la sua origine in Gran Bretagna (la Avalon di Re Artù), si tramanda la leggenda di Giuseppe di Arimatea costruttore di una chiesa in salice, la prima chiesa cristiana in Inghilterra.
Anche per quanto riguarda i monaci irlandesi secondo alcune teorie la mancanza di testimonianze in pietra relative alla loro attività, a partire dai primi secoli paleocristiani fino all’ottavo secolo, si possono spiegare con la costruzione di chiese in salice le quali hanno lasciato come traccia soltanto i resti organici della loro distruzione. Sulle scorta delle notizie di queste leggende e congetture anche lo storico di architettura scozzese James Hall (1700-1799?) edificò nuovamente con le proprie mani due chiese in salice neo gotiche al fine di dimostrare come le forme architettoniche gotiche, quali ad esempio gli archi a sesto acuto, le volte a costolature incrociate e le colonne a fasci nonché l’intero ornamento vegetale, dovette aver avuto la sua effettiva origine proprio in questa tipologia architettura ad impianto vegetale, e inoltre di come gli architetti gotici abbiano derivato le loro conoscenze architettoniche dall’antica architettura a salice presente in Inghilterra, in Irlanda o, forse anche dall’Oriente.
Le numerose esperienze architettoniche contemporanee riferite ai salici viventi paiono confermare questo parallelismo già constatato da Hall, tra le forme strutturali dell’architettura gotica e le leggi di creazione formale presenti in natura. In mancanza di persuasive spiegazioni storico-architettoniche su tale argomento, nulla vieta di seguire l’ipotesi secondo cui le prime cattedrali gotiche vennero edificate ad imitazione delle chiese dei monaci irlandesi costruite con salici. Il versetto biblico ricorrente in alcune architetture in pietra: “un castello invincibile è il nostro Dio” evidenziava forse il tentativo scolpito nella roccia di emulare formalmente le chiese vegetali in salice ma, contemporaneamente, anche l’intento di strapparle dal regno dell’instabilità e della caducità. O forse il desiderio di modalità costruttive più durevoli congiunto ad una radicata diffidenza nei confronti dei processi viventi difficilmente controllabili nella loro irrequietezza? Che i monaci, divenendo progressivamente più ascetici abbiano finito per temere l’opulente fertilità dei salici con la loro forza generativa ancor oggi posta in relazione a culti esoterici? Fatto sta che a tutt’oggi non è stato ancora ben spiegato il nesso tra l’architettura delle cattedrali gotiche e le forme vegetali e le loro leggi formali e legate allo sviluppo. Così resta plausibile l’argomentazione di James Hall.
Anche l’utopista francese Melville (1844) disegnò alberi artisticamente potati che crescono fino a divenire cattedrali vegetali. Durante gli anni ’20 del secolo scorso l’obiettivo del berlinese Arthur Wiechula fu la ripresa dell’architettura a piante viventi. Il libro da lui dedicato a questo tema è pieno di precise raffigurazioni di come abitazioni residenziali, scuole e fabbriche avrebbero potuto essere realizzate e conformate mediante alberi viventi. Poi sopraggiunse la guerra e le sue idee furono rapidamente dimenticate. Bisogna aspettare gli Anni ’70 perché l’architetto prof. Rudolf Doernach di Stoccarda raccogliesse nuovamente tali ipotesi scegliendo il titolo di “biotekt” al posto di quello di “architekt” e consigliando agli studenti di abbandonare le costruzioni convenzionali e nel futuro di piantare case, cioè di svilupparle come organismi viventi. Unendo gli apprendimenti filosofici dell’edilizia naturale e le geniali idee architettoniche di Frei Otto, agli inizi degli anni ’80 si aprì la strada agli architetti Sanfte Strukturen per accedere all’esperienza di una architettura vivente che si riproduce. In particolare, quella a salice. All’incirca nello stesso periodo l’architetto polacco Konrad Chmielewski cominciò a riprodurre disegni visionari di abitazioni e cattedrali che si autogenerano.

Tecniche dell’architettura a salice
Per creare corpi di fabbrica ad organismi viventi si presentano diverse tecniche costruttive. Possiamo qui descrivere le tecniche più comuni: l’impianto dei singoli virgulti, la formazione e l´intreecciarsi di questi, la costruzione di impalcature vegetali e la tecnica a fasci.

L’impianto dei singoli virgulti
Fin dai tempi più antichi i primati e gli uomini hanno utilizzato dei singoli virgulti quale materiale da costruzione. Con essi, tuttavia, si potevano costruire abitazioni dalle dimensioni equivalenti alle lunghezze dei virgulti stessi; piccoli nidi o alloggi temporanei prevalentemente a forma di cupole, Tipi, iglù o di volte a botte.
Anche le prime riproposizioni moderne di queste architetture consistettero nell’impiantare in cerchio dei virgulti che, dopo aver raggiunto i quattro metri di altezza, venivano legati assieme alle estremità in maniera da determinare una struttura a cupola chiusa quale ambiente da gioco per i bambini. Questo principio arcaico ricordava le effimere capanne della savana africana, le capanne sudatorie dei pellirossa e i nidi dormitorio di alcuni primati. Questa tecnica di impiantare singole verghe di creare piccoli ambienti cilindrici posti eventualmente in serie mostra tuttavia limiti legati a funzionalità strutturali e spaziali. Risulta pertanto inappropriata se si desidera ottenere dimensioni più elevate. Tuttavia essa continua a suscitare soprattutto sui costruttori alle prime armi un grande fascino. Grazie ad alcune pubblicazioni degli anni ’90 si ebbe una regolare diffusione dell’architettura a salice che portò alla edificazione di migliaia di strutture di questo tipo nelle aree gioco dei bambini, nelle scuole e nei giardini privati (cupole, tunnel, Tipis, volute e labirinti e molti altri) per lo più ad opera di genitori, insegnanti ed alunni i quali lavoravano in autoregia. Anche l’area sperimentale organizzata a Bonn dagli storici dell’architettura Walfried Pohl e Luzia Meyer, con più di trenta differenti esempi edificati da inesperti, artisti ed architetti negli ultimi dieci anni, consiste in prevalenza in corpi di fabbrica impiantati con singole verghe che determinano aule aperte, ovali e dalla lunghezza che può raggiungere anche i 10 m.
I costruttori inesperti restano fedeli alla tecnica a singole verghe in quanto facilmente gestibile e soprattutto poiché non necessità di impianti di grandi dimensioni. Si tratta di semplici strutture vegetali che possono venir erette in poche ore: dopo poco tempo è possibile soggiornare in un ambiente creatosi spontaneamente e inoltre per lungo tempo è possibile ammirare la trasformazione e lo sviluppo di questo “miracolo impianto”.

La formazione e l´intersecarsi dei virgulti
Con la tecnica della intersecazione e della rigida configurazione, l’immigrante svedese Axel Erlandson edificò in California all’inizio del 20° secolo il parco esotico Tree-Circus (circo degli alberi ). Egli caratterizzò e controllò la crescita degli alberi secondo la sua immaginazione e fissò assieme i rami in modo tale che essi crescessero nelle forme più insolite: alberi a forma di simbolo della pace e a forma di cuore, formazioni di alberi costruiti con tronchi a forma d’arco, radici circolari, tronchi a struttura reticolare, ecc.. Sempre in California già John Krubsack aveva prima di lui conformato dei polloni durante la fase di crescita per ottenerne delle sedie verdi. Si tratta, come è facile capire, di mostri formali e luoghi di tortura ergonomici come primi passi verso un uomo botanico. In questo contesto va ricordato l’avvertimento di Rudolf Doernach contro la possibilità che l’ebrezza vegetale conduca alla nascita di nuovo Frankenstein che abbia smarrito il rispetto verso le leggi formali della natura. Il pericolo continua a mantenersi costante come dimostrano negli Usa le deformazioni vegetali effettuate da Richard Reames e Barbara Delbol. In Germania è soprattutto Konstantin Kirsch che si è dedicato alla formazione e alla crescita di questi legni viventi, ma facendo direttamente riferimento alle idee di Erlandson e di Wiechula. Così più di dieci anni or sono impiantò uno vicino all’altro una serie di virgulti che si intersecavano secondo la planimetria di un’abitazione. Fatti sviluppare questi rami attraverso una crescita ad avvitamento, attende nella convinzione che questi riescano a formare delle vere e proprie pareti secondo l’immaginazione e i disegni di Arthur Wiechula, il quale non dimostrava molta considerazione delle esigenze specifiche di crescita degli alberi ma intendeva piegarli alle sue fantasie e a forme che seguivano esclusivamente finalità funzionali per creare abitazioni, scuole, fabbriche, ponti ecc.

La costruzione di impalcature vegetali
L’architettura a impalcature vegetali è conosciuta da tempi antichissimi. Griglie intrecciate costituite da rami, aste lignee e successivamente da intelaiature in acciaio costituiscono supporto per l’avvitamento di differenti piante rampicanti che tendono verso l’alto e col tempo ricoprono la struttura portante. I consueti riferimenti rimandano ai giardini barocchi dove le strutture portanti e le strutture a rete costruite in acciaio costituiscono sostegni per le piante che tendono a ricprirle e inglobarle nella vegetazione ed assumono forma di volte a botte, piramidi, arcate o pergolati a cupola utilizzando le più differenti tipologie di piante rampicanti e fino a rendere del tutto invisibile la struttura in acciaio. Si tratta di tecniche di supporto ancor oggi utilizzate per l’arrampicamento di piante al fine di creare schermature, pergolati o cupole vegetali. Anche nell’architettura a salice i costruttori si aiutavano con strutture portanti in acciaio, strutture a rete o tubi di acciaio in adeguato spessore in modo da legarvi i salici e di lasciarli crescere al fine di ricoprire luci piú elevate rispetto a quelle che i salici da soli riuscirebbero a coprire.

La tecnica a fasci – il modo costruttivo Mudhif
La millenaria attività architettonica degli Arabi delle paludi mesopotamiche, nell’odierno Iraq, che utilizzano il sistema costruttivo a fasci di canne, risale fino all’età sumera e produsse una delle architetture più affascinanti della storia del mondo. Questo ha suggerito l’idea di trasportare questa tecnica architettonica a fasci, e possibilmente anche la qualità architettonica ad essa legata, alla tecnologia a singoli verghe di salice. Gli Arabi delle paludi legavano assieme le sottili canne palustri in fasci che raggiungevano fino i 50 cm di spessore sviluppando archi con un’apertura dai 6 ai 12 metri per erigere non soltanto semplici abitazioni, ma anche palazzi e ambienti sacri. Nell’architettura a salice è possibile agire secondo identiche procedure fissando insieme le verghe fino a creare con spessi fasci dai 20 ai 60 cm di spessore, arcate di simili luci. Questa tecnica costruttiva è definita “modo costruttivo Mudhif” proprio in riferimento a quella a canne palustri delle popolazioni mesopotamiche.
Una simile tecnica (architettura a fascine) viene da molto tempo applicata nel consolidamento di strutture idrauliche con fasci di verghe di salice impiantati per il rinforzo dei bordi e delle rive dei fiumi. Soprattutto attraverso l’attività e le pubblicazioni del Gruppo Sanfte Strukturen questa tecnica si è sviluppata secondo standard generalizzati. Negli ultimi dieci anni più di duemila collaboratori volontari provenienti da più di dodici nazioni hanno preso parte ai diversi cantieri di questo tipo per la costruzione di architettoniche verdi pubbliche e, quali moltiplicatori, hanno contribuito alla diffusione di questa tecnica. Così si trovano oggi strutture e corpi di fabbrica costruiti in verghe di salice secondo la tecnica Mudhif anche in Svizzera, Austria, Polonia, Estonia, Lituania, Slovenia, Svezia, Danimarca, Belgio, Olanda e Gran Bretagna. In quest’ultimo Paese, ove per altro non si è mai persa la tradizione dell’architettura a salice e quindi vi sono numerosi esempi isolati sicuramente in continuità dei modelli storici – a partire da quelli dei monaci irlandesi fino ad arrivare a quelli di James Hall – l’architettura a salice conosce una nuova e intensa diffusione.


Costruzioni ottimizzate
Dalle strutture a tecnica Mudhif ai strutture a intreccio

Le possibilità architettoniche dell’architettura a salice si sono fortemente ampliate soprattutto grazie alla tecnica a fasci. Grazie ai numerosi esperimenti e allo sviluppo tecnologico di progetto in progetto, le dimensioni tridimensionali delle costruzioni sono state via via ampliate.
Per sviluppare forme strutturali ottimali e precise si è in genere lavorato con modelli di grandezza in scala 1:20. Questi modelli hanno consentito di definire e disegnare i singoli archi. In funzione dello specifico arco è oggi possibile definire le sottili tubature in acciaio non zincato (di 3/4 di pollice) aventi la flessione desiderata. Queste tubature in acciaio, preventivamente arcuate, fungono da forme-guida attorno a cui legare le verghe di salice. In tal modo si ottengono gli archi desiderati, precisi di forma e spessore, senza la necessità di verificarne costantemente le misure o provvedere direttamente alla conformazione.
Si tratta di una tecnica che ha prodotto buoni risultati ed è indispensabile per le costruzioni costituite da gusci appesi, le quali hanno bisogno di modelli di riferimento in quanto solo una precisa modellatura è in grado di assicurare la necessaria stabilità statica. Le sottili tubature in acciaio fungono quali elementi di sostegno nell'area superiore della cupola fintantoché le verghe del salice non raggiungono la sommità andando a sostituire le tubature in acciaio nella loro funzione portante. Si sviluppa a questo punto come una contesa tra i rami dei fasci che crescono e si ispessiscono e che si assumono il carico statico mentre le tubature in acciaio progressivamente si corrodono e perdono la loro funzione portante.
In conclusione, impiegare fasci di salice quali elementi strutturali autoportanti e svilupparli quali strutture autoportanti, costituisce operazione corretta e raccomandabile.
Da parte di alcuni costruttori si è mal compreso il funzionamento limitato nel tempo delle sottili tubature in acciaio quali elementi di supporto ovvero quali modelli di conformazione e quindi hanno utilizzano tubature in acciaio zincate persino per strutture in salice di piccole dimensioni e di scarsa rilevanza architettonica. Con trasformando le potenzialità autoportanti della struttura costituita da fasci di salice in una struttura in acciaio ricoperta di verde.
 

 

 

 

 

 

 

 
 

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