BIOARCHITETTURA
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Numero 50-51-52 di agosto 2006 -
gennaio 2007
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Malesia: la storia della casa blu
Cristina Vignocchi
Nonostante le vecchie case coloniali convivano accanto a nuovi
palazzi anonimi ricchi di insegne luminose e siano spesso
soffocate dai grattacieli, Georgetown - capitale storica
dell’isola - conserva ancora un grande fascino e ricorda ad ogni
angolo l’arrivo di colonizzatori da terre lontane. Girando tra i
quartieri multietnici si ha l’impressione di vivere
contemporaneamente sia in paesi diversi, che in diversi periodi
storici. Cinesi, inglesi, portoghesi, arabi, siamesi, birmani,
indiani, giapponesi e altri ancora sono giunti su questa magica
isola e qui hanno fatto la loro fortuna. La presenza più solida e
vivace è ancor oggi quella cinese, confermata dalle lunghe vie
fiancheggiate dalle tipiche case-bottega a due piani che si
susseguono a schiera. Le facciate sono ricoperte di vecchi
cartelli pubblicitari di latta e di nuovi in plexiglas, riempiti
con una colorata successione di ideogrammi cinesi. La presenza
mercantile cinese a Georgetown assume alto valore culturale ed
estetico nella “Maison Bleu” chiamata in questo modo per le sue
pareti colorate di indaco, costruita nel 1890 per l’uomo d’affari
cinese Cheong Fatt Tze. Egli morì nel 1917 e la casa blu si trova
ora completamente circondata da palazzi modernissimi e grattacieli
che la connotano come un reperto di architettura del passato -
irreale seppur affatto lontano - ma completamente avulso dal
contesto odierno. Rappresenta quindi una meta turistica e di
curiosità, oltre ad essere diventato un hotel raffinato e
caratteristico. Cheong, figlio adottivo di un ricco commerciante
di Jakarta, fece la sua fortuna realizzando la prima linea di
navigazione a vapore tra Menang, Sumatra e Penang, continuando poi
con una serie lungimirante di investimenti commerciali, operazioni
bancarie, produzione tessile ed estrazione mineraria. Per
promuovere gli interessi tra Asia e Malesia il governo cinese gli
offrì una posizione governativa elevandolo al grado di “mandarino
commissario speciale” per l’Asia sud orientale. La sua particolare
posizione di cinese in colonia britannica indiana lo rese propenso
al cosmopolitismo, posizione evidente nelle scelte costruttive
della sua enorme Maison. Si tratta di una casa a corte attorno
alla quale si sviluppano le diverse ali abitative, la cui parte
centrale è caratterizzata da voluminosi timpani sui quali sono
rappresentati i cinque elementi (terra, fuoco, acqua, legno e
metallo) secondo i principi feng-shui. Ma stranamente sono gli
angoli della casa, anziché le facciate, a rivolgersi verso i punti
cardinali, come se “si fosse dovuta appoggiare su un pendio come
un drago con le zampe posteriori in posizione elevata rispetto a
quelle anteriori” creando appositamente un dislivello artificiale
per ottenere questo motivo simbolico. Poiché secondo il feng-shui
è vitale che tutte le abitazioni siano attraversate dai venti e
dai flussi d’acqua per la corretta circolazione delle energie,
Cheong ha voluto una grande corte centrale fiancheggiata da
quattro più piccole fra la costruzione principale e le altre due
ali, in maniera che luce e aria raggiungessero gli angoli più
nascosti. Per risolvere il problema dell’acqua i progettisti hanno
installato i tubi all'interno delle pareti in modo che l'acqua
piovana fluisse intorno alle corti ed emergesse alla base delle
stesse prima dello scarico verso l'esterno, nella parte anteriore
della casa. Per evitare che la corte quadrata richiamasse il
numero 4 (che nella tradizione cinese ha a che fare con la morte)
Cheong fece disporre agli angoli delle doppie colonne in maniera
da creare il fortunato numero 8. Anche nella progettazione delle
ali laterali fu molto importante la numerologia, infatti ogni ala
ha sei stanze secondo il principio della scorrevolezza. Allo
stesso modo sulle porte ed i muri vennero disegnati motti
propiziatori realizzati in maniera tridimensionale e multicolore
tramite cocci di porcellane, seguendo la tradizione Chien Nien
tipica della regione d’origine di Cheong. L’unico figlio generato
da Cheong all’età di 74 anni con la sua settima moglie, non visse
a lungo e la casa andò lentamente in rovina ospitando varie
famiglie. Una raccolta di fondi della Conservazione dei Beni
Culturali ne permise l’acquisto e il restauro con tecniche e
materiali tradizionali sotto la guida di esperti di diversi paesi.
È stato così restituito alla fruizione un interessante esempio di
eclettismo architettonico ottocentesco in cui si celebrano
matrimoni e convegni, esaltato anche dal cinema che ne ha fatto
uno dei set più ambiti girandovi tra l’altro il film “Indovina”
con Catherine Deneuve.





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