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BIOARCHITETTURA
 

Numero 50-51-52 di agosto 2006 - gennaio 2007

India: la casa nella casa
Ancestralità e geografia sacra nei villaggi

dell’Orissa meridionale
Stefano Beggiora

Il territorio dell’Orissa, uno degli stati tropicali dell’India, si estende lungo il corso del Mahanadi e nella zona costiera del suo delta. Le aree rurali delle verdeggianti pianure costiere lasciano spazio alla foresta che ricopre gli altopiani dell’interno. È una regione abitata da numerose etnie e, fra queste, i Lanjia Saora – o Saora delle colline – costituiscono, assieme ai vicini Khond, uno dei maggiori gruppi tribali della zona. Il territorio di questa comunità si estende nella giungla degli altopiani a sud dei distretti di Rayagada e Gajapati, in un’area compresa tra Udayagiri a nord, Gunupur ad ovest e Parlakhemundi a sud, a pochissima distanza dall’Andhra Pradesh. Nella tribù dei Saora, che vanta antichissime origini riportate nei testi sacri dell’Hinduismo, si tramanda ancor oggi una tradizione di tipo sciamanico in cui la visione del mondo è codificata attraverso una costante fusione tra la realtà empirica, oggettiva, della vita quotidiana e la realtà sottile delle entità soprannaturali che compongono la natura stessa. Il territorio circostante quindi, foresta e colline, viene inteso come il regno delle divinità, o meglio, degli spiriti naturali, delle deità ancestrali, che in lingua Saora prendono il nome di sonum. Questi spiriti presiedono alle manifestazioni della natura ed al ciclo di alternanza delle stagioni; possono comparire in sogno o durante la trance agli sciamani della tribù e sono onorati in alcune “potenziali” dimore distribuite sul territorio. Fra i Saora tali luoghi prendono il nome di Case; possono essere più d’uno per ogni spirito conosciuto e sono intese come potenziali in quanto le entità sono immaginate spostarsi fisicamente nella regione e decidere se fermarsi o meno in un determinato sito. Alcuni sono veri luoghi di culto - in cui lo spirito è chiamato a prender dimora per ricevere le offerte donategli - che si inscrivono nel territorio della tribù accanto all’insieme dei villaggi e delle zone abitate che costellano l’area. Una vera e propria geografia sacra fatta di rocce, alberi, crocevia e cascate, riconosciuta come sacra dagli sciamani del luogo. Secondo tradizione le vie di comunicazione sottili fra le Case degli spiriti intersecano trasversalmente i sentieri battuti dagli uomini, formando una sorta di griglia, un codice segreto d’unione fra dimensione naturale e soprannaturale. Lo stesso universo, secondo la tradizionale concezione Saora, viene immaginato come bipartito fra dimensione terrena, il mondo dei vivi, ed una estensione ctonia, il mondo dei morti. La prima coincide con la superficie terrestre il cui ipotetico centro è proprio la comunità del villaggio, circondata dal territorio selvaggio in cui vivono gli animali e gli spiriti naturali che condividono con l’uomo la medesima dimensione spaziale. L’aldilà invece, pur mantenendo caratteristiche analoghe a quelle terrestri, viene quasi universalmente inteso come sviluppato al di sotto della superficie. A tale dimensione sono destinati i defunti che attraverso la morte rinascono ad una seconda vita affrontando una nuova esistenza di natura incorporea. Pur mantenendo caratteristiche morfologiche affini al mondo reale, l’universo ctonio è percepito come fosco. Non sorgendovi il sole, si tratta di un mondo oscuro, fatto d’ombre, in cui regna il gelo perenne. Le anime dei defunti sono quindi immaginate spaurite, infreddolite e soprattutto affamate: pur coltivando i campi delle piantagioni del mondo sotterraneo, i frutti ottenuti da tali fatiche risultano inevitabilmente miseri. Tale concezione starebbe alla base dell’idea di perpetua migrazione dei defunti verso il mondo dei vivi. È interessante notare come ogni malattia, ogni incidente, qualsivoglia avvenimento di una certa pericolosità o comunque al di fuori della norma sia, in questa comunità, inteso come l’azione di un agente soprannaturale. Nei casi in cui tale evento non viene attribuito dagli sciamani all’azione nefasta di un qualche spirito maligno, le cause sono riportate all’anima di un defunto o di un antenato. Le uniche modalità di comunicazione che gli spiriti dei trapassati posseggono per entrare in contatto con i vivi sono infatti le visioni oniriche, la malattia, la rottura di oggetti o altri accadimenti straordinari. Nel caso di antenati o tutelari protettori del clan, tali “apparizioni” potrebbero essere foriere di messaggi o avvertimenti importanti. In altri casi le anime dei defunti migrerebbero verso l’alto per ricevere cibo, offerte e attenzioni dai propri familiari in vita o per ammonirli a causa di qualche possibile dimenticanza nell’osservazione del loro stesso memoriale. Le cerimonie funebri costituiscono infatti una prerogativa di accesso e rinascita nell’aldilà. Fra i Saora si tratta di celebrazioni molto complesse: successivamente alla cremazione del corpo, dopo un lasso di tempo di circa dodici giorni, è previsto il sacrificio di un bufalo, la cui anima è chiamata ad accompagnare il defunto verso una felice dimora ctonia. Le ceneri sono inumate nel ganuar, luogo in cui si erigono dei megaliti in memoriale dei defunti. Tale complesso rituale prende il nome di guar, vi sono poi successive ricorrenze annuali in cui tutti i defunti del clan sono ricordati e commemorati. Il legame tra gli abitanti dei villaggi e i propri antenati è molto forte. Più il culto dei defunti è osservato, più questi ultimi risulteranno pacificati ed appagati dalle offerte della tribù. Le loro apparizioni si faranno più sporadiche, staccandosi sempre più dalla dimensione terrena e cristallizzandosi nella nuova forma sottile. Ciò significa che, se l’anima di un defunto è appagata ed ogni memoriale si è svolto correttamente, questa gradualmente si trasformerà da spirito in pena a tutelare ed infine ad antenato. È come se l’anima stessa attraversasse diversi gradi di manifestazione, in cui i primi siano sintomaticamente e potenzialmente pericolosi, mutandosi poi in atteggiamenti più benevoli e protettivi. Alcuni studiosi - ma il fatto è notorio ed abbiamo avuto occasione di documentarlo qui come in altre comunità del Subcontinente indiano - hanno individuato presso tali culture il principio di una sorta di mutuo “nutrimento” fra i vivi e i defunti. Pressoché ovunque le anime degli antenati sono immaginate lasciare a loro volta, dopo qualche tempo, il mondo dei defunti per rinascere, oppure manifestarsi altrove in forme ancora più sottili o rarefatte. Generalmente il periodo di permanenza nell’aldilà coincide con il tempo della memoria dello stesso defunto in seno alla propria comunità. Se questa ulteriore trasformazione si verifica, è segno che tutto si è svolto nel migliore dei modi. I defunti quindi lascerebbero, dopo la seconda dipartita, una sorta di sostrato “animico”, più sottile ancora dell’anima stessa, che costituirà negli anni a venire l’elemento essenziale per la potenziale fertilità della terra. Nutrire gli antenati tramite le offerte significa per gli sciamani non solo celebrarne il memoriale, ma anche costruire i presupposti perché il proprio territorio sia vivo e fertile per i propri discendenti e le generazioni a venire. Fra i Lanjia Saora tale senso di ancestralità clanica sembra essere rafforzato dal complesso codice di dipinti murali comunemente conosciuto come anital. In tutte le tribù della zona c’è una certa propensione alle pitture murali. In un modo o nell’altro ogni dipinto è collegato ad una qualche idea religiosa, ad una particolare ricorrenza, o ad un semplice rituale in onore della divinità. La pittura e la decorazione murale, diffusissime in tutta l’Orissa a scopo estetico, come qualsiasi altro aspetto della cultura indiana non risultano infatti decontestualizzabili dalle basi culturali e religiose della popolazione in questione. L’anital saora tuttavia, in nessun caso sarebbe da considerarsi come arte, né ha scopo decorativo. Mentre fra gli altri gruppi tribali l’artista esegue l’opera sui muri esterni delle capanne, gli anital hanno carattere riservato; trascendendo il lato estetico, sono realizzati tutti all’interno della casa. Si tratta di raffigurazioni che narrano la trama di un sogno o di una visione, se questi vengono considerati delle reali apparizioni di spiriti o di defunti. L’esigenza quindi di creare un anital deriverebbe da una difficoltà affrontata dal commissionante o da una percepita rottura dell’armonia fra mondo naturale e soprannaturale. Per inciso osserviamo che il termine anital deriva dalla radice verbale saora id-, scrivere, e dal sostantivo talan (probabilmente la contrazione di kitalan), muro, quindi il termine può essere tradotto come scrittura o pittura murale. Il nome del cosiddetto anitalmaran, l’esecutore, è quindi traducibile con uomo-pittura. Egli era anticamente un adepto dello sciamano, che tracciava il disegno sotto la sua supervisione, oppure lo sciamano stesso poteva di suo pugno raffigurare la visione avuta in sogno dal commissionante. La supervisione è un aspetto importantissimo di questi riti, in quanto lo spirito a cui l’anital è dedicato, manifestandosi attraverso il corpo dello sciamano in trance, esprimerà in seguito il proprio parere sull’opera. Per questo motivo nessun particolare dev’essere omesso, dagli eventi svoltisi, ai simboli sacri, ad ogni singolo oggetto appartenuto in vita al trapassato. Per la maggior parte dei casi infatti i disegni sono eseguiti per placare i defunti o per suggellare patti con loro. Ad esempio in casi di possessione o di infestazione della casa, lo sciamano potrebbe ritenere non sufficiente il sacrificio e consigliare di completare il rito con l’esecuzione di una pittura murale per gli antenati. L’anital eseguito in loro onore costituisce in un certo senso la forma scritta del patto di alleanza fra viventi e defunti. Per fare un altro esempio, la pittura dell’anital si rende opportuna nei casi in cui un antenato, come spesso accade in queste tribù, si manifesta per la donazione del nome ad un piccolo discendente proponendosi come suo tutelare. Capita che, quando un bambino manifesta febbri od altri disturbi, lo sciamano in trance codifichi tale caso come la presenza di un tutelare la cui via di pacificazione sarà l’eredità del nome dell’avo per il nuovo nato e l’invito formale allo spirito protettore a prendere dimora nel dipinto a lui dedicato. Gli anital diventano quindi case nelle case. Case degli spiriti e dimore degli antenati, spazio empirico e universo ctonio, centro del villaggio e territorio, diventano i poli attorno a cui si sviluppa questo peculiare e complesso cosmo sciamanico. Un’idea di spazio codificabile solo attraverso il rapporto intimo fra uomo e natura ed il senso di appartenenza di un popolo alla sua terra.
 

 

 

 

 

 

 
 

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