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BIOARCHITETTURA
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Numero 50-51-52 di agosto 2006 -
gennaio 2007
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Il clima locale
Climatologia e Biometeorologia delle aree urbane
Giovanni Latini, Giorgio Passerini
La caratterizzazione meteoclimatica di un ambiente urbano può
presentare notevoli difficoltà in funzione delle complessità
naturali dovute al dispiegarsi del tessuto urbano in una zona
collinare o montuosa oppure costiera; a ciò si aggiunge la
complessità propria della configurazione topografica dell'ambiente
urbano, comprensiva di strade fiancheggiate da edifici, piazze in
cui confluiscono più strade, aree verdi ed aree attraversate da
flussi di traffico consistenti accanto a zone con traffico
diffuso. Le città sono inoltre sorgenti antropogeniche di calore e
inquinamento, come dimostrano diversi studi che hanno attribuito
all’urbanizzazione cambiamenti radicali nelle caratteristiche
radiative, termodinamiche e aerodinamiche della superficie
rispetto a quelle delle zone rurali circostanti. In particolare
risultano modificati parametri meteoclimatici quali: temperatura
superficiale, umidità, precipitazioni, nebbia, qualità dell’aria,
altezza dello strato di rimescolamento, profilo di vento. È
dimostrato inoltre che le pareti degli edifici e le superfici
stradali, funzionando come elementi riflettenti la radiazione
solare, determinano il rimbalzo della componente radiativa e
l’accentuazione degli effetti complessivi sulle pareti stesse, sul
terreno e sul volume d’aria interposto. Alla formazione e
permanenza di tale massa d’aria stabile intermedia (definibile
“trappola termica”) contribuiscono le condizioni di scarsa
ventilazione prodotte dagli ostacoli dell’edificato che tendono a
trasformarla in un vero e proprio cuscino di aria ferma e
surriscaldata promotrice di condizioni favorevoli all’inquinamento
(ozono fotochimico, smog, etc.) e al disagio estivo. Il meccanismo
della “trappola termica” esalta infatti le proprietà del tessuto
urbano di immagazzinare calore in misura maggiore rispetto al
territorio non edificato, con modalità e dimensioni che dipendono
dai diversi usi del suolo, dai materiali presenti e dalla
geometria del costruito. Analizzando il fenomeno, è possibile
scomporlo in due fasi temporali separate: una diurna, in cui
l’insieme urbano (the building-air-ground volume) capta la
radiazione solare e la immagazzina sotto forma di calore negli
elementi / materiali componenti; una notturna, in cui viene
restituito all’ambiente parte del calore accumulato. Per cui a
parità di radiazione solare le zone a maggiore densità costruttiva
immagazzinano di giorno maggiori percentuali di calore a cui
corrispondono maggiori rilasci termici notturni. Più precisamente
a parità di flussi radiativi un’area urbana centrale densamente
costruita evidenzia una capacità di accumulo diurno e successivo
rilascio notturno pari a circa 1,5 volte quella di un’area rurale
libera da edifici. Si tratta ovviamente di un indicatore che va
declinato in funzione della natura dei materiali, della geometria
del costruito, della morfologia vegetale, etc. senza trascurare le
dimensioni verticali degli edifici e quindi anche l’estensione
della superficie verticale captante e le dimensioni della massa
per l’accumulo termico. Va tenuto inoltre presente che, nelle
situazioni in cui la velocità del vento non supera i 25 Km/h e
quindi non riesce a disperdere il velo d’inquinamento presente
nelle aree urbane, quest’ultimo modifica il bilancio radiativo
schermando l’insolazione durante il giorno e riemettendo la
radiazione terrestre durante la notte. Gli studi condotti
sull’interazione tra i campi di vento e la complessa struttura
delle città si sono concentrati soprattutto su due tipologie
topografiche urbane: il “canyon urbano” (Street Canyon) definito
come la strada costeggiata ai lati da edifici, e l'incrocio cioè
uno slargo ampio in cui confluisce e si distribuisce il traffico
proveniente da più strade. Molti di questi studi sono riusciti ad
evidenziare alcune regolarità dell'interazione tra campo
anemologico indisturbato e la microtopografia e, schematizzato
tali regolarità, hanno definito parametri fenomenologici
dipendenti dalla situazione esaminata. Innanzitutto è stato
verificato che, dato il maggior attrito con le superfici, nelle
grandi città la velocità del vento è di circa il 25% inferiore
rispetto alle aree rurali, con riduzioni che si accentuano in
situazioni di vento forte. La presenza di un edificio o di un
gruppo di edifici, oltre a determinare interazioni tra superficie
ed atmosfera nel campo della temperatura e dell'umidità, ha
infatti un impatto di tipo aerodinamico soprattutto nelle
situazioni a ventilazione sostenuta, in cui la superficie
discontinua delle aree costruite accresce la turbolenza ed i
vortici ed i volumi più consistenti determinano effetti
d'incanalamento.
L’edificio costituisce quindi un vero e proprio ostacolo che le
correnti possono superare o aggirare, con modalità di moto
turbolento o laminare, in funzione dell’interazione tra le
proprietà del flusso e le caratteristiche dell’edificio. Si tratta
dunque di fenomeno caratterizzato dalla velocità delle correnti e
dalla stabilità dell'aria nello strato più prossimo alla
superficie, ma anche dalla forma dell'ostacolo (secondo una
sezione perpendicolare alle correnti) e dalla sua altezza. Se il
flusso d'aria supera l’ostacolo scavalcandolo, la brusca
discontinuità dell'orientamento della superficie provoca la
formazione di vortici ad asse orizzontale, sopravento e sottovento
all'ostacolo. In altri casi (forte stabilità e non eccessiva
velocità della corrente) la corrente d'aria che incontra
l'ostacolo viene "divisa" dall'edificio: le correnti,
oltrepassandolo, si rinforzano sui suoi fianchi. In questo caso,
sottovento all'ostacolo, si possono formare vortici ad asse
verticale, una sorta di “scia” dell’edificio nel fluido in
movimento. La stabilità dell'aria nello strato superficiale è in
genere maggiore di notte per cui, a parità di altre condizioni,
questo fenomeno tende a verificarsi nelle situazioni notturne.
Tecnicamente il flusso d’aria attorno ad un ostacolo isolato è
noto come isolated roughness flow, ed è caratterizzato dalle
seguenti strutture:
- il “bolster eddy vortex”, localizzato a monte dell’edificio,
dovuto all’impatto del flusso d’aria sulla faccia sopra vento;
- il “lee eddy vortex” nella cavità a valle dell’edificio, indotto
dalla separazione del flusso in corrispondenza degli spigoli
dell’edificio stesso;
- il “building wake”, localizzato a valle dell’edificio e
caratterizzata da un aumento locale del livello di turbolenza ed
una diminuzione di velocità rispetto al flusso medio;
- lo street canyon, definibile come l’unità geometrica base della
rete viaria in ambito urbano.
È definito da tre parametri principali:
- l'altezza principale delle costruzioni nel canyon, H;
- la larghezza del canyon, W;
- la lunghezza del canyon, L.
Dati i tre parametri (H, W, L) la descrizione geometrica del
canyon è limitata a tre semplici misure: il rapporto H/W, il
rapporto L/H e la densità della costruzione J=Ar/Al, dove Ar è
l'area approssimativa piana della copertura edificata e Al è
l'area del terreno occupata per ogni edificio. La caratteristica
fondamentale di un canyon urbano è quella di favorire, in
determinate condizioni, l’instaurarsi di una circolazione d’aria
di tipo fortemente locale, costituita da un vortice elicoidale con
asse parallelo all’asse longitudinale del canyon. In tali
condizioni, il tipo di circolazione locale che si è instaurata,
parzialmente isolata dall’ambiente circostante, può limitare il
trasporto verso l’esterno degli inquinanti, limitando il processo
dispersivo. I “canyon urbani” catturano una maggiore quantità di
radiazione solare, intrappolata dalla numerose riflessioni
multiple che i raggi solari subiscono da parte delle pareti dei
palazzi e del fondo stradale. L'intrappolamento della radiazione
solare e infrarossa è tanto maggiore, quanto più gli edifici sono
alti rispetto alla larghezza della via.
Più estesa è l’area urbana, maggiori saranno gli effetti sul clima
locale. Nasce quindi il clima della città, le cui modificazioni
meteorologiche sono, in maggior parte, confinate in uno strato di
atmosfera chiamato Urban Boundary Layer (UBL). In condizioni di
calma atmosferica in tale strato si avrà una situazione urbana
circoscritta con umidità inferiore ma temperatura superiore alle
aree circostanti; si svilupperà una brezza locale diretta dalla
periferia verso il centro, con l’aumento degli inquinanti in
direzione dell’abitato. In caso di precipitazioni, esse saranno
più frequenti e violente a causa dell’aumento dei nuclei di
condensazione nell’aria e dell’attrazione provocata dalla
differenza di pressione atmosferica. A mitigare le differenze tra
meteorologia urbana e quella agricola circostante intervengono,
durante le ore diurne, i più elevati valori di ventosità e
turbolenza dell'aria, cui consegue il rimescolamento della massa
atmosferica a scala sufficientemente ampia. Facendo il grafico
delle isoterme in una mappa superficiale di una città si ottiene
proprio un’isola, di qui il termine “isola di calore” (heat island).
L’aumento di temperatura dell’isola di calore è “modulato” anche
dal vento medio presente sulla zona, dalla copertura nuvolosa del
cielo e dalle precipitazioni. Si registra un aumento della
velocità del vento al di sopra della città durante la notte,
probabilmente dovuto al locale gradiente orizzontale di
temperatura urbana, con un locale aumento del rimescolamento e
della turbolenza. Per quanto sopra, la differenza fra la massima
temperatura urbana rilevata e la minima temperatura rurale, è
definita come “intensità urbana dell'isola di calore”. Sono stati
effettuati vari studi sull'intensità dell'isola di calore per
molte città.
CITTA’ Incremento
di temperatura
Shanghai 6,5°C
Tokyo
3,0°C
Mosca
3 – 3,5°C
New York 2,9°C
30 città USA 1,1°C
CITTA’ Intensità dell’isola di calore
Malmo
7 K
Kualan Lumpur 6 – 7 K
Calcutta
6,5 K
New Delhi 6 K
Madras
4 K
Goteborg 3,5
– 6 K
Atene
2 – 15 K
Poiché la differenza di radiazione netta di onda corta tra città e
campagna circostante é in genere quantitativamente trascurabile,
essendo il minore flusso in arrivo sulla superficie urbana
compensato dal valore più basso della sua albedo, la spiegazione
del diverso comportamento della temperatura pare addebitabile
sostanzialmente alla diversità nella gamma delle onde lunghe tra
il bilancio radiativo dei nuclei urbani e quello delle zone
rurali. Anche perché la radiazione di onda lunga è sensibilmente
più influenzata dall'ambiente urbano sia per l’effetto
dell'inquinamento da aerosol sia per il maggiore valore di
temperatura che caratterizza le superfici urbane rispetto a quelle
agricole circostanti. Il fenomeno della “isola di calore” è reso
ancora più intenso dall’estensione ridotta di superfici
evaporanti, come specchi d'acqua, prati ed alberi. Le piante
infatti sono in grado di assorbire energia solare (in particolare
la radiazione visibile, la più calda) che, attraverso il processo
fotosintetico, trasformano in energia biochimica. Gli effetti
microclimatici dovuti alla evapotraspirazione sono riscontrabili
soprattutto in aree esposte all’incidenza di una forte radiazione
solare ma poco ventilate. Particolarmente efficace è l'effetto
refrigerante degli alberi che sottraggono calore all'ambiente sia
mediante le foglie che attraverso l'ombra proiettata al suolo.
Relativamente ridotto in presenza di singoli alberi, l’effetto
diventa decisamente sensibile in caso di ampie zone verdi: molti
autori concordano nell’individuare una differenza di temperatura
dell’aria di 2-4°C fra gli spazi interclusi in grandi aree verdi
(dell’ordine di 50 ha) e quelli dell’ambiente costruito
immediatamente circostante. Da tali premesse deriva che l’uso del
verde urbano può essere proficuamente gestito come sistema
passivo, da integrare opportunamente agli edifici, per migliorarne
il microclima estivo e la qualità dell’aria.
Oltre alle interessanti implicazioni in fase progettuale, la
conoscenza del comportamento climatico e biometeorologico di un
insediamento urbano fornisce indispensabili strumenti per valutare
sia l'andamento spazio / temporale della concentrazione che le
possibili conseguenze del rilascio di inquinanti aeriformi
nell'area circostante la sorgente. Per verificare il rispetto dei
limiti di legge e, più in generale, per valutare gli effetti a
lungo termine delle emissioni inquinanti di routine, occorre
infatti valutare le concentrazioni medie "climatologiche" sul
territorio circostante la sorgente attraverso una completa
caratterizzazione della meteorologia nella zona di interesse.





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