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BIOARCHITETTURA
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Numero 50-51-52 di agosto 2006 -
gennaio 2007
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Bhutan: il Paese del Drago tonante
Nicoletta Celli
Racchiuso tra i picchi orientali della catena himalayana e le
brevi aperture pianeggianti (duar) che scendono verso la piana del
Bengala, il Bhutan deve molto del suo fascino alla varietà di
paesaggio che si svela a poco a poco e che pare insospettabile a
chi vi si avvicina da Phuentsholing, tradizionale punto d’accesso
a sud-ovest del Paese. La strada serpeggia tra alture tropicali e
sale senza tregua, offrendo a ogni tornante scorci mozzafiato
sull’umida pianura indiana e sulle colline sovrapposte che
chiudono a nord l’orizzonte. La sensazione di aver varcato una
“soglia” (questo è il significato di duar) e di essere penetrati
in un mondo a parte, è sottolineata da una natura avvolgente, un
vero e proprio confine che separa il quieto e assolato scenario
gangetico da un paesaggio in crescendo per altezze ed intensità.
La vegetazione trabocca esuberante cosicché solamente dopo
numerose ore di viaggio tortuoso lo sguardo e la mente si
distendono, e così la strada, nella piccola valle di Paro. La
cittadina è una delle località della fascia pedemontana che si
allunga da est a ovest ed è interrotta da creste che si innalzano
oltre i 3000 metri. Paro, Thimpu, Punakha, Tongsa, e Jakar sono i
principali centri di questa zona mediana ed insieme custodiscono
la storia del Bhutan, rappresentata dalle imponenti architetture
degli dzong, i monasteri-fortezza che fungevano da centri del
potere amministrativo e religioso locale, emblemi della divisione
del paese fino all’unità faticosamente raggiunta nel XX secolo.
Mentre le caratteristiche di queste roccaforti, adagiate in
posizioni strategiche e spettacolari, hanno da sempre attirato
l’attenzione degli studiosi, le abitazioni tradizionali sono meno
note, pur essendo dei veri gioielli dell’architettura bhutanese e
un unicum nel panorama dell’architettura himalayana. Presenti in
tutta la zona pedemontana, possono essere particolarmente
apprezzate a est di Tongsa, nello splendido villaggio di Ura, una
manciata di casette appoggiate sulle morbide increspature della
valle al centro di un’ampia cornice montuosa. Le case sono
concepite per il rigido clima di montagna, costruite con materiali
e tecniche tradizionali e non ancora soppiantate dagli edifici
moderni da poco comparsi a Thimpu. Si tratta di costruzioni ad uno
o due piani con tetto spiovente, sotto il quale è ricavata una
soffitta che si estende per quasi tutta la superficie
dell’edificio. Al di là della somiglianza nei colori dominanti -
il bianco dell’intonaco e i tocchi di rosso sulle decorazioni
esterne - non vi è nulla qui dell’austerità delle abitazioni del
Tibet, fonte e modello per molti aspetti della cultura del Bhutan;
né, d’altra parte, il paesaggio conosce le asprezze
dell’altopiano. Questa gentilezza della natura pare riverberarsi
nell’eleganza delle abitazioni, in cui gli accorgimenti tecnici
sono sempre accompagnati da una nota di frivola ricercatezza.
Legno e pietra costituiscono i materiali principali. La casa, a
pianta rettangolare, ha fondamenta e muri di pietra (nel Bhutan
occidentale questi ultimi sono di fango pressato) mentre una
struttura di travi in legno sostiene il primo ed il secondo piano.
Interamente lignee sono anche le finestre e la veranda, poco
aggettante, che si estende lungo un lato del piano superiore,
presentandosi in una forma caratteristica a tre aperture.
L’intelaiatura traforata delle finestre è assai elaborata e,
grazie a disegni in rosso, verde, giallo e nero, anima di una nota
cromatica le facciate candide. L’interno della casa, quasi privo
di mobili e con pochi ma comodi ambienti, è il trionfo
dell’essenzialità e dell’economia degli spazi. La cucina, posta al
primo piano, confina con un ripostiglio-dispensa e funge da luogo
di ritrovo della famiglia: di giorno intorno al focolare (in molte
case sostituito da un più moderno fornello a gas) e alla sera
trasformata in stanza per la notte dai materassi stesi sul
pavimento in legno. Al piano superiore si trovano la cappella
privata, la stanza più bella della casa, ed un’altra stanza di
lavoro in genere occupata dal telaio. Aperta solamente agli ospiti
importanti, primi fra tutti i religiosi, la stanza con l’altare
delle divinità tutelari è quella a cui è riservata la massima cura
e in cui, secondo le possibilità, sono investite una parte delle
risorse economiche familiari. La decorazione parietale è infatti
quasi sempre affidata ad un pittore professionista incaricato di
dipingere le pareti della camera con le immagini degli dèi
d’elezione, mentre un mobile in legno serve da supporto per le
statue e per le offerte quotidiane. Lo spazio del sottotetto,
privo di pareti o semplicemente riparato da schermi di bambù,
viene utilizzato come essiccatoio o come laboratorio. Le belle
scale ricavate da un unico tronco d’albero ed i tetti con le
tegole di legno tenute a posto da pietre disposte a intervalli
regolari sono ormai sempre più rare anche nella valle di Ura. I
vantaggi delle coperture in lamiera ondulata e le maggiori
dimensioni delle case, che richiedono scale più comode, stanno
pian piano alterando la fisionomia delle abitazioni bhutanesi. La
tradizione antica sopravvive tuttavia nei segni, che rimandano al
mondo di credenze popolari e di devozione agli dèi del pantheon
buddhista: sulla facciata intonacata delle case, tra le finestre e
la porta d’ingresso, spiccano i simboli di buon auspicio dipinti a
colori vivaci per il benessere della famiglia. Animali mitici —
draghi, leoni bianchi, uccelli fantastici — si alternano a tigri,
cervi e simboli fallici dal volto umano. Altri riti consacrano il
completamento della costruzione e conferiscono protezione alla
casa: falli di legno trafitti da un spada pendono agli angoli dei
tetti e una bandiera propiziatoria è posta sulla sommità del
tetto. Come sempre in Oriente, il rapporto con il sacro affiora
anche nei dettagli del microcosmo domestico ricordando a tutti che
il territorio, la natura e l’uomo sono parte di un universo magico
le cui forze qualcuno è chiamato a scoprire ed altri, più
semplicemente, a rispettare.
Incuneato tra Cina ed India nel cuore dell'Himalaya, il Bhutan è
rimasto isolato al mondo sino al 1974. L’originalità della
situazione e la rigidità delle condizioni climatiche sono
testimoniate dal fatto che vi sono due capitali: Thimphu la
capitale estiva e Punakha la capitale invernale. Indipendente dal
1949, il Bhutan è oggi una monarchia ereditaria. Non esiste
nessuna costituzione scritta o carta dei diritti. Nel 1953 è stata
costituita l'Assemblea Nazionale composta da 154 membri di cui 105
eletti nei vari villaggi, 12 in rappresentanza religiosa e 37
designati direttamente dal re. Nel 1993 è stato avviato il
processo di liberalizzazione dell'economia. Dal 1998 l'Assemblea
Nazionale, con maggioranza di 2/3 dei voti, ha il potere di
destituire il re.
Il significato della parola“Bhutan” si perde nel mito e nel
mistero. La gente chiama sé stessa Drukpa e chiama la propria
patria Druk Yul, che significa “terra del drago” oppure Druk
Tsendhen, “terra del drago del tuono”, dal momento che la
tradizione vuole che il tuono sia il ruggito dei draghi cinesi e
la creatura decora la bandiera nazionale. Il 72.5% della
superficie è caratterizzato da foreste e la legge impone che le
foreste continuino a coprire, anche in futuro, almeno il 60% del
territorio. La biodiversità è molto ricca a tal punto che il
Bhutan è considerato una delle dieci aree Mondo caratterizzate
dall’ambiente globale. Il principio guida dello sviluppo del paese
è rappresentato dalla massimizzazione della “Felicità interna
lorda” (Gross National Happiness), proposta dal re Jigme Singye
Wangchuck negli anni ’70, ed è la base per individuare la
direzione da preferire alle altre e ha guidato gli sforzi per il
miglioramento degli standard di vita della popolazione, incluso il
benessere spirituale e la preservazione dei valori culturali e
dell’ambiente fisico. Il concetto proposto indica che lo sviluppo
è costituito da più dimensioni rispetto a quelle associate al PIL,
e che lo sviluppo dovrebbe essere considerato come un processo che
cerca di aumentare la felicità piuttosto che la crescita
economica. La Felicità Interna Lorda pone la persona al centro
dello sviluppo riconoscendo che l’individuo ha bisogni di natura
materiale, spirituale ed emozionale. Sono cinque le tematiche o
gli obiettivi che vengono considerati come potenti strumenti per
dirigere il processo di cambiamento; essi includono: lo sviluppo
umano, la governance, lo sviluppo equilibrato ed equo, il
patrimonio culturale e la conservazione dell’ambiente. I cinque
obiettivi principali non solo rendono il concetto di Felicità
Interna Lorda più concreto, ma contengono anche le linee guida per
assicurare nel futuro al Paese indipendenza, sovranità e
sicurezza.





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