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BIOARCHITETTURA
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Numero 50-51-52 di agosto 2006 -
gennaio 2007
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Energia verde
Marco Pastore
Introduzione
Con il termine biomassa si definisce ogni sostanza organica
residuale, di origine vegetale o animale, destinata a fini
energetici o alla produzione di ammendante agricolo.
Generalizzando tutti i materiali di origine organica, con
esclusione dei derivati di origine fossile quali la plastica,
costituiscono biomassa. Essa rappresenta un raffinato sistema di
accumulo dell’energia solare: il processo di fotosintesi
clorofilliana la fissa nei legami molecolari degli elementi che
costituiscono la base della crescita delle piante. La biomassa è
fonte di energia rinnovabile, poiché il suo tempo di sfruttamento
è confrontabile con quello della sua rigenerazione, a differenza
dei combustibili tradizionali, che si originano in milioni di
anni. Le principali fonti di biomassa sono i residui forestali,
gli scarti dell’industria di trasformazione del legno (trucioli,
segatura), delle aziende zootecniche e i rifiuti solidi urbani;
quest’ultimo aspetto può costituire una notevole facilitazione
della gestione delle discariche urbane, portando alla riduzione
delle quantità da smaltire. I vantaggi in termini
ecologico-ambientali dell’utilizzo di biomasse, in sostituzione di
forme di energia di tipo tradizionale o fossile, sono molteplici.
Il più evidente è senz’altro l’apporto netto sostanzialmente nullo
di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera
dei processi di combustione delle biomasse: la quantità rilasciata
nella combustione è infatti la stessa utilizzata per la crescita
della pianta, di conseguenza non viene incrementata la
concentrazione di gas serra. Per quanto di minor rilevanza, non si
può inoltre trascurare il basso contenuto di zolfo, elemento
corresponsabile dell’acidificazione delle acque piovane.
Altro vantaggio delle biomasse, anche rispetto ad altre forme di
energia rinnovabile, è la loro sostanziale reperibilità su
qualsiasi territorio e la facilità di sfruttamento energetico: in
fin dei conti può essere sufficiente anche un semplice camino!
Classificazione delle Biomasse
Le biomasse sono utilizzate per produrre energia in forma diretta,
bruciando direttamente il materiale per ottenere calore,
riscaldare ambienti, cuocere cibi, o indiretta, trasformando il
materiale primario in altre forme più adatte. La scelta tra le due
forme di utilizzo dipende da alcuni parametri chimici della
biomassa a disposizione, in particolare dal contenuto in carbonio
(C), azoto (N) e dalla sua umidità. Nei casi in cui il rapporto
C/N sia superiore a 30 e l’umidità sia inferiore al 30% si avrà un
materiale con buona attitudine alla combustione e soddisfacente
rendimento in caldaia; in caso contrario, si è alla presenza di
tessuti vegetali ancora ricchi di sostanze nutritive, dai quali
può essere ottenuta energia dopo processi di conversione
biochimica.
La combustione è il metodo più antico di conversione delle
biomasse in energia, e consiste nella reazione di ossidazione del
carbonio, con emissione di energia termica che può essere
utilizzata per riscaldare, cuocere cibi, o produrre energia
elettrica se utilizzata in impianti a gas o a vapore. Il processo
avviene a temperature che possono raggiungere i 1000°C.
L’efficienza del processo di combustione può variare tra il 60% e
il 90%; tale indeterminazione si deve principalmente al contenuto
di umidità, che sottrae molta energia per la propria evaporazione,
ma anche alla presenza di ceneri ed inerti, che riduce lo scambio
termico tra le superfici metalliche. Conseguentemente, si
preferisce utilizzare per questa applicazione quelle tipologie di
biomasse ad alto tenore di carbonio e basso contenuto di umidità,
quali la legna, le paglie dei cereali, i residui di potatura e
quelli dell’industria alimentare; è però necessario sottoporre a
pretrattamenti il materiale, per adeguarne dimensioni e
caratteristiche alla tipologia della camera di combustione, per
facilitarne trasporto e stoccaggio, e per semplificare le
operazioni di caricamento. I residui legnosi sono disponibili sul
mercato sotto forma di “pellet”, “cippato” e “bricchette”. Il
pellet consiste in una aggregazione ad alta pressione dei
materiali di scarto della lavorazione del legno sotto forma di
cilindretti lunghi circa 2 cm e del diametro di 5-8 mm. Il
prodotto risultante è molto compatto, presenta umidità inferiore
al 12%, e contenuto energetico molto elevato, pari a circa 4000 –
4500 kcal/kg: con 200 grammi si può fare una doccia di 4 minuti,
oppure riscaldare un locale di 150 metri cubi per mezz’ora o,
ancora, far bollire 10 litri d’acqua per 10 minuti. Il cippato è
il prodotto che si ottiene dalla sminuzzatura di residui legnosi
irregolari o scadenti, provenienti ad esempio da scarti della
potatura, e viene utilizzato per alimentare alcuni tipi di caldaie
o stufe. Le proprietà del cippato sono molto variabili, vista
l’eterogeneità del materiale di origine: l’umidità ed il potere
calorifico possono variare rispettivamente tra il 20% e il 60% e
tra 2000 e 3500 kcal/kg, a seconda della qualità dei suoi
costituenti. Le bricchette sono cilindri ottenuti dalla pressatura
di segatura grossolana, la cui coesione è ottenuta solamente
grazie all’alta pressione. Si presentano in forma simile alla
legna “in ciocchi”, ed hanno il vantaggio di poter essere
utilizzate nelle stufe di tipo tradizionale al posto della legna,
cosa non possibile con i pellet; tuttavia, a differenza di questi,
le bricchette sono meno maneggevoli e tendono a sfaldarsi con
l’umidità.
Come già detto, è possibile ottenere dalla biomassa “primaria” dei
prodotti intermedi, da utilizzarsi successivamente in condizioni
più agevoli, mediante tre principali tecniche di combustione in
carenza di ossigeno: la carbonizzazione, la gassificazione e la
pirolisi. La carbonizzazione si ottiene riscaldando il materiale
primario a 200° C, temperatura alla quale esso rilascia le
sostanze liquide e volatili senza che la matrice carboniosa venga
alterata. La gassificazione consiste invece nell’ossidazione ad
elevata temperatura del materiale primario in ambiente povero di
ossigeno, per produrre un gas utilizzabile successivamente, detto
“gas di gasogeno”. Questo prodotto può però presentare basso
valore energetico per unità di volume o problematiche di
raffinazione, ovvero limitazioni legate al trasporto e
immagazzinamento. Tali inconvenienti possono essere superati
trasformando il gas in alcool metilico (metanolo), che può essere
agevolmente utilizzato per l’azionamento di motori a combustione
interna, se predisposti. Il metanolo, se ulteriormente raffinato,
consente di ottenere una benzina sintetica con caratteristiche
simili a quelle della benzina fossile. La pirolisi è un processo
di riscaldamento in quasi totale assenza di ossigeno; variando i
parametri di temperatura e durata del processo, si ottiene una
notevole varietà nella composizione dei prodotti trasformati: con
temperatura elevata e lungo tempo di riscaldamento aumenterà il
rendimento in gas, con tempi di trattamento più brevi aumenterà la
resa dell’“olio di pirolisi”, particolarmente ricercato per la sua
semplicità di utilizzo. Altri biocombustibili conosciuti sono il
biodiesel, il biogas e l’etanolo.
La produzione di biodiesel
Oli estratti da piante quali colza, soia, girasole e palma, sono
adatti ad essere utilizzati direttamente in processi di
combustione, oppure si prestano ad essere ulteriormente raffinati.
Questi oli vegetali differiscono da quelli fossili per densità,
viscosità e potere calorifico, a causa della presenza di ossigeno
e della maggiore complessità molecolare; non possono essere
pertanto utilizzati direttamente nei motori diesel non
predisposti. Un utilizzo scorretto può causare problemi di
consumo, fumosità, usura precoce di componenti e rotture. Il
processo di “esterificazione” derivante dal trattamento con alcol
metilico, consente di rendere questi oli più simili al gasolio
tradizionale (biodiesel). Il biodiesel presenta valori di
viscosità analoghi a quelli del gasolio e richiede per il suo
utilizzo pochi interventi di adattamento dei motori. Le
prestazioni fornite sono lievemente inferiori, ma con emissioni
inquinanti ridotte e prive di zolfo. Il biodiesel è utilizzato
puro come carburante per autotrazione, come additivo per gasoli e
come combustibile per riscaldamento.
Il Biogas
La digestione di materiale organico da parte di microrganismi, in
assenza di ossigeno, produce un gas detto “biogas”, formato per il
50% da metano e per il resto, sostanzialmente, da biossido di
carbonio. Questo gas risulta particolarmente utilizzabile, grazie
al suo elevato potere calorifico che lo rende adatto alla
produzione di energia elettrica o per la trazione di veicoli. La
produzione controllata di biogas avviene all’interno di serbatoi
sigillati detti “digestori”, ad una temperatura compresa tra 35° e
50°C; in tre settimane è possibile decomporre circa il 40-60%
della sostanza organica introdotta. E’ possibile, inoltre, il
recupero di nutrienti originariamente presenti, quali fosforo,
potassio e azoto, utilizzabili in seguito come fertilizzanti. Lo
smaltimento dei rifiuti nelle discariche consente, se ben operato,
di recuperare buona parte del biogas prodotto, evitando che il
metano prodotto si disperda in atmosfera, contribuendo
all’incremento dell’effetto serra.
Etanolo
L’etanolo è un alcol organico liquido, che può essere utilizzato
direttamente nei motori a combustione interna. Esso viene prodotto
mediante il processo di fermentazione alcolica degli zuccheri
presenti nella materia organica vegetale, seguita da distillazione
finale. Le specie vegetali che meglio si prestano sono quelle
ricche in saccarosio, come la canna da zucchero e la bietola,
quelle ricche in amido, come il grano, il mais, l’orzo, ed i
materiali ricchi in cellulosa, come la paglia e gli scarti
legnosi.
Applicazioni delle biomasse
Le micro e le piccole utenze utilizzano l’energia derivante dalla
biomassa per il riscaldamento domestico, per la cottura dei cibi,
per la produzione di acqua calda e per il trasporto. In questi
casi, la produzione di energia avviene direttamente dalla
combustione in stufe e camini, dai motori a combustione interna, e
dai bruciatori nelle caldaie. La biomassa deve essere disponibile
in forme facilmente utilizzabili, quali pellets, cippato,
bricchette e biodiesel. Fra le applicazioni domestiche, il
termocamino presenta la possibilità di integrare un elemento di
indubbia valenza architettonica con uno strumento, che nelle sue
ultime evoluzioni ha raggiunto elevati livelli di efficienza. Il
termocamino consente il recupero dell’energia presente nei fumi di
scarico: è in grado di riscaldare aria o acqua per mezzo di
appositi scambiatori termici, sostituendosi, se opportunamente
dimensionato, alla caldaia tradizionale alimentata a gas o
gasolio.
Naturalmente, il termocamino con scambiatore ad acqua, che
riscalda il fluido termovettore degli elementi radianti
dell’abitazione, comporta una complessità costruttiva maggiore
rispetto a quello ad aria, che scambia semplicemente calore con
l’aria dell’ambiente. Le dimensioni non sono comunque mai
particolarmente ingombranti ( per 20 kW di potenza, sufficienti
per un appartamento di 150 m2, le
dimensioni sono 1m x 1,5m x 0,7m) e, solitamente, sono comprensive
di un deposito per il combustibile in grado di garantire 50 ore di
funzionamento. Autonomie maggiori necessitano comunque di un
impianto a caldaia alimentato mediante tramoggia, con la biomassa
proveniente da un magazzino di stoccaggio. Un impianto a caldaia
preesistente, predisposto per funzionare con bruciatore a gasolio,
può essere adeguato, con interventi e costi limitati, all’utilizzo
di biodiesel, sostituendo semplicemente il bruciatore. Medie e
grandi utenze utilizzano invece biomassa per produrre calore da
utilizzare per il teleriscaldamento, per piccole applicazioni
industriali, o per produzione di energia elettrica. Il
teleriscaldamento, diffuso principalmente nel Nord Europa e nelle
zone alpine, è costituito da una centrale termica che distribuisce
il calore attraverso un fluido termovettore a più residenze sparse
sul territorio, grazie ad una rete di tubazioni e scambiatori. In
questo caso divengono critici gli aspetti legati alla
reperibilità, alla movimentazione ed allo stoccaggio del materiale
primario, per la necessità di alimentare in maniera continuativa
gli impianti; risulta quindi molto conveniente realizzare una
centrale a biomassa nelle zone ricche di industrie del legno. La
pezzatura del combustibile deve essere necessariamente di
granulometria fine per facilitare tutte le operazioni del
processo. Particolare rilevanza assume inoltre il problema dello
smaltimento delle ceneri, che vengono prodotte in quantità
ingenti. Gli impianti di tipo industriale di grande taglia
funzionanti a biomassa sono molto sfavoriti dal punto di vista
economico, rispetto ad impianti dello stesso tipo alimentati da
fonti fossili. Questo fatto è dovuto principalmente alle
caratteristiche chimico fisiche dei combustibili: a causa della
minore densità e del potere calorifico più basso delle biomasse
rispetto ai combustibili fossili, l’impianto a biomassa si troverà
a lavorare con portate di combustibile notevolmente superiori. Ciò
comporta una limitazione delle taglie di potenza degli impianti,
che difficilmente superano i 20-30 MW, a fronte delle centinaia di
MW di un impianto tradizionale. Per superare le difficoltà legate
alla logistica e alla gestione, si realizzano spesso impianti
integrati, funzionanti con un combustibile di tipo tradizionale -
in grado di garantire il servizio continuativo-, ed uno di
supporto, la biomassa appunto, utilizzato per far fronte ai picchi
di richiesta.
Le proprietà del biodiesel sono state standardizzate in Italia
dalla UNI, che ne ha definito i parametri chimico fisici e le
caratteristiche fiscali e merceologiche che identificano il
prodotto.
Nel caso di utilizzazione di biodiesel è fondamentale la verifica
di compatibilità dell’impianto con questo carburante. In
letteratura sono state rinvenute le seguenti caratteristiche di
compatibilità: rame, acciaio al carbonio, ottone, gomme fluorate
(Teflon, Viton), gomma Alto Nitrilico (acrilonitrile>35%), gomma
nitrilica carica, copolimero Nitrilica/PVC, polietilene poliammide
11-30. E' sconsigliato l'uso dei seguenti elastomeri come
materiali di contatto: gomma basso nitrile, gomma Etilene-Acetato
(EACM), gomma Etilene-Propilene (EPDM), gomma Naturale (NR), gomma
Stirene-Butadiene (SBR). Il biodiesel presenta un costo di mercato
superiore a quello del gasolio, e risulta spesso conveniente solo
grazie a contributi ed incentivi fiscali.





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