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BIOARCHITETTURA
 

Numero 50-51-52 di agosto 2006 - gennaio 2007

Fare & pensare
Ugo Sasso

Nella guida di un processo edilizio sempre più complesso e inevitabilmente scomposto in segmenti specialistici, bisogna ammettere che gli unici strumenti di indagine e programmazione posseduti dalla nostra cultura sono di tipo analitico-funzionalista. Non si tratta dunque – né sarebbe possibile – di rinunciare ad essi per affidarsi alla nebulosità delle percezioni fulminee, né è ipotizzabile, se non in casi eccezionali e limitati, una ricongiunzione del fare e del pensare all’interno del medesimo attore. Ad esempio i fenomeni dell’autocostruzione, pur incentivabili, non possono che coprire infinitesime percentuali rispetto alla massa dei movimenti edilizi. Anche la partecipazione della popolazione, dei futuri utenti e più in generale il confronto con la società costituiscono percorsi importanti per ricalibrare l’architettura e la sua rispondenza alle vere esigenze collettive. Una architettura fatta insieme alla società e definita sulle sue esigenze è per definizione migliore, anche perché un più forte legame con le persone contribuisce a spezzare il circuito perverso dell’architettura per gli architetti. Partecipazione non è ovviamente chiedere qual è il colore delle piastrelle che si preferisce o assecondare i fruitori nella distribuzione dell’alloggio. Anche in questo caso la somma di tante singole risposte separate non può che fotografare i singoli egoistici individualismi senza riuscire a determinare una risposta sociale, come avviene invece allorché l’interlocutore del progettista attento è un gruppo in cui si innescano processi di riflessione, di corresponsabilizzazione e quindi di crescita comune. Tuttavia è indubbio che l’approccio quantitativo (numerico – matematico) non riesca a restituire parametri di qualità. Una possibile e in qualche misura sufficiente via di fuga che ci consente di superare la riduzione della complessità percettiva sta nel mantenimento di un distacco e nell’abbandono di atteggiamenti fideistici. Una volta assunti secondo criteri inevitabilmente parziali, selezionatori ed aprioristici i dati di cui “abbiamo bisogno”, la loro elaborazione deve avvenire nella convinzione della loro non esaustività e va quindi orientata attraverso processi cognitivi e adesioni intuitive verso una visione affettiva nei confronti delle persone e dei luoghi coinvolti.
L’obiezione che tale atteggiamento risulterebbe scardinante in ambito professionale e formativo non regge. È infatti da chiunque constatabile come la logica dell’asciutta astrattezza dei dati contribuisca a determinare lo squallore e la fredda ostilità dell’edilizia contemporanea, cioè in sostanza la sua non rispondenza sul piano abitativo. L’intuito, la percezione, l’immaginazione, la presa di contatto diretta e l’adesione alla realtà applicate ai dati scientificamente e oggettivamente estrapolati consentono a questi di indirizzarsi nel percorso inverso che dalla astrazione si muove verso il reale.
Deve essere parimenti chiaro che non si sta idealisticamente spingendo l’architettura nella sfera dell’arte, del gesto creatore e immaginifico. Tutt’altro: sarebbe cedere all’idea fuorviante di una “compensazione” che, attraverso opere di genio, andrebbe a costituire il bilanciamento delle periferie, il contraltare alle distese di capannoni e nefandezze che imbrattano il territorio. Il simbolismo ricercato, il gratuito esibito, il decostruttivismo spaesante, l’architettura da baraccone di paese di tanti edifici/monumento (il monumento è per definizione avulso dal territorio, di cui prende violento possesso) rappresenta la licenza di libera uscita della ragione, l’alibi per farci continuare a credere nella creatività umana, l’apparente alternativa fatta apposta per affascinare le categorie dei critici d’arte e degli studenti di architettura. In sostanza ogni proposta estetizzante va guardata con diffidenza e precauzione in quanto contribuisce a rendere “inevitabile” la ripartizione in periferie squallide, seconde case abusive, aree produttive oscene, edifici esibizionisti. L’architettura come arte rappresenta infatti un obiettivo alieno, integrato e funzionale alla logica della frantumazione dell’umano, parimenti astratto anche se di segno opposto, rispetto alla quadrettatura del territorio. Più prosaicamente, l’architettura può essere considerata arte parimenti ad esempio alla culinaria, inevitabilmente costretta ad assumere come costante riferimento primario l’uomo ed il suo benessere nutritivo, psicologico, formale, sensoriale, percettivo, emotivo, ecc. Per rimanere nella metafora, va accettato e adottato che in qualunque analisi, in tutte le parcellizzazioni, esiste un limite; scendere al di sotto di questo immette in una dimensione diversa. Un muro non può essere semanticamente suddiviso in malta e mattoni così come un edificio non è scomponibile, se non sul piano funzionale/costruttivo, in murature e solai. Ebbene: l’unità inscindibile che sta alla base dello spazio costruito non è, come molti sostengono, il muro, il solaio, il tetto, né il “nodo” strutturale che lega il tutto. E neppure la sedia, il letto, il televisore. L’unità semantica dello spazio costruito è l’ambiente, la stanza, la cui effettiva qualità non è riconducibile alla somma dei suoi componenti ma è determinata dalle relazioni che tra di questi – fissi o mobili che siano – si stabiliscono. Più stanze, variamente specializzate, costituiscono un appartamento; più appartamenti un condomino; più condomini un quartiere e poi una città e poi il territorio e la Terra.
Si tratta di un approccio che intende lo spazio organico e in ogni caso organica (cioè “impastata” di connessioni, concatenazioni, attinenze, interdipendenze, rimandi in costante bilico tra razionalità ed emotività) la sua lettura in cui, come in ogni organismo, le relazioni risultano più importanti dei singoli pezzi, a differenza di quanto succede in un meccanismo. Quello di cui abbiamo disperato bisogno – e che non siamo capaci di realizzare sulla base di approcci razionali né estetici – è dunque “il tessuto” fatto di luoghi accoglienti e connessi, il paesaggio continuo in cui abitare e riconoscerci. Il metodo asettico, scientifico, rigidamente applicato senza variazioni e cedimenti dall’elemento singolo alla complessità dello spazio, ha finito per l’accomunare l’universo degli immobili (che per definizione posseggono radici) con quello dei mobili (segmenti circoscritti e autoreferenti nel continuum della percezione) costringendo di fatto l’architettura fuori dalla molteplicità relazionale umana condizionata e diretta dai parametri geografici e storici.
Dinanzi ad una architettura spogliata di ogni decoro (quindi indecorata e perciò indecorosa) oppure al contrario tronfia, ampollosa, enfaticamente spostata sul piano del gioco e dello stupore, piano indebito rispetto alla connotazione di luogo stratificabile e di casa, l’unico compito progettuale oggi possibile per una dimensione umanistica è ricucire, mettere insieme, ricomporre quell’unità spaziale che, per una ubriacatura collettiva, abbiamo abbandonato. La nostra cultura ha messo a punto tecniche e conoscenze raffinate ed eleganti, finalizzate a definire singoli elementi; dobbiamo imparare a metterli in relazione rispetto alla trama della storia ed all’ordito della geografia. Progettare sempre e comunque come se l’obiettivo fosse una stanza/cellula, la quale esiste perché i suoi atomi sono legati da flussi vitali e anche perché è intimamente collegata con altre stanze quali cellule specializzate e interconnesse di un organo; poi più organi fanno un organismo, più organismi una società; più comunità interconnesse e in equilibrio tornano a fare la rete della Terra.

 

 

 

 
 

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