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BIOARCHITETTURA
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Numero 50-51-52 di agosto 2006 -
gennaio 2007
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Giardino giapponese
Bruno Stefani
Che tenda ad un effetto naturalistico o ad uno geometrico ed
astratto, l’approccio occidentale, così come sviluppatosi
soprattutto in Europa, percepisce il “giardino” come un insieme,
una natura selvaggia domata e riorganizzata, costituita da fiori,
alberi e arbusti ordinati secondo schemi abbastanza diversificati
e riferiti al puro gusto estetico.
Nel giardino orientale invece, che tra l’altro può anche far a
meno della presenza di organismi vegetali come ad esempio nei
giardini zen realizzati in sabbia e pietre, l’accento è tutto
sull’uomo in quanto artefice e chiave di lettura del profondo
significato simbolico rappresentato da questa scenografia
all’aperto composta da proscenio, scena e fondali, sempre
strutturati su una serie di piani paralleli, come impone la
prospettiva orientale.
Le origini
Il giardino è dunque considerato vera e propria forma d’arte,
sviluppatasi in migliaia di anni a partire forse dai primi
semplici disegni realizzati con ciottoli levigati lungo una
spiaggia oppure in una foresta durante le cerimonie per onorare
gli spiriti del cielo o del mare. Con lo svilupparsi della
civiltà, tali disegni propiziatori sono stati riportati,
soprattutto in Giappone, all’interno dei giardini connessi alle
residenze dei principali detentori del potere politico e nei
templi shintoisti.
Influenze provenienti da Paesi limitrofi come Cina e Corea a
partire dal III secolo e protrattesi fino alla formazione e
unificazione della scrittura in ideogrammi nel V secolo, portarono
in Giappone delle piccole rivoluzioni, spesso assimilate
attraverso integrazioni connesse alle esigenze della sovranità,
degli aristocratici, dei nobili o della religione. Esempio
concreto di tali interazioni, continuate durante i secoli, si ha
nel culto Shinto, “contaminato” attorno al sesto secolo dal
Buddismo. La struttura del giardino giapponese subisce dunque via
via importanti modifiche e, dai modelli realizzati solamente in
pietra, passa alla composizione che contorna uno stagno in cui la
vegetazione inizia a farsi elemento importante.
Il termine giapponese per indicare il giardino è teien, ideogramma
composto dalle radici, niwa e sono. In passato il termine niwa si
riferiva a luoghi di culto intesi come spazi aperti attorno ad
oggetti sacri quali alberi, rocce, o gli stessi disegni sulla
sabbia, presso i quali venivano svolte cerimonie in onore dei kami,
gli spiriti provenienti dal cielo o dal mare. Poi, con lo sviluppo
dell’agricoltura, il termine niwa passa a descrivere il cortile
presso le fattorie nelle quali trovavano spazio i lavori
quotidiani all’aria aperta e in alcuni casi le cerimonie per gli
ospiti. La parola sono individuava invece, a partire dal 300 a.C.,
i disegni modellati delle risaie lungo un territorio.
L’agricoltura del riso ha infatti modificato drasticamente
l’aspetto paesaggistico del Giappone: sono stati abbattuti alberi
e si sono livellati i campi per permettere all’acqua di ricoprirli
interamente; spesso sono stati realizzati terrazzamenti per
rendere utilizzabile anche il territorio collinoso; intorno ad
ogni campo sono stati eretti muri di sostegno per contenere
l'acqua; sono stati costruiti impianti di distribuzione
dell’acqua. L’importanza dell’acqua nella cultura giapponese, con
la quale il popolo ha un legame millenario, traspare nella
realizzazione di specchi d’acqua sacri presso i templi connessi ai
riti di purificazione di Shinto.
L’accoppiamento delle due parole, una (niwa) che rappresenta il
terreno, di ghiaia o di argilla, preparato per attività quali le
cerimonie, e l’altra (sono) che sta per zone coltivate ed
irrigate, evidenzia quindi il legame tra la sabbia, il terreno, e
la vegetazione coltivata dall’uomo. L’insieme dei due termini, che
assume nella tradizione locale i significati di sacro e di
secolare, viene riferito ad attività religiose ed entità
trascendentali, compresi gli individui con origine divina quali
gli imperatori. Tale sacralità è spazialmente definita dalle
imponenti aree ricoperte di sabbia o ghiaia che contornano i
templi più importanti o il palazzo imperiale.
Dalla identificazione dello spazio religioso, il concetto di teien,
nel suo significato di secolare, si è quindi esteso ai luoghi di
intrattenimento e puro godimento estetico quali i giardini
costruiti nelle ville private. Si tratta di giardini generalmente
più grandi, realizzati attorno a uno stagno, con alberi, cespugli
e fiori. Ad elementi “inanimati” quali rocce, lanterne e piccole
casine è demandato il compito di arricchire la varietà di stimoli
visivi. È anche possibile individuare giardini moderni nei quali i
due significati si uniscono, aggiungendo al piacere estetico una
sensibilità del profondo filosofico o religioso. Sempre comunque
obiettivo del giardino giapponese è cogliere l’essenza di una
scena naturale e di riprodurla, seguendo regole codificatesi nel
tempo, nella sua forma essenzializzata e ridotta in scala.
Le regole e le tecniche
Un giardino dunque non come copia della natura ma come paesaggio
“ispirato dalla natura”, che dovrà apparire il più naturale
possibile essendosi tuttavia liberato da ogni connotato di
naturalistica spontaneità. L’imitazione della natura inizia con
l’asimmetria: forme e composizioni devono mantenersi rigorosamente
asimmetriche, prive di elementi dominanti e di punti focali che
potrebbero attrarre attenzione in posizione centrale. Per rocce e
alberi, comunque sempre raggruppati in numero dispari, è frequente
l’organizzazione secondo composizioni triangolari, ad un tempo
asimmetriche ma bilancianti le forze orizzontali, verticali e
diagonali, Anche per esempio nella definizione di una planimetria
di una villa, le stanze vengono aggregate in modo che il giardino
assuma un andamento diagonale e di virtuale sovrapposizione.
Questa accortezza tende a determinare perimetri articolati che
aiutano l’integrazione dell’edificio nell’ambiente naturale. Per
rappresentare in scala necessariamente ridotta un paesaggio reale,
vengono seguite alcune tecniche di base: ad esempio si gioca con
gli effetti prospettici in maniera da rendere l’illusione della
distanza utilizzando la disposizione di rocce e alberi più grandi
in primo piano, e più piccoli sullo sfondo. Nello stesso modo può
essere interpolata la percezione dell’altezza: ad esempio, per
accentuare l’altezza di una collina in maniera da aumentarne
l’effetto scenografico, vi si pianta alberi di alto fusto sulla
cima e alberi e arbusti più piccoli alla base. Altra tecnica
frequentemente usata è quella del miegakure (nascondere e
rivelare): non tutto può essere visto immediatamente e abbracciato
con un unico colpo d’occhio ma ne viene consentita la lenta
scoperta passeggiando tra i diversi ambienti ricostruiti. Nei
giardini calpestabili per ostruire le viste a lungo raggio sono
impiegate la vegetazione, le recinzioni e le strutture. Infine
abbiamo la tecnica dello shakkei (paesaggio preso in prestito) in
cui vengono scientemente incorporate nella scenografia del
giardino le montagne e le costruzioni (ad esempio castelli)
collocati all’esterno. Elemento importante è la quantità di cielo
presente nella composizione: l'esposizione allo sfondo deve essere
controllata con cura per creare una situazione bilanciata. In
presenza di una eccessiva superficie di cielo prevarrebbe
l'elemento Yang (energia positiva) con conseguente carenza
dell’elemento Yin (energia negativa) che in questo caso
rappresenta la terra.
L’acqua
L’acqua, ritenuta tradizionalmente fondamentale nella
realizzazione di un giardino, è sempre presente; anche nei
giardini zen, dove non esiste fisicamente, la sabbia viene
lavorata con il rastrello per simboleggiarne il lento scorrere. Lo
stagno, sempre perfettamente inserito nel paesaggio del giardino,
possiede in genere un punto focale rappresentato da una cascata
che lo alimenta, da un ponte o da un'isoletta. Tranne che nel caso
di giardini domestici molto piccoli, in cui è consentita una
simbologia più accentuata, l’immagine che uno stagno compone in un
paesaggio deve risultare il più naturalistica possibile e per
questo vengono evitate forme geometriche tendenti al rettangolo o
al cerchio. Per cui vengono adottati bordi irregolari e talvolta
frastagliati, eventualmente con rami separati da un lembo di
terreno. Sono sempre alimentati da flussi continui, cascate
naturali o acqua convogliata da un altro bacino. I torrentelli che
rappresentano fiumi o ruscelli che scorrono lungo le montagne fino
ad attraversare la pianura, vengono dotati di bacini relativamente
ampi, diritti e contornati da erbe e fiori selvatici. Nei casi in
cui siano affluenti di uno stagno invece risultano in genere più
stretti, con andamento tortuoso che si snoda tra rocce di diversa
forma. La presenza di collinette in terra o in pietra può
trasformare questi torrenti in cascate che servono ad enfatizzare
il punto in cui l'acqua entra nello specchio, segnalare un punto
cospicuo o diventare esso stesso elemento principale della scena.
Spesso per generare l'illusione che il torrente provenga da
un’altezza indeterminata, la sua parte iniziale è oscurata con una
fitta vegetazione. Il movimento, l’altezza, la portata, la
direzione e la conformazione della cascata non sono lasciati al
caso ma si rifanno a modelli abbastanza rigidi; ad esempio il
tradizionale manuale di giardinaggio Sakuteiki, definendo un
sistema di classificazione che ha fornito la base per le categorie
in uso oggi, enumera nove tipi di modalità con cui l’acqua cade:
- con precipitazione diviso in due rami, a destra e a sinistra
- con precipitazione su un unico lato
- con precipitazione lungo il fronte
- con precipitazione a balzi, in una serie di piccole cascate
- con precipitazione in unico sbalzo
- con bacino molto largo rispetto all’altezza
- con caduta dal cielo, cioè da una un'altezza grande o nascosta
- con precipitazione a linee sottili
- con precipitazione in lamine sottili.
I sentieri
Oltre ad essere caratterizzato dal percorso sinuoso dei torrenti e
delle rive degli stagni, il giardino viene attraversato da
sentieri che, più che guidare gli spostamenti ed i movimenti, sono
intesi a indirizzare i sensi e la mente. Di fatto molti sentieri
non vengono mai calpestati, se non per eseguire il necessario
lavoro di manutenzione. Il loro carattere, lineare o curvo, è
riferito ad effetti significativi: un sentiero rettilineo,
soprattutto se frontale attira l'osservatore a seguirne il
tracciato e conduce l'occhio lungo il percorso fino alla fine,
dove va posto un elemento importante come un albero particolare o
un bacino d'acqua; un sentiero sinuoso conduce l'occhio solo fino
alla prima curva, dopo di che una nuova prospettiva viene
rivelata. Lungo i sentieri e in punti strategici, sono collocate
delle lanterne. Oggi le lanterne di pietra sono essenzialmente
elementi ornamentali, ma in origine furono introdotte dai maestri
del thè: essendo le cerimonie tenute spesso di sera, occorreva
illuminare la via verso la casa per gli ospiti. La forma di queste
lanterne deriva da simili oggetti in bronzo appesi negli antichi
templi.
Le piante
Anche le piante, almeno inizialmente, svolgevano una semplice
funzione di ornamento rispetto alle rocce che componevano i primi
giardini; esse infatti non hanno durata permanente e quindi non
avrebbero mai potuto cancellare il significato dato dai disegni
formati dalle rocce e dalla sabbia. Successivamente alberi e
arbusti sono stati considerati elementi strutturali del giardino
idonei a fornire lo schermo scenografico posteriore che interrompe
la vista a lungo raggio di elementi indesiderabili esterni al
giardino. La vegetazione inoltre viene usata per fornire una
transizione fra le scene differenti proposte durante il percorso
lungo un sentiero. Le piante utilizzate sono quelle reperibili
nelle immediate vicinanze al luogo di realizzazione del giardino.
In considerazione della loro incidenza, con particolare cura
vengono scelti gli alberi. Solitamente un albero fornisce il punto
focale di una composizione mentre le piante vengono usate per
accentuarne la presenza. I tipi di essenze con prevalenza
impiegate nei giardini giapponesi sono:
- sempreverdi: camelia, azalea, fatsia japonica (o aralia),
pasania (lithocarpus) e quercia;
- alberi a foglie caduche: acero, ciliegio, salice, ginko e
zelkova (olmo giapponese);
- conifere: pino, hinoki (cipresso giapponese), cedro e abete;
particolarmente importanti sono i pini perché relativamente facili
da coltivare e potare secondo configurazioni interessanti;
- bamboo: più di quindici specie, inclusa l’erba di bamboo,
spontaneamente presenti nell’area geografica; vengono utilizzati
con parsimonia in quanto a crescita rapida, che rischia di
invadere tutto il giardino.
Per generare un equilibrio asimmetrico delle forze, come per tutti
gli altri elementi compositivi, solitamente gli alberi sono
organizzati in composizioni triangolari o piramidali. Specie
differenti sono piantate di solito insieme per fornire contrasto
nella forma e nel colore: ad esempio un pino torto accanto ad un
salice piangente. La composizione comunque tendenzialmente
accoglie la disposizione che tali alberi avrebbero in natura.
Quindi, alberi che si sviluppano sui pendii delle montagne non
sono piantati per rappresentare pianure. Arbusti quali ginepri e
azalee sono conformati solitamente nelle figure più morbide, a
volte raggruppati per suggerire l’idea di colline. Alberi e
arbusti sono piantati spesso vicino, o a protezione, di oggetti di
pietra quali lanterne, pozzi e bacini. Ciò produce un contrasto
interessante ed aiuta l’inserimento di manufatti artificiali nel
paesaggio.
Le rocce
Come accennato, il rapporto tra un giardino in stile giapponese e
la sacralità che esso sottintende è racchiuso soprattutto
nell’utilizzo delle pietre e della sabbia. L’obiettivo è di
suscitare una reazione psicologica ed emozionale attraverso l'uso
degli elementi in forma simbolica: rocce che galleggiano in un
mare di ghiaia possono simboleggiare il nostro microcosmo che
fluttua nell'universo; le increspature nella ghiaia che circondano
un masso per analogia possono ricordare come il pensiero
(raffigurato da una pietra) che si inserisce nella realtà la
distorce con increspature, mentre l'acqua immobile (che
rappresenta la mente) la riflette nella sua identità.
Il dinamismo della sabbia (suna) e della ghiaia (jari) sono
complementari rispetto alla natura statica delle rocce; per usare
un'analogia organica, se le rocce forniscono lo scheletro, i
disegni della sabbia costituiscono il tessuto e l'anima.
L’accostamento di rocce e dei modelli della sabbia suggeriscono i
vari contrasti basilari della cosmologia giapponese e asiatica: il
rapporto fra yin e yang (in e yo in giapponese) o il contrasto fra
i principi eterni dell'universo e la loro costante manifestazione
nei processi continui della natura. Le rocce normalmente
utilizzate nella realizzazione di montagne, spiagge o fiumi,
vengono classificati in tre generi:
- suisei-gan (rocce sedimentarie), solitamente lisce e rese
rotondeggianti a causa all'azione di acqua; sono usate sui bordi
degli stagni e come pietre lungo un sentiero; poiché relativamente
morbide e facili da intagliare in tempi recenti sono utilizzate
come kiriishi (rocce da taglio) nella composizione di ponticelli,
bacini d'acqua e lanterne di pietra;
- kasei-gan (rocce eruttive), prodotte da attività vulcanica e
solitamente utilizzate nella configurazione e nella strutturazione
dello spazio; usate come pietre su sentieri o per formare un punto
di forte impatto quale un picco della montagna;
- hensei-gan (rocce metamorfiche); si tratta di rocce molto dure
normalmente intorno a cascate e fiumi.
Tradizionalmente le rocce sono classificate secondo figura:
verticale alto, longitudinale basso, incurvate, adagiate, piane.
La triade
Esistono anche classificazioni in base al numero di pietre
presenti in una composizione: due, tre, cinque o sette. La più
comune è la disposizione con tre pietre, suddivisa in:
- (hinbon-seki) con elementi organizzati orizzontalmente per
formare un triangolo osservato dall’alto;
- (sanzonseki), con la base appoggiata a terra in cui
l’organizzazione a forma di triangolo è visibile di lato; questa
tipologia fa riferimento al periodo Nara ed è identificata come
triade di Buddha, rappresentato dalla roccia centrale mentre le
due pietre laterali sarebbero due Bodhisattva, ovvero esseri
viventi che, intrapreso il cammino per l’illuminazione, scelgono
di dedicarsi ad aiutare gli altri a raggiungere l’illuminazione.
Spesso l’intero giardino può essere analizzato in termini di
rapporto fra le diverse triadi orizzontali e verticali che le
pietre compongono. L'uso di tre componenti, grande, piccola e
media, che genera l’equilibrio dinamico dei numeri dispari,
ricorre in tutta la cultura orientale in cui l'elemento verticale,
più alto nella disposizione (un fiore, un'erba selvatica o un
ramo) rappresenta il cielo; l'elemento diagonale, più corto,
rappresenta la terra; e l'elemento orizzontale, di dimensione
intermedia, rappresenta il ponte fra cielo e terra.
Foto di Tan Hong Yew





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