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BIOARCHITETTURA
 

Numero 50-51-52 di agosto 2006 - gennaio 2007

Malesia: la verde
Paolo Vincenzo Genovese

 

Se ai nomi non è conferito il loro significato, il discorso è incoerente e, se il discorso è incoerente, non si perviene a nulla.
(Confucio, Dialoghi, Libro XIII, 3)

Una delle problematiche fondamentali dell’attuale architettura bioclimatica consiste nel non aver ancora raggiunto un linguaggio espressivo capace di esprimere con compiutezza gli obiettivi di sostenibilità; pur in presenza di soluzioni raffinate sia nel funzionamento passivo dell’organismo edificio sia nell’utilizzo di innovativi sistemi di climatizzazione, raramente queste sono state in grado di generare opere capaci di comunicare tali contenuti con linguaggio adeguato e coerente. Non è qui il caso di addentrarsi nelle sottili questioni relative al rapporto tra forma e funzione né seguire l’assioma contemporaneo che vede la giustificazione funzionale come principale asse portante della qualificazione formale; è sufficiente considerare come l’obiettivo della qualità non possa risultare assolto né attraverso atteggiamenti bioclimatici né tantomeno da soluzioni formali autoreferenti; si tratta invece di raggiungere una sintesi organica di più elementi da valutare sul piano della vivibilità complessiva. In questo senso all’architetto malesiano Ken Yeang bisogna riconoscere di essere riuscito ad effettuare una sintesi di buon livello. Yeang non è di sicuro una scoperta recente in quanto rappresenta uno dei più importanti autori del sud-est asiatico. Le sue opere riescono a coniugare modalità di pensiero orientali e occidentali. Il centro di riflessione dell’opera di Yeang è l’architettura bioclimatica passiva, legata ad una sperimentazione formale e tipologica innovativa. Egli è stato infatti in grado di attuare elementi di innovazione tipologica a partire proprio dai contenuti bioclimatici dell’edificio. Il suo processo progettale risulta comprensibile osservando ad esempio uno dei suoi più famosi edifici, il Menara Mesiniaga a Kuala Lumpur in Malesia (1990-’92). L’edificio, definito in funzione della performatività in campo energetico, trova la propria origine nell’andamento dei venti. L’opera, sfrangiata al fine di permettere una ventilazione naturale ottimale, presenta una forma corrispondente a quella di un cilindro scavato, nel quale si articolano corpi diversi. ¬«Due verdi “giardini aerei” a spirale avvolgono l’edificio, e garantiscono l’ombra e il contrasto visivo con le superfici in acciaio e alluminio. I sistemi di protezione sono spostati sulla parte più calda ad est dell’edificio e i pannelli solari permettono di economizzare il consumo energetico» (Philip Jodidio, New Forms, Taschen, Köln, 1997, p. 67). L’edificio si presenta dunque fratturato a mostrare gli elementi costitutivi non in quanto espressione di una matrice formale di tipo decostruttivista, quanto piuttosto per ottimizzare l’esposizione ed aprirsi alle brezze.
Come Yeang stesso segnala, i suoi interventi si riferiscono sempre a quattro principi fondamentali:
- natura del contesto;
- caratteri climatici dell’intorno (insolazione, venti, temperatura, umidità);
- elementi con i quali l’edificio può contribuire alla sostenibilità ambientale;
- concetti per il controllo climatico dell’housing.
Yeang usa anche uno slogan molto interessante: survival of the cheapest, posizione che racchiude una profonda intelligenza. Mentre capita sempre più spesso che le strategie sociali, economiche e culturali poste in atto dall’Occidente dimostrino l’illusorietà del progresso e di quello sviluppo economico che riteniamo di poter sfruttare a nostro vantaggio, le possibilità di successo delle politiche adottate a livello globale sono sempre legate ad interventi fortemente adeguati allo specifico contesto. Come è ovvio, l’utilizzo di componenti sofisticate in luoghi tecnologicamente arretrati costituisce una scelta che porta, nel migliore dei casi, a squilibri gestionali e, nel peggiore, — congiuntura che si verifica di frequente — al fallimento dell’esperimento e delle problematiche sociali connesse. La riflessione di Yeang è in questo senso riferibile anche alla vita dei materiali (life span extension), al loro riciclaggio e al costo di dismissione. La lettura di un bel sito internet che contiene alcuni disegni e schizzi dell’architetto asiatico (http://www.ellipsis.com/yeang/text.html) evidenziano l’elemento comune a tutti i progetti: l’obiettivo costante di disegnare edifici che limitino gli sprechi e tra questi quelli connessi al raffrescamento estivo. Del resto nei climi caldo-umidi, tipici del sud-est asiatico, il passaggio dell’aria nei volumi interni costituisce esigenza primaria e quindi la ventilazione naturale è concetto che giustamente si pone come paradigma architettonico.

 

 

 

 

 

 
 

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