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BIOARCHITETTURA
 

Numero 50-51-52 di agosto 2006 - gennaio 2007

Il tempo ritrovato
La maison maritime di Cap Ferret

Ginevra De Colibus

Volumi discreti, dalle linee pulite, che giocano con il pendio sul quale sorgono: il piano terra trattato ad intonaco bianco sembra ancorare al terreno l’abitazione, mentre il piano superiore, caratterizzato da un lungo ballatoio in legno che ne segna il perimetro, si protende verso la città ed il mare. Ma andiamo per ordine. Gli architetti parigini Daufresne e Le Garrec sono da sempre convinti che tra i compiti dell’architettura spicchi quello del confronto - discreto ma anche disinvolto - del nuovo con la patina che la memoria e il tempo regalano alle cose, ai luoghi. Una cosa è tuttavia confrontarsi con aree periferiche o anche con la città multiforme e consolidata, altro costruire una casa sulla spiaggia fine, su una duna di sabbia alberata di pini che si estende dinanzi alle acque tranquille della costa di Arcachon.
Arcachon è un'enclave naturale del litorale atlantico francese, delimitato dalla grande Duna di Pyla e da Cap Ferret. I canali navigabili e il banco d'Arguin chiudono il bacino all'oceano e alle sue onde, rendendolo uno specchio tranquillo, rinomato centro di ostricoltura e pesca, incantevole riserva naturale che ospita il parco ornitologico di Teich e l'isola degli Uccelli. Il luogo è apprezzato sin dalla metà dell’Ottocento allorché attirò l’attenzione dell’aristocrazia parigina che ne fece meta riservata e lussuosa. Passeggiare per le strade della cittadina è come andare “alla ricerca del tempo perduto”: dietro le serre ed i giardini d’inverno sembra nascondersi un mondo dal fascino ottocentesco, con gli angoli ombreggiati da foglie di kentie dei salottini, profumi di rosoli e bouquet di fiori secchi, étagères con gli spartiti dell’ultima romanza alla moda, parures di poltrone, divanetti e tavolini Thonet con spalliere intrecciate come grovigli di liane. Sbirciando all’interno delle suntuose ville d'epoca che scandiscono i fronti principali delle case assiepate attorno al casinò Mauresque pare quasi di poter scorgere, al di là delle vetrate, le graziose figure dei dipinti di Tissot. Se, assaporando un tè con le madeleine, capitasse di guardare sul fondo della tazza, è possibile – rincorrendo Marcel Proust – entrare «in quel gioco in cui i giapponesi si divertono a immergere in una scodella di porcellana piena d’acqua dei pezzetti di carta fin allora indistinti che, appena immersi, si distendono, prendono contorno, si colorano, si differenziano, diventano fiori, case, figure umane consistenti e riconoscibili, così ora tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco Swann e le ninfee della Vivonne e la buona gente del villaggio e le loro casette e la chiesa e tutto Combray e i suoi dintorni, tutto questo che viene prendendo forma e solidità, è sorto, città e giardini, dalla mia tazza di tè» (M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto. La strada di Swann, parte I, capitolo I, Einaudi, Torino 1971).
È questo il fascino educato e opulento che promana dai quartieri chiamati Città d’Inverno, col suo carattere più urbano, e Città d’Estate che invece assume quale proprio cuore l’hotel Point France affacciato sul lungomare e trova apice nel Belvedere realizzato da Gustave Eiffel, da cui è ancor oggi possibile godere lo stesso paesaggio d’un tempo, fatto di città e di mare. Più in là, il suono delle campane che riecheggia periodico richiama l’attenzione sulle guglie neogotiche di Notre Dame stagliate sul blu intenso del mare.
Tanti elementi forti dunque, captanti, significativi, con cui confrontare il progetto, entusiasmante e difficile, di realizzare una sorta di rifugio marino appollaiato di fronte al bacino d’Arcachon. Per questo gli architetti hanno deciso di parlare chiaro ma sottovoce, lasciando al fronte proteso verso il giardino il ruolo di elemento caratterizzante il progetto, col suo sapiente e calibrato gioco di luci ed ombre determinato dall’alternarsi dei pannelli in legno marino e porte finestre a tutta altezza; saranno le persiane scorrevoli, che aprendosi e chiudendosi proteggono gli ambienti interni dal sole e dagli sguardi, ad animarlo e mutarlo come riflesso dell’interazione tra la vita interna e l’evolversi delle condizioni esterne. Nei mesi estivi, quando i raggi del sole sono alti e diretti, una schermatura frangisole orizzontale, che grazie ad un semplice ed efficace sistema di incastri riprende le forme tradizionali delle pergole, garantisce ombra e frescura al ballatoio. Tutti i materiali sono stati messi in opera senza rifinitura di superficie al fine di sottolinearne la tessitura naturale e limitare gli interventi di manutenzione. La struttura lignea del livello superiore è trattata con un “bordage” di legno rettificato, ovvero lavorato in forni ad alte temperature senza il ricorso a coadiuvanti chimici.
In pianta l’abitazione si compone di tre volumi di dimensioni diverse che ruotano seguendo l’andamento della duna e si aprono verso il giardino: un prato che conserva le sfumature marine del Bassin, creato in riparazione del terreno sabbioso e salato da una mescolanza biologica di alghe. Una scala esterna collega il porticato ombroso che segna l’ingresso dal giardino alla lunga passeggiata in legno del secondo livello, definendo così un percorso architettonico che segue l’intero perimetro e termina nel grande sbalzo sorretto da travi trapezoidali lignee del piano superiore.
Al pian terreno i volumi di dimensioni minori segnano l’ingresso all’abitazione, mentre il corpo principale ospita l’ampia zona giorno: attorno alla cucina, che per dimensioni ricorda le grandi cucine delle dimore ottocentesche, ruotano gli ambienti di servizio, il salone, la dispensa. Al primo piano, invece, le camere da letto, raggiungibili anche attraverso una scala esterna opportunamente collocata per servire eventuali ospiti, si dispongono lungo il fronte con il ballatoio.
Particolarmente intrigante è la volontà dei progettisti di creare uno spazio libero, percepibile non secondo un unico punto di vista prospettico ben definito ma da molteplici punti di vista. Il sistema del portico, il lungo pergolato e la pavimentazione in assi di legno che rammentano quelli delle vecchie barche da pesca, realizzati con legno non rifinito affinché si confondano con i pini e seguano i giochi di luci e ombre creati dal movimento degli alberi, non fa che acuire questa percezione libera dello spazio.
L’uso di materiali naturali coinvolge anche gli spazi interni, caratterizzati dagli stessi toni caldi e piacevoli che disegnano l’esterno. Qui però il gioco dei volumi viene sottolineato da superfici più raffinate: il legno è levigato e lucido, a tratti affiancato a superfici trattate a intonaco. Le stanze si fanno contenitori degli oggetti e degli arredi di famiglia; mobili d’epoca custodi delle tradizioni, della memoria, della storia familiare dei committenti si affiancano agli arredi moderni realizzati su misura. Così Daufresne e Le Garrec intendono il legame con le tradizioni: forte, tangibile, ma allo stesso tempo fecondo di variazioni, modifiche, reinterpretazioni che riescano ad essere rispettose ma decise.
 

 

 

 

 

 

 

 
 

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