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BIOARCHITETTURA
 

Numero 50-51-52 di agosto 2006 - gennaio 2007

Il mostro di Felina
Massimo Polito, Silvia Ingrosso

È stato tra i primi ad aggredire con protervia la sontuosa bellezza naturale del nostro territorio anche perché nel 1966, all'epoca della sua costruzione, non era ancora maturata la sensibilità che porta oggi a riconoscere anche in un paesaggio quieto e regolare una intensa soffusa bellezza. Erano anche gli anni in cui il miraggio di una manciata di posti di lavoro aveva ancora una inamovibile attrattività, per cui la licenza edilizia venne concessa senza troppo riflettere e suscitare reazioni.
Il suo destino nel comune di Castelnovo ne' Monti, appunto in località Felina, più precisamente nell'area denominata Mulino di Calcinara, sarebbe stato quello di ospitare un allevamento di animali. Per fortuna non è stato mai utilizzato e la ricorrente ipotesi di un suo recupero per altra destinazione è stata in seguito respinta sulla base di valutazioni architettonico-ambientali. Dopo una serie di mosse e contromosse il Comune e la Provincia di Reggio Emilia, per porre fine alla questione, per riqualificare un sito dai delicati equilibri e soprattutto dare un segnale convergente con le indicazioni che provenivano dalla società, si sono decisi ad acquistare l'ecomostro e procedere alla sua demolizione. Nel frattempo la natura aveva iniziato a riprenderne possesso e il “mostro”, con quel suo stare nudo e additato al ludibrio generale in mezzo alla radura - oggi che siamo stati abituati a ben altra mole di interventi più o meno legali o legalizzati - aveva iniziato in qualche maniera a convivere con l’ambiente e con la gente del posto. Ma il processo era giunto ormai alla sentenza e l'atto doveva essere esemplare. Soprattutto efficace sul piano della comunicazione in maniera che tutti (ex proprietari, responsabili politici e amministrativi di ieri e di oggi, cittadini di tutti i colori politici) risultassero contenti e soddisfatti.
In ogni caso: fuori uno! Perché il problema, ovviamente, resta per le centinaia di aggressioni che nel tempo hanno contribuito a dilapidare la preziosità di territori rari e che probabilmente in quel momento ci sembravano normali, quotidiani, spendibili in nome del progresso, dell’economia, della concorrenza con l’Amministrazione vicina. Oggi sappiamo, la società è consapevole, che il territorio è il luogo ove avviene la comunicazione - quella di un tempo che fu: straordinaria e affascinante - tra natura e cultura. Attraverso un processo di modellamento reciproco durato millenni l'ambiente era diventato lo specchio dell'uomo, delle epoche e dei comportamenti. Se è vero che la possibilità di conoscere se stessi e la collettività di riferimento è relazionata alla ri-conoscibilità dei luoghi e dei loro significati, la sintonia era tale che agli uomini era possibile chiedersi "dove finisco io e dove inizia il resto del mondo?".
Poi la serie di eventi scaturiti con la Rivoluzione industriale hanno favorito il dilagare di interventi speculativi e gli strumenti culturali e legislativi di tutela ambientale, purtroppo, non si sono evoluti mantenendosi al passo con lo sviluppo economico. La qualità è stata ferocemente aggredita attraverso interventi legali o abusivi, i quali hanno dato spazio a ulteriori comportamenti illegali, con norme locali o nazionali a coprire gli interessi di pochi. Il quadro delle devastazioni risulta assai variegato e in quello che si definisce "abusivismo" rientrano diverse tipologie: dalla totale assenza di concessione edilizia all'abusivismo legalizzato (vedi "operazione condono") fino all'edilizia semilegale (edifici realizzati in difformità rispetto ai progetti approvati) o solo formalmente legale, magari con autorizzazioni amichevoli o cointeressate.
In quello che agli occhi del mondo era conosciuto come il Belpaese (oggi è da chiedersi se la definizione non suoni come irrisoria o schizofrenica) lo spazio è invaso da grigie periferie e colate di cemento che occludono la vista dei luoghi rilevanti (sia l'ammirevole litorale che l'incantevole entroterra) considerati patrimonio della cultura e incredibile fattore di attrazione anche turistica per visitatori, in particolare stranieri, ammiratori invidiosi delle nostre ricchezze. Sicuramente i mostri che ci attorniano non sprigionano altrettanta forza attrattiva. Né è possibile ipotizzare turisti masochisti attratti dalle terrificanti saracinesche grigie che lungo le coste hanno sostituito e continuano a sostituire le fresche pinete e le calde spiagge, o frotte che si muovano in pellegrinaggio a compiere escursioni intorno ai monumenti alla stupidità e all'ingordigia. E, se il territorio è linguaggio, cosa dicono a noi e di noi le brutture a cui i nostri occhi troppo spesso paiono oramai abituati?
Intanto l'ecomostro di Felina non c'è più e verrà sostituito da un prato. Se le parole implosione-esplosione, nell'immaginario collettivo, richiamano generalmente efferati atti di violenza, il 28 maggio 2006 tali termini sono stati per la comunità reggiana e, allargando il discorso a quello che oramai è un interesse collettivo, per la popolazione italiana, sinonimo di riappropriazione. Esplosione non come morte e distruzione bensì come rinascita. L'azione, simbolo di recupero e riqualificazione, è stata l'atto centrale di una intera giornata di festa organizzata dal gruppo Kinkaleri nell'ambito della "Biennale del Paesaggio di Reggio Emilia". Sono stati loro a "pensare alla possibilità che il mostro fosse abbattuto da una persona qualsiasi, scelta tramite un gioco ultrapopolare come la tombola. Sollecitare la partecipazione ad un evento, far coincidere in maniera simbolica, e se vuoi anche retorica, il fatto che certi soprusi urbanistici o edifici incongrui, come nel caso dell'ecomostro di Felina, riguardano direttamente l'interesse dei singoli e quindi ad un singolo spetti la possibilità di abbatterli davanti alla comunità festante". Premere quel pulsante è significato non solo valorizzare l'area e ribadire le qualità dell'Appennino, ma anche riaccendere la speranza che altri ecomostri possano venir nel futuro abbattuti e soprattutto che la popolazione non tolleri altri illeciti di questo tipo. Lo strumento legislativo esisterebbe e, come tutela ambientale e recupero dei siti compromessi, prevede la possibilità di abbattimento di edifici ed opere particolarmente deturpanti (si pensi a Cala dei Turchi, Fossa Maestra, Spalmatolo di Giannutri, Villaggio Sindona, ecc...). Nel frattempo altri mostri di cemento sono in agguato di siti archeologici, spiagge e oasi naturalistiche: i Villaggi di Ostuni, il complesso alberghiero di Castellammare di Stabia, le 200 costruzioni di Gallipoli… Risvegliare la coscienza collettiva sociale, culturale ed ecologica su questi temi significa compiere un importante passo in avanti nel processo di crescita dell'intero Paese come di ogni singolo cittadino.
Vuol dire riappropriarsi di una dimensione identitaria che la criminalità e la corruzione hanno più volte tentato di rubare ad ogni cittadino onesto ed al futuro delle prossime generazioni.
 


In località Felina, nel comune di Castelnovo ne' Monti, l'area
"Mulino di Calcinara" contiene diversi fabbricati produttivi dismessi destinati ad allevamento avicolo,
tra i quali è collocato, ben visibile percorrendo la SS 63, quello denominato "il mostro di Felina" per le sua e
dimensione, struttura ed immagine. Costruito nel 1966 con regolare licenza edilizia per
ospitare un allevamento di animali, per una serie di vicissitudini la struttura non è mai stata utilizzata.
Nell'estate 2003, un'associazione denominata "Amici del Mostro" composta da studenti e liberi
professionisti organizzò (in collaborazione con il Comune di Castelnovo ne' Monti e con il Senato degli Studenti IUAV un concorso nazionale di idee e un laboratorio progettuale e dal titolo "Oggetti instabili - il recupero come sperimentazione progettuale” con l'obiettivo di ideare e valutare soluzioni per un possibile recupero.
Sono emersi cinque possibili scenari e quindi la Provincia di Reggio Emilia ed il Comune di Castelnovo ne'
Monti hanno affidato all'Associazione "Amici del Mostro" la redazione di uno studio di fattibilità che individuasse soluzioni tecnico - economico - gestionali per la riqualificazione dell'area in questione.
Nel 2005 il Comune di Castelnovo ne' Monti ha acquistato l'intero complesso immobiliare costituito da “un fondo agricolo, due fabbricati rurali, un fabbricato destinato ad abitazione, tre fabbricati destinati a produzione avicola in stato di abbandono ed un manufatto multipiano su cinque piani fuori terra”
Il 16 dicembre 2005 l'Associazione "Gli amici del mostro" ha fatto pervenire alla Provincia di Reggio Emilia una prima parte dello studio di fattibilità che evidenzia come gli edifici esistenti, ad eccezione di
quelli rurali, non sono recuperabili e che pertanto è consigliabile procedere alla loro demolizione.
Il Comune di Castelnovo ne' Monti e la Provincia di Reggio Emilia hanno quindi deciso che, nell'ottica di
una più ampia valorizzazione dell'Appennino, l'area denominata "Mulino di Calcinara" necessiti di interventi di qualificazione e valorizzazione e in particolare hanno convenuto di demolire l'ecomostro di Felina come “segno tangibile di riqualificazione del territorio”.


Foto studio 13

 

 

 

 

 

 

 

 
 

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