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BIOARCHITETTURA
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Numero 50-51-52 di agosto 2006 -
gennaio 2007
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Per riprogettare le
città
Rob Krier
La crescita delle piccole e soprattutto delle grandi città ha
raggiunto in tutto il mondo una dimensione mai raggiunta prima
nella storia: nel 1830 Vienna contava solo 255.000 abitanti,
Berlino 353.000, Roma 164.000, Amsterdam 207.000, Mosca 334.000,
Madrid 200.000; in Europa solo Parigi con 1.092.000 e Londra con
1.786.000 superavano il milione di abitanti. Come conseguenza di
questa crescita impetuosa, la planimetria e l’aspetto delle città
si sono scollegati in maniera decisa dal territorio e
l’architettura ha cercato i propri riferimenti esclusivamente in
ambito culturale. Tutte le aree urbane, probabilmente con
l’esclusione di Venezia che ha potuto conservare l’affascinante
qualità della sua struttura urbana grazie ai determinanti
condizionamenti idrici, sono state fortemente compromesse dalle
modifiche connesse all’espansione urbana. Sino alla Seconda Guerra
mondiale tuttavia il processo edilizio si è mosso su base
artigianale, con una gestione dignitosa dei piani di sviluppo
delle nuove cinture urbane. Così, in continuità con le tradizioni
locali e regionali, sono sorti quartieri caratterizzati ed
inconfondibili a Helsinki, Amsterdam, Vienna o Budapest, con
costruzioni integrate in maniera naturale nell’intorno e per
questo dunque, insostituibili. In seguito sono state le basi
funzionali, ad esempio le normative igieniche o le dinamiche
connesse ai nuovi processi edilizi, a divulgarsi velocemente a
livello mondiale sostituendo le diverse esigenze climatiche e
culturali locali. Questo ha determinato una omologazione dei modi
di espansione urbana ed una architettura globalmente simile e
intercambiabile. I fautori del modernismo, presi dalla passione
per l’innovazione, hanno acclamato tale nuova impostazione
tecnologica, ritenuta finalmente razionale e universale. Tuttavia
se all’inizio del XX secolo le visioni che pianificavano gli
scenari erano piene di fantasia ed entusiasmo, altrettanto
deludenti sono stati gli scialbi prodotti realizzati dopo il 1945.
Lo stesso articolato linguaggio architettonico ereditato dal
passato, con le sue peculiarità regionali e le sorprendenti e
affascinanti variazioni, si è ridotto ad una ricerca espositiva
delle forme prettamente tecniche. Nello stesso tempo si è
verificata la perdita dell’arte di costruire urbanità. Come
dimostrano luoghi come Brasilia o Chandidarh, la tradizionale rete
di relazioni spaziali tipica delle città storiche è stata
sostituita da un vuoto abissale. I progetti di queste città sono
state creati da forti personalità che miravano ad una figurazione
idealizzata e simbolica della planimetria.
Gli stessi autori vi hanno progettato anche le più importanti
opere monumentali: nessun altro architetto avrebbe potuto
corrispondere alle loro richieste estetiche. Una planimetria
urbanistica non può essere finalizzata a soddisfare l’autorealizzazione
di un architetto, foss’anche il più importante. Deve invece
derivare dal tesoro di esperienze locali e regionali maturate
circa la cultura nella costruzione di città e integrarsi in tale
ambiente culturale. La struttura compositiva che per secoli ha
guidato la crescita di strade e piazze, è improvvisamente sparita
dall’immagine moderna delle città; occupa il suo posto
l’assemblaggio di schiere di costruzioni autonome e svincolate o
figure d’edifici variamente articolati. Si tratta dell’espressione
di un costruire speculativo che non tiene in considerazione il
benessere sociale che sta alla base della convivenza urbana. Le
accuse di tipo sociologico espresse tra l’altro da Alexander
Mitscherlich (“Die Unwirtlichkeit unserer Städte“ - Frankfurt
1965) contro le incapacità dell’architettura urbana, non hanno
inciso sulla prassi pianificatoria. I teoremi della “Carta di
Atene” dell’ormai lontano 1933 sono troppo incarnati nella mente
dei tecnocratici: la divisione in aree funzionali – area
abitativa, lavorativa, culturale, commerciale, di transito, ecc. –
è più facile da concepire ed economicamente più redditizia. Se è
vero che la commistione di funzioni, com’è presente nei centri
storici, richiede lo sforzo di affrontare situazioni di
complessità e di potenziale conflitto sociale, la divisione
funzionale propugnata dalla cultura modernista finisce invece per
incentivare la disintegrazione sociale in quanto la città è
assimilata ad un sistema astratto la cui visione di urbanità
diffusa - libertà di scelte illimitate e mobilità assoluta -
seduce con promesse ingenui e ingannevoli, che in ultima analisi
si rivelano assolutamente non funzionali.
Per assurdo, nello stesso momento la cultura spinge a tutelare
circoscritte situazioni urbane storicizzate, che a questo punto
appaiono come isole all’interno di una caotica immagine urbana.
Se vogliamo quartieri d’abitazione ricchi di atmosfera, dobbiamo
prendere spunto dai luoghi in cui questa atmosfera è presente, là
dove strade e piazze hann dimensione appropriata e in giusta
scala, arricchite di verde e con marciapiedi dalla larghezza
generosa. In questi luoghi, sempre, gli edifici hanno grandezza
abbracciabile con lo sguardo e appaiono diversi nell’immagine
esterna nonostante la loro tendenziale concordanza tipologica.
Esistono dunque anche esempi emblematici di quartieri residenziali
tranquilli che dimostrano come è possibile creare rapporti di
vicinanza mediante una conformazione spaziale intelligente; e lo
stesso approccio è applicabile anche in zone commerciali o
industriali. La sperimentazione durata secoli dei modelli di
convivenza urbana ci hanno fornito un infinito tesoro
d’esperienze. Nonostante tutte le distruzioni delle due Guerre
Mondiali questa “enciclopedia costruita” ci appare oggi ancor più
evidente e comprensibile. Anche perchè le città che più hanno
subito nei tempi recenti profonde e ripetute ferite rendono
oltremodo palese il contrasto metodologico tra il vecchio e il
nuovo; più in generale, le modalità con cui sono state cucite le
slabbrature appaiono quasi sempre come un deplorevole peggiorativo
della qualità del mondo passato. Quale maledizione è stata imposta
ai progettisti di oggi, che sviluppano luoghi di tale inspiegabile
ripugnanza? Né povertà nè emergenza possono giustificare questi
prodotti. Se si stabiliscono criteri a monte che facciano
riferimento a bello o brutto, accogliente o repulsivo, auspicabile
o riprovevole, ci rendiamo conto come le attuali scelte
costituiscano il ritratto di una società culturalmente
compromessa.
La strada
Bisogna dire che il percorso formativo attuale, a tutti i livelli,
insegna a scrivere, leggere, calcolare; non insegna invece a
vedere e sentire, soprattutto non costruisce l’esigenza di
approfondire lo studio e la ricerca sull’immagine dell’ambiente
che ci contorna. I segreti delle strutture complesse sono
difficilmente comprensibili attraverso lo studio su libri o la
consultazione di riviste; devono essere ricercati confrontando
direttamente luoghi con luoghi, paesi con paesi, città con città.
La città stratificata è un formidabile strumento di studio
urbanistico ed architettonico. La rete stradale che innerva le
città secondo infinite variazioni, come una rete di capillari,
costituisce il fondamento portante dell’urbanizzazione del
paesaggio, con maglie più fitte nel centro città e che via via si
diradano allontanandosi dal cuore. L’elemento fondamentale di
tutte le strutture urbane è una superficie contornata da percorsi,
che hanno struttura fitta ed omogenea in centro, sciolta e più
distanziata verso il confine della città. Più definita è la
struttura di base, più leggera, permeabile e energetica sarà la
città. Questo è evidente nei centri cresciuti storicamente,
fondati decine di secoli or sono. La velocità, l’agilità del
transito e la densità del traffico fissano le dimensioni delle
strade, con la dimensione e l’altezza degli edifici che mantengono
sempre relazioni con le dimensioni della struttura di base. Sono
gli assi stradali della planimetria romana ancor oggi chiaramente
visibile che, nel centro storico di Barcellona, in maniera
affascinante sono stati capaci di continuo adattamento in risposta
al drammatico cambiamento delle strutture sociali. La rete ha
funzionato nel tempo in maniera costantemente positiva e la vita
in quella meravigliosa complessità ha via via aumentato la sua
capacità attrattiva. Caratterizzta sino a non molti decenni da un
livello economico modesto, ora si rivolge in maniera spiccata ed
esclusiva a ceti benestanti. Questa trasformazione, in cui rientra
la riconquista della qualità abitativa, è stata sostenuta dalla
vastissima offerta di negozi ed artigiani. Ovviamente solo
organismi urbani come Barcellona possono consentirsi il lusso di
mantenere vivo tale gioiello urbano: senza la forte dinamica
metropolitana alle spalle, Barcellona sarebbe rimasta ai livelli
della romantica città Aigues Mortes, sulla costa francese
mediterranea. E non è detto sarebbe stata una sfortuna storica! Si
tratta solo di due parametri diversi, in entrambi i casi sostenuti
da un efficace concetto spaziale ed anche architettonico.
L’isolato
Visto specificatamente sotto l’aspetto geometrico „l’isolato“
rappresenta la cellula originaria di ogni struttura urbana. Ai
suoi contorni definisce la rete stradale e al suo interno la
struttura di parcelle edificate. Quest’ultima stabilisce il ritmo
delle case che si affacciano sui lati dell’isolato. Le parcelle
corrispondono alle proprietà e rispecchiano la società, che se ne
appropria e le caratterizza. Possiamo attingere insegnamenti dalla
storia. Per esempio osservare come nelle città delle Fiandre e nei
Paesi Bassi, si sia sviluppata precocemente una ricca borghesia,
consapevole di sé. L’architettura ne dimostra il livello educativo
ed il benessere. Situazione totalmente diversa troviamo nella
Berlino tra il 1850 e il 1940, cresciuta come città di
appartamenti in affitto e per questo caratterizzata da isolati con
dimensione che con difficoltà si riesce visivamente a dominare. In
questo periodo lo sfruttamento intensivo delle aree edificabili ha
determinato la strizione delle corti interne e consguenti scarse
condizioni igieniche. Troviamo che anche la qualità rapidamente
scema passando dall’affaccio alla parte interna o retrostante
dell’edificio. Ma questo consentiva a diversi ceti sociali di
abitare in immediata vicinanza: l’abile commerciante,
l’insegnante, l’impiegato postale, il servitore. E tutti travano
vantaggio da questa comunità di utilizzo. Altra tipologia era,
nello stesso periodo, assegnata agli operai che abitavano in
condizioni di estremo sovraffollamento ad esempio nel quartiere
Wedding, in edifici chiamati popolarmente “Mietskaserne” (caserme
da locazione), che determinavano una vita interna di
ghettizzazione.
L’edificio
Il secondo elemento di base dell’urbanistica, dopo l’isolato, è
l’edificio. Deve possedere una scala urbana (non troppo piccolo nè
troppo basso) ma allo stesso tempo, per non trasformarsi in una
caserma, deve mantenere una effettiva corrispondenza con la
dimensione umana (non troppo alto e non troppo lungo). Come hanno
mostrato con chiarezza gli ultimi decenni della realtà
urbanistica, con edifici sovradimensionati non si riesce creare
una città. È vero: nelle immediate vicinanze di numerosi centri di
città cresciute storicamente, sono sorte zone d’insediamento a
funzionamento stabile. Il transito pubblico e privato scorre
agevolmente, gli appartamenti hanno illuminazione efficace
corrispondente alle vigenti norme urbanistiche, posseggono
terrazze e tutte le altre caratteristiche sanitarie. Le scuole e i
luoghi commerciali sono facilmente raggiungibili. In queste
circostanze lo scopo posto alla progettazione è stato conseguito,
ma non possiamo affermare siano nate città o quartieri isolati di
alto profilo insediativo. Sono “periferie”, ed il termine fa
sentire il rapporto di dipendenza dalla vicina città. Invece il
termine francese “faubourg”, quello italiano “suburbio” e quello
inglese “suburb” esprimono chiaramente la scarsa considerazione
per tali forme d’insediamento fuori dall’urbanità. Lavorando con
gli isolati e gli edifici possediamo già il know how sufficiente a
sviluppare strutture urbane complesse. A ciò va aggiunta la
conoscenza delle possibilità tipologiche urbane e delle numerose
possibili conformazioni di facciate rivolte verso luoghi pubblici.
Una planimetria urbana intelligente sulla quale venissero
edificati edifici squallidi non determinerà un luogo attraente per
abitanti e passanti. Invece una semplice planimetria a griglia,
senza tensioni spaziali, attraverso facciate interessanti può
trasformarsi in un particolare accadimento architettonico. I più
elevati obiettivi vengono quasi sempre conseguiti attraverso la
combinazione di entrambe le qualità. Ogni intervento nell’ambito
urbanistico può garantire solo per la parte strutturale.
Poi la vita deve appropriarsi del luogo, deve prenderne possesso,
riempirla e attraverso le generazioni conferire uno spirito allo
scheletro astratto. Ma solo su terreni culturali fertili sorgono
città caratterizzate da un fascino coinvolgente. Perchè ciò
avvenga è necessario che la struttura possegga tale capacità
evolutiva. Bisogna poi ricordare che la struttura viaria, in
quanto coincide con la rete delle infrastrutture pubbliche, tende
ad opporsi alle variazioni. Gli edifici, invece, vanno pensati per
essere con facilità adattabili e, quando necessario, sostituibili.
Gli edifici sovradimensionati restringono drasticamente tale
flessibilità.
La dimensione urbana
Isolato e edificio sono gli elementi di base, ma la loro semplice
addizione non determina la creazione di una città. Essa è infatti
sottoposta alla individuazione di un ordine gerarchico e, in
funzione della sua grandezza, alla chiara dovisibilità in settori.
Durante le fasi di crescita, il centro e i quartieri correlati,
devono potersi continuamente riadattare. Come riferimento per la
dimensione da adottare per la definizione del centro e dei
quartieri, ogni ripianificazione urbana dovrebbe assumere modelli
urbani già testati. È l’effettiva grandezza di una città e il
relativo apparato amministrativo a determinare la dimensione dei
quartieri. Ad esempio il quartiere Kreuzberg di Berlino ha tanti
abitanti come l’intero Lussemburgo e la sua ampiezza copre metà di
Berlino. Bisogna tener conto che il rapporto istituzione pubblica
/ abitante resta relativamente costante. Scuole, asili, parchi
giochi e sportivi, centri giovanili, sale di riunioni, istituzioni
commerciali e culturali, devono essere distribuiti in maniera
ragionevole nel quartiere. Tradizionalmente una parrochia è sempre
adeguata nelle sue dimensioni e costituisce un’unità
comprensibile. La chiesa deve essere raggiungibile a piedi e la
dimensione del suo edificio deve corrisponde al significato
comunitario ma anche alla portata della voce del predicatore. La
scala umana riveste un ruolo importante anche per tali unità
urbane superiori.
Pianificare la città
Siamo giunti alla questione principale. Potrebbe sembrare si
tratti di un gioco da bambini ed in effetti, nella costruzione di
una città, si affrontano problemi elementari che tuttavia
l’approccio moderno ha esautorato. L’alto standard tecnico ed
elettronico raggiunto ci fa sottovalutare la funzione della
struttura urbana come spazio protettivo per le nostre attività
quotidiane. Da tempo la comunicazione tra uomo e uomo è possibile
senza incontro reale. Lo spostamento veloce non può più essere
escluso dal mondo moderno. In teoria potremmo vivere in solitudine
e nonostante ciò procurarci tutto ciò che ci serve e quindi è
consentito trascurare il borgo, il paese o la città. Ciò ha reso
apparentemente superflua la struttura urbana. In vari luoghi del
mondo la città esiste solo come facciata vacanziera o festiva. Ma
c’è ancora un altro problema, questa volta assolutamente
oggettivo: la superficie edificabile non è illimitata così come le
risorse per i collegamenti. Dobbiamo dunque trovare una soluzione
che consenta di aumentare la concentrazione dell’esistente in modo
da conservare le riserve agricole necessarie e tutelare i preziosi
paesaggi. Ma in genere la pianificazione urbana si spinge in sfere
nelle quali rapidamente svanisce il controllo sull’adeguatezza e
sulla proporzione; l’ambiente viene continuamente sottoposto alla
ricerca di soluzioni visionarie; architetti mostrano disarmanti le
loro fantasie che ricreano striduli sintagmi del repertorio
dell’arte astratta. Si costruisce e si sperimenta. Lì per lì le
invenzioni trovano riscontro nei mas media ma presto vengono
sommerse dalle esigenze banali dell’utilizzo quotidiano.
Il canone degli elementi
Gli stilemi dell’arte, dell’architettura ed urbanistica,
utilizzano una struttura di teoremi oggettivi che non devono
essere inventati nuovamente da ogni generazione. I loro parametri
geometrici sono infinitamente variabili e le possibilità di
innovazione del repertorio assicurato sono illimitate. Il
riferimento a regole già sperimentate e sedimentate non può essere
considerata una „copiatura“. Chi utilizza le esperienze della
storia non può venir considerato come un epigone o un eclettico.
Per altro, uno sguardo alla storia della cultura dimostra che il
tempo richiesto per l’esplicazione e l’affinamento di un’epoca non
può essere breve. La civiltà egizia si è sviluppata lungo diversi
millenni. Gli antichi Grechi hanno impiegato quasi un millennio
per sviluppare alla perfezione i loro tempi. La terminologia
architettonica dell’antichità ha avuto la capacità di mantenersi
viva ancora per due millenni dopo la sua definizione, fino al
presente e su tutti continenti. Ciò è stato possibile perchè i
canoni degli elementi architettonici, sculturei e pittorici, si
sono sviluppati fino a raggiungere validità universale.
Traversando tutte le peculiarità regionali e i temperamenti
artistici, le regole formative hanno continuamente permesso la
variazione e l’adattamento ottimale. La sceneggiatura di sequenze
spaziali in una struttura urbana, può rifarsi da un corredo
gigantesco. Ma in seguito alla rivoluzione delle arti avvenuta
all’inizio del XX Secolo e all’affermazione della libertà
illimitata della espressione individuale, la validità del
repertorio classico è stata posta in discussione. Il fatto più
inquietante del mondo espressivo odierno è la ossessiva dipendenza
dalla ricerca dell’unicità; nè architettura ed urbanistica sono
state risparmiate da tale tempesta. È preoccupante e nel frattempo
triste, trovare collezioni identiche in tutti i nuovi musei del
mondo. In tutto il mondo le nuove costruzioni sembrano oggi
prodotti occidentali, e sono noiose come i loro modelli.
All’interno del sistema culturale contemporaneo la fissazione del
prodotto alla persona del creatore o all’inventore, si presenta
restringente in quanto l’aspirazione all’unicità dell’oggetto vive
nel proprio ambito e non è tramandabile o trasferibile. Ogni
artista come ogni progettista rappresenta un mondo autonomo che
vive contemporaneamente ad altri. Ognuno, preso a sé, può
splendere come spirito del tempo ma rimane fondamentalmente
inconciliabile con gli altri e quindi inespressivo a livello
globale. Le opere appaiono spesso come curiosità degradate a
figure da luna park. Ogni “evento” parrebbe avere qualcosa da
raccontare ma in relazione all’insieme non contribuisce a
tracciare un’epoca. Al di là della propria personalità, la
comunicazione è inesitente. Ponendo l’una accanto all’altra le
architetture di Le Corbusier e Ludwig Mies van der Rohe, di Frank
O. Gehry e quelle di Norman Foster o addirittura esempi della
stessa tendenza decostruttivista quali Coop Himmelb(l)au e Daniel
Libeskind, in ogni caso il risultato sarebbe cacofonico. Sino a
non molto tempo fa gli approcci teorici si basavano su una
tradizione che per secoli aveva prodotto prodotti consistenti, che
trovavano riconoscimento dalla collettività, a cui si poteva
accedere senza essere addentrati in specifiche tendenze
filosofiche.
In genere i progettisti di oggi sono fortemente documentati circa
il mondo dell’architettura e hanno scoperto le meravigliose
evoluzioni dei singoli interventi. Ma l’impostazione di
riferimento non è più il modello ma lo sforzo di differenziarsi
per raggiungere la dimensione di unicità. Come frenare l’impeto,
pur comprensibile, teso a realizzare una meraviglia del mondo
sotto forma di edificio? Solo la profonda conoscenza della storia
rende possibile affrontare in modo critico le apparenze dello
spirito del tempo e di opporsi alla moderna città degradata. Anche
se la virtù della modestia è progetto ingrato, bisogna spingere ad
una visione e comprensione critica che consenta di rendersi conto
a quale risultato portano tali esibizionismi; biosgna mantenere
viva la speranza di una futura città dignitosa, che eviti lo
spettacolo superficiale e offra nicchie meditative che sappiano
rendere nuovamente vivibile la strada. Questo è sicuramente
possibile trovando soluzioni specifiche per ogni problematica,
trattando i temi in ambito urbanistico secondo modi lontani da
effetti spettacolari, raggiungendo soluzioni “normali” in grado di
tutelare la vita attraverso il silenzio e l’intimità e lasciando
spazi aperti per sognare ad occhi aperti. Soluzioni che, in tale
modo, hanno la speranza di diventare piene di poesia consentendo
che errori e incertezze vengano accettati e digeriti senza troppe
sofferenze. Pur all’interno di una disciplina progettuale seria e
creativa, coerente come da un'unica colata, mantenere sempre
scappatoie per irregolarità e insicurezze nella progettazione,
fino all’errore grave.
Anche se ogni decisione urbanistica si ripercuote nel tempo e
costringe quindi più generazioni a confrontarsi anche con
situazioni progettualmente errate, nessuno mai risponde,
nell’ambito urbanistico, per le progettazioni fallite. Politici e
commercianti possono avere un rapporto estremamente
contraddittorio con i disegni progettuali: si tratta di un mezzo
spaziale e grafico che con tutti gli effetti disponibili può
facilmente incantare e sedurre. Bisogna tener conto che i progetti
potrebbero anche ipotizzare speranze irrealistiche che comportano
inevitabilmente cattive sorprese. Siccome l’inconscio è fortemente
presente nell’ambito urbano, i decisori ed i politici sono in un
certo senso estranei ai progettisti. L’urbanistica è un settore
con uno straordinario primato moralistico: qui nessun egocentrismo
può avere precedenza rispetto ad esigenze umane basilari. Come
disse Heinrich Zille: “L’architettura può commettere omicidi”.
Anche il sogno della città ideale non è un paradiso
irraggiungibile. Esistono sufficienti esempi di città cresciute
secondo un unico disegno, ma pur tuttavia di bellezza
stupefacente, come Pienza, Dinkelbühl, Brügge. Anche se la
bruttezza non può essere superata attraverso leggi e divieti e
quindi in una società liberale dobbiamo accettarla, non va
soppresso il giusto desiderio della gente di voler vivere
quotidianamente la bellezza. Forse la sempre maggiore possibilità
di scegliere il luogo in cui soggiornare consetirà prima o poi di
far sparire tanta inospitabilità.
Situazione tipica è il centro di Brandevoorts (Nl) che si sviluppa
su un’area di 600 x 800 metri, conta 1.700 edifici a schiera
unifamiliari e si ripartisce in quattro quartieri secondo lo
schema del castrum romano che ripartisce la cittadina mediante un
crocevia centrale: cardo e decumanus. Ove gli assi principali
intercettano i confini della città si determina nei quattro punti
una piazzola diversamente segnata da arcate e orientata secondo la
direzione di un punto cardinale. Questo consente di rendersi
immediatamente conto da quale parte si sta entrando in città, da
settentrione o meridione, da oriente od occidente. Una larga
fascia verde circonda il nucleo urbano, a rendere ancora più
chiara la sua forma. Dalle „porte“ del centro fuoriescono gli assi
suburbani il cui sistema stradale risulta relazionato al centro
come le vene al cuore. Nel caso di Brandevoort l’Amministrazione
aveva espressamente richiesto che sorgesse come una tipica città
“brabantesca” e per assumere riferimenti i politici hanno
organizzato un viaggio in bus alle città nelle vicinanze che
ritenevano significative. Per promuovere la realizzazione, il
progetto di Brandevoort e i relativi plastici sono stati
presentati durante una fiera edile in una scenografica piazza a
forma rotonda. Tavoli, sedie e piante sono stati posti in modo da
ricostruire la situazione e le pareti della piazza erano decorate
con ingrandimenti degli studi sulle facciate. Per le 50 case del
primo isolato si sono presentati 700 acquirenti interessati ed è
stato incaricato uno studio notarile per procedere alla selezione.
Gli architetti che poi avrebbero dovuto sviluppare i singoli
progetti hanno osservato con scetticismo i profili conchiusi degli
isolati del centro città perché temevano le difficoltà
d’attuazione. È successo il contrario. La possibilità di poter
vivere in un normale rapporto di vicinato si è manifestata un
prodotto che va a ruba. Anche l’aspettativa di dover vivere per un
certo periodo di tempo in un cantiere in evoluzione non si è
dimostrato fattore deterrente: le richieste della gente piovevano
più veloci del tempo richiesto per costruire le case.
La ridefinizione di Bussy St. Georges, situata ad oriente di
Parigi nel Département Marne le Vallée, è nata sulla base di
un’altra geometria. L’istituzione pubblica coordinatrice, l'Etablissement
Public Marne le Vallée, aveva prestabilito una griglia stradale di
400 x 350 metri. Tale griglia urbanistica che ignorava la
topografia storica è stata completata con tutti gli elementi
cancellati dai tecnocrati dalle mappe: viottoli, strade e parcelle
importanti che hanno lasciato le loro impronte anche sulla
microgeografia, corsi di ruscelli, alberi centenari e la “Route
Napoléon”, che attraversava in diagonale tutto il Plateau.
Indicazioni archeologiche hanno ulteriormente arricchito il
progetto. Il centro è stato posto in chiaro rilievo anche mediante
la rete idrica – richiesta dagli ecologisti – che circonda il
centro come una corona, accompagnata da zone di svago e per
attività sportive. È stato anche dato rilievo ad un antico
sentiero che collegava due luoghi attraverso il centro, così come
al Broadway, che divide il centro di New York. Utilizzando la
griglia urbanistica come sistema organizzativo, sono stati
definiti i quartieri, ciascuno con la sua piazza centrale, in
maniera radiale rispetto alla piazza principale. Così ogni
quartiere possiede una propria struttura planimetrica e giunge ad
una inequivocabile identità. A causa della preesistente griglia
del piano d’urbanizzazione, la cintura non è collegata al centro
in manira così chiara come a Brandevoort. Tuttavia la nuova
struttura stradale si riconnette in modo naturale con i vecchi
viottoli e si sovrappone in maniera elegante al rado “sistema
boulevard”, senza perdere il suo orientamento verso il centro.
All’interno dello studio di largo raggio “Brabant 2050”
l’Amministrazione provinciale di Brabant ha commissionato alcuni
anni fa una ricerca per definire come si comporteranno gli assi di
sviluppo nel sud dei Paesi Bassi e quali strategie di dettaglio
possono essere adottate per aumentare la concentrazione degli
spazi urbani senza annientare il paesaggio. È stato quindi
individuato campione planimetrico che, in questo caso, comprendeva
la cittadina di Brandevoort. In tal modo la nuova città in fase di
costruzione poteva costituire un esempio convincente per altre
ricostituzioni ed espansioni urbane. È stato stabilito che la
grandezza dell’isolato dovesse essere dimensionata in modo che
l’iniziale saturazione con case unifamiliari potesse nel corso
degli anni essere sostituita da costruzioni a più piani. Così,
sulla stessa planimetria urbana, sarebbe stato possibile
moltiplicare il numero degli abitanti. Questo perchè oggigiorno
dobbiamo pianificare in un breve asso di tempo un’evoluzione che
tempo addietro si prolungava per secoli. Nei Paesi Bassi, in
analogia alla presenza delle barriere territoriali, è più facile
rendersi conto dei limiti contro cui dovrà lottare lo sviluppo
demografico.





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