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BIOARCHITETTURA
 

Numero 50-51-52 di agosto 2006 - gennaio 2007

India: la sacralità dello spazio
Il Vastupuru-samandala

Claudia Ramasso

In tutte le culture tradizionali le forme architettoniche, le costruzioni adibite a differenti usi, dalla capanna al tempio, non sono altro che imago mundi: esse imitano la struttura dell’universo e rappresentano una cosmologia. I confini delle architetture definiscono uno spazio che è qualitativamente distinto dall’ambiente circostante. Ciò che è fondato, è misurato, e quindi organizzato in un cosmo che si contrappone al caos degli elementi naturali circostanti. Poiché costruire significa ordinare, il concetto del fissare una dimora, sia essa la casa degli dei o degli uomini - o in un senso più ampio del disporre edifici pianificandone la loro disposizione secondo regole urbanistiche - implica secondo l’ottica indiana non solo la padronanza delle tecniche costruttive e la corretta sensibilità verso la loro destinazione d’uso, ma sottintende al contempo la conoscenza specifica dello spazio e delle leggi universali che lo governano. Esso presuppone cioè la cognizione dell’ordine che regge l’universo manifestato. Lo spazio definito da una costruzione è ordinato e quindi di per sé sacro in virtù del fatto che possiede un centro: l’edificio si espande geometricamente e spazialmente a partire da un punto, così come la produzione del mondo molteplice è frutto del dispiegamento delle potenzialità insite nell’Uno, definito nell’ambito della mitologia indiana come embrione d’oro (Hiranyagarbha) o signore degli esseri viventi (Prajāpati).
Secondo le antiche raccolte di inni sacri del Rg-Veda risalenti per quanto riguarda la tradizione orale a non prima del II millennio a.C., l’universo stesso è opera di un divino architetto, Visvakarman, il Signore che compie ogni azione. Egli è invocato proprio come colui che generando la terra rivela il cielo con la sua potenza, colui che ha occhi, volti, braccia e piedi in ogni dove. La sua attività si avvale di due componenti distinte: egli separa il cielo dalla terra e fonda (cioè dispone secondo un ordine) l’universo; all’interno di esso, colloca in seguito le diverse entità che lo compongono (Rg-Veda, X. 81-82). Visvakarman è l’elemento divino che segna il passaggio dal caos delle tenebre alla luce del cosmo. Gli antichi inni del Rg-Veda, ispirandosi alla concezione della corrispondenza fra l’universo e l’uomo, fra macro e microcosmo, celebrano altresì l’origine dell’universo ponendo l’Uomo universale come misura del manifestato. Infatti, secondo l’inno Purusha Sukta (Rg-Veda, X. 90), all’origine del mondo vi è solo un essere primordiale in forma di Uomo Cosmico (Purusha) che si espande in ogni direzione: egli è smembrato dagli dei durante un sacrificio che celebra l’origine del cielo e della terra, del sole e della luna, del respiro (che è alla base della vita (prāna), degli uomini e degli animali) composti della sua stessa sostanza.
Il processo di differenziazione non è visto solo come un’immolazione dell’essere primordiale. Infatti la manifestazione è descritta anche come caduta o precipitazione nel mondo del Purusha. Secondo un testo di astronomia e matematica composto nel VI secolo d.C. dall’astrologo Varahamihira, la Brhat Samhita (LII. 2-3) all’inizio vi è un essere che ostruisce il cielo e la terra con il suo corpo; gli dei improvvisamente lo afferrano e lo depongono a terra con il viso rivolto verso il basso. Ogni arto è trattenuto da una divinità che diviene così il nume tutelare di quella specifica posizione. Purusha è insignito del titolo di Vāstunara, termine che designa l’uomo (nara) all’interno dell’estensione fisica (vāstu). Egli è la causa efficiente della manifestazione: riversando sé stesso nel primo atto cosmogonico, cioè l’immolazione rituale, stabilisce il processo del divenire e precipitando sulla terra (bhūmi, cioè l’esistente) fonda l’universo fisico. La sua rappresentazione geometrica è definita Vāstupurusamandala, ossia il diagramma dell’uomo cosmico che dimora nello spazio. Purusha è il riflesso del principio metafisico (Brahman) che si pone al di fuori dell’esistenza e, collocandosi all’interno della causa materiale dell’universo (Prāk‹ti), la ordina secondo uno schema definito. Costituisce quindi il regolatore interno, la norma che governa l’universo, la misura dell’esistente. Il Vāstupurusamandala è rappresentato da un poligono quadrato al cui interno si colloca la figura di un uomo con le gambe piegate alle ginocchia e all’altezza del bacino (fino a formare, con il busto, due angoli di 90°) e con le mani congiunte all’altezza del petto in un gesto di venerazione. La colonna vertebrale segue la direzione di una delle due diagonali, la testa tocca il vertice interno formato da due lati del poligono e i piedi uniti, con le piante che si toccano, si inseriscono nel vertice opposto. La superficie del quadrato è così completamente occupata dal Purusha. L’intera composizione ruota intorno all’ombelico, che coincide con il centro dell’individuo e del quadrato e si identifica così con l’utero, con la matrice da cui ha origine ogni cosa. Il quadrato è la forma essenziale e perfetta dell’architettura indiana. Esso rappresenta il mondo esteso e lo sviluppo totale delle possibilità di una manifestazione, raffigurate in senso dinamico dal cerchio. Il quadrato presuppone il cerchio e da esso deriva. Le forze centrifughe che agiscono dal centro verso l’esterno trovano stabilità nei quattro lati del poligono, che rappresenta così tutto ciò che è fisso e stabile. Il cielo, cioè il mondo degli dei, è raffigurato da un cerchio. La terra dominata dal tempo, è rappresentata quadrangolare poiché è regolata dai quattro orizzonti o punti cardinali, determinati dal movimento del sole. Il Prthvī mandala, il diagramma della terra, viene così a coincidere con la stessa estensione del Vāstupurusamandala e ne diviene la dimora. Esso comprende infatti all’interno di sé le divisioni o i ritmi che scandiscono l’esistenza terrena. L’area del poligono è suddivisa, a seconda della valenza simbolica utilizzata, in più quadrati (pada), principalmente in sessantaquattro o ottantuno, ottenuti rispettivamente per moltiplicazione dalla base Quattro (numero che definisce lo spazio) e dalla base tre (simbolo del tempo). All’interno della griglia generata dalla suddivisione dell’unico quadrato in pada si collocano, tra le altre potenze divine, le quarantaquattro divinità che mitologicamente schiacciarono a terra il Purusha, divenendo i numi tutelari delle direzioni. Esse si dispongono per emanazione lungo tre cornici concentriche poste intorno al quadrato centrale e rappresentano, in sequenza, la via degli dei (Deivika pada) o della pura luce spirituale, la via degli uomini (Manushya pada) o della consapevolezza e la via degli esseri demoniaci cioè la materia grossolana, ma anche i tre ambiti in cui si suddivide l’universo, denominato perciò tribhuvana, la triplice residenza. Le divinità minori circondano la porzione più interna (Brahmasthāna), composta da quattro o nove pada, occupata da Brahmā stesso, la divinità che, secondo l’induismo della grande mitologia dei Purāna, manifesta il cosmo ma esaurisce la sua funzione in questo primo atto. Il mondo così manifestato è soggetto in seguito all’azione della trasformazione compiuta dal tempo, il cui signore è Shiva, che si contrappone alla conservazione dello stato delle cose a cui soprintende il dio Visnu. Il tempo, lo spazio e i cinque elementi che caratterizzano il nostro universo (vale a dire etere, aria, fuoco, acqua e terra) interpretati come simboli numerici, testimoniano la conoscenza del cosmo degli antichi osservatori indiani. Infatti il prodotto dei fattori 64, 81 e 5 produce come risultato il numero 25.920, ovvero il numero di anni calcolati dall’astronomia indiana come periodo cosmico della precessione degli equinozi. L’estensione del quadrato del mandala non è necessariamente solidale con il sito o con la costruzione principale, poiché è il simbolo dell’universo che si andrà generando e non la pianta dell’edificio; fornisce piuttosto la scansione ritmica che regola la progettazione del fabbricato o dell’impianto urbanistico, utilizzata per fissare i punti cardine della costruzione, come la cella adibita a dimora della divinità nel caso del tempio, o la sala regale qualora si tratti di palazzi, oppure per fissare la direzione d’ingresso e per individuare i punti vitali (marma) dell’edificio che non dovranno essere intralciati sovrapponendovi porte, pilastri o muri. Il Vāstupurusamandala è quindi l’archetipo di ogni costruzione, poiché gli edifici sono l’esatta riproduzione dell’universo stesso, così come del resto l’uomo è la città di Dio (Brahmapura): entrambi rappresentano la possibilità di manifestazione nel tempo e nello spazio del Brahman impersonale. Spazio e tempo, ritmo e forma, tratteggiano in India i cardini dell’architettura, ancora oggi radicata nelle concezioni tradizionali della sacralità dello spazio.

 

 

 

 

 

 

 

 
 

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