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BIOARCHITETTURA
 

Numero 50-51-52 di agosto 2006 - gennaio 2007

India: i luoghi del culto
L’altare del fuoco, il tempio, lo stūpa

Claudia Ramasso

Nel corso della sua storia millenaria l’induismo ha presentato aspetti diversi che si sono succeduti nel tempo e che tutt’oggi sussistono contemporaneamente, per cui l’esperienza spirituale indiana presenta caratteri diversi a seconda degli indirizzi dottrinali e delle pratiche invalse nelle diverse scuole che compongono il variegato mondo indù. E’ tuttavia possibile individuare due approcci principali al sacro, basati su tradizioni codificate in un lungo arco di secoli, che dal II millennio a.C. arriva fino ai giorni nostri. Il primo, fondato sulla raccolta di testi più antichi, i Veda, privilegia i riti ed i sacrifici agli dei; il secondo, attestato in opere più recenti - quali le due grandi epopee indiane (il Rāmāyana e il Mahābhārata) e i Purāna, le storie antiche degli dei e degli uomini – pone maggiormente l’accento sulla componente devozionale nei confronti delle divinità. Si tratta di due anime dell’induismo che in realtà si implicano a vicenda, ponendo in un caso o nell’altro l’accento solo su sfumature particolari. Il più importante, fondamentale, luogo di culto dell’India è l’altare del fuoco; di diverse forme, è costruito in mattoni e nella sua parte essenziale presenta tre pietre anulari che costituiscono il camino attraverso il quale l’oblazione offerta nel fuoco sacro sale, in forma di vapore, fino agli dei. I tre diversi livelli rappresentano simbolicamente, a partire dalla base, la terra, l’atmosfera e il cielo, cioè i tre domini che compongono questo mondo: gli uomini, gli esseri privi di corporeità (geni e spiriti) e gli dei. Il vapore dell’offerta bruciata scorre all’interno degli anelli così come nel mondo circola il soffio (prāna) che vivifica gli esseri. Uscito dal camino, il vapore si dirige verso il sole, la luce divina che è la porta verso una modalità di esistenza non più soggetta alle condizioni di spazio e di tempo, di forma e di nome, presupposto di quella estinzione dal ciclo delle rinascite (mokxa, nirvāna) che è alla base della pratica spirituale indiana. Connessi al simbolo dell’asse del mondo e all’uscita dalla condizione ciclica di esistenza, sono anche i luoghi di culto costituiti da altari nei pressi di alberi sacri intorno ai quali è posto un recinto. In questi luoghi, rappresentazioni dell’intero universo attraverso una forma geometrica, i sacerdoti (brāhmana) perpetuano l’ordine cosmico retto dalla eterna legge divina recitando le formule sacre dei mantra e offrendo il nutrimento agli dei, di cui indirettamente godono tutti gli esseri viventi. Testimonianza della loro antichità sono le rappresentazioni su bassorilievo che si trovano sul recinto (vedikā) e sui portali d’ingresso (torana) degli stūpa di Bharhut e di Sanchi, risalenti rispettivamente al II secolo a.C. e al II secolo d.C. Poi, con l’affermarsi durante il periodo medioevale indiano (VIII – XV secolo d.C.) della pratica devozionale della bhakti, in cui il sacrificio si trasforma nell’offerta mentale di sé di fronte alla divinità, diventa essenziale testimoniare la presenza degli dei su questa terra costruendo delle vere e proprie dimore all’interno delle quali possa stare la “coagulazione” del divino. Mūrti (che significa appunto coagulazione) è il termine che designa la raffigurazione, iconica o aniconica, della divinità posta nella sala più sacra del tempio, il garbhagrha, la casa dell’utero. Il tempio indiano non è un luogo di culto congregazionale, bensì riproduce simbolicamente l’asse del mondo e la montagna sacra, sulle pendici della quale dimorano le diverse schiere divine, rappresentate da raffigurazioni scultoree che ricoprono all’esterno l’alta torre (śikhara) posta sulla cella del garbhagrha. Lo śikhara rappresenta questo stesso universo poiché poggia a terra, si estende nell’atmosfera e tocca il cielo. Esso si presenta all’interno come un camino vuoto e culmina sulla vetta con una pietra anulare radiata (āmalaka) simbolo del sole e con un vaso sormontato da un pennacchio, simboli della dimensione ultraterrena. La mūrti della divinità venerata in quel tempio (che si trova esattamente sotto il camino dello śikhara, all’interno della cella buia del garbhagrha) è il cuore pulsante della costruzione, così come il principio metafisico del Brahman (pur libero dai legami della manifestazione) è il cuore dell’universo manifestato. Il fedele che entra nel tempio compie una vera e propria trasmutazione del suo essere in quanto perde la sua condizione relativa per collocarsi all’interno e al centro dell’universo stesso. Le più antiche testimonianze del tempio indù risalgono al periodo della classicità indiana, dominato dalla dinastia Gupta (IV-VI secolo d.C.). I pochi esempi superstiti non devono trarre in inganno circa l’antichità del tempio poiché, oltre alle distruzioni perpetrate dalle invasioni musulmane, in origine esso era costruito in legno. Questi antichi esempi mostrano come il tempio sia costituito nella sua essenzialità proprio dalla cella del garbhagrha, in alcuni casi mancante addirittura della copertura dello śikhara. In seguito a esigenze contingenti determinate dall’afflusso di pellegrini, vengono a moltiplicarsi le sale del tempio lungo un unico asse. A partire dall’anno mille, periodo in cui l’architettura templare raggiunge in India il suo apogeo, diverse sale (mandapa) destinate alla danza sacra, alla preparazione del cibo e alla meditazione, vengono aggiunte alla costruzione principale dando origine alle città tempio, come Tanjavur, Cidambaram, Madurai (Tamil Nadu), Khajuaraho (Madhya Pradesh), Bhubaneshvar (Orissa).
Monumento diverso dai precedenti per natura, ma identico nella dimensione simbolica è lo stūpa: sia esso indù o buddhista, non è destinato ad ospitare immagini di venerazione, poiché è un reliquiario. Di forma emisferica, lo stūpa, prima della nascita del buddhismo (VI secolo a.C.) era in origine destinato a contenere le ceneri dei sovrani distintisi fra gli esseri umani per la loro dimensione universale. Infatti, secondo la tradizione indù, i cakravartin (i signori che fanno girare la ruota della legge) alla loro morte diventano i geni tutelari del luogo: superata la dimensione individualistica degli esseri comuni, si collocano al centro della fonte della legge divina. La loro sepoltura ne è testimonianza e le loro ceneri sono poste in un’urna che è contenuta all’interno di un tumulo di terra ricoperto di mattoni. La forma tondeggiante della costruzione ricorda ancora una volta quella della montagna sacra, il centro dell’universo stesso attorno al quale ruotano tutte le cose. In seguito il Buddha stesso - colui che fece girare la ruota del dharma (le legge eterna) - ebbe una sepoltura da cakravartin e le sue ceneri furono distribuite in diversi stūpa. Con l’andare del tempo questo monumento divenne un semplice santuario buddhista, privo dei resti corporei di maestri illuminati. Nei secoli intorno all’anno zero lo stūpa trovò in India collocazione all’interno delle grotte destinate a riunire nel culto comune i monaci buddhisti: il simbolo della montagna cosmica che contiene il nucleo dell’esistenza. Sublimi testimonianze di questa fase sono le grotte di Bhaja, Bedsa e Karla nel Maharastra e di Ajanta nel Madhya Pradesh.

 

 

 

 

 

 

 

 
 

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