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BIOARCHITETTURA
 

Numero 50-51-52 di agosto 2006 - gennaio 2007

Stratificazione indiana
Nevio Capodogli

Chi è così unito alla ragione,
abbandona qui ambedue queste cose,

la buona e la cattiva azione.
Perciò consacrati allo yoga.

Lo yoga è l’abilità nelle azioni.
(Bhagavad Gita, II-50)

La costituzione sociale dell’India tradizionale si fonda sul sistema delle caste. Si tratta di una gerarchizzazione sacra della società, talvolta duramente attaccata. È interessante notare come anche personalità attente alla tradizione abbiano talvolta assunto posizioni critiche nei confronti delle caste. Tra gli altri, il più noto è Gandhi. Posizioni contrarie sono presenti all’interno di vere e proprie correnti tradizionali, come il buddhismo e svariate scuole tantriche. Non a caso, tali tradizioni tantriche sono viste con simpatia dall’Occidente democratico. Tuttavia in India il superamento del sistema castale in favore della società moderna - non necessariamente costretta a rinunciare al proprio retaggio culturale ma capace di adattarsi alle nuove circostanze storiche, sociali ed economiche - incontra notevole resistenza da parte non soltanto delle popolazioni rurali prevalentemente illetterate e arretrate, ma anche da parte di taluni ambienti di vasta e profonda cultura tradizionalista. Questa constatazione ha ispirato questa breve digressione sulle possibili ragioni di tale resistenza.
Le caste (varna) sono quattro: sacerdotale (brahmanica), regale o guerriera (kshatryia), artigiana (vaishya) e servile o plebea (shudra). Mentre è nota anche la presenza dei fuori casta, che nel continente sono i tribali e fuori gli stranieri - cioè tutti coloro che non appartengono al dharma indù - e quanti svolgono attività assolutamente impure (l’esempio tipico è quello dei macellai), si parla molto meno degli hamsa, di coloro cioè che, come l’etere nei confronti degli altri quattro elementi, avendo raggiunto un livello spirituale integrato con il Principio, costituiscono una “quintessenza” al di sopra delle parti.
La casta sacerdotale costituisce il vertice sacro e spirituale della piramide sociale e fa del sapere il proprio fine supremo. Svolge i riti, detiene e trasmette la conoscenza tradizionale integrale, tra cui la scienza iniziatica e la lingua sacra. Vive generalmente in povertà se non addirittura di elemosina, preferibilmente vocata all’ascesi e alla conservazione dei luoghi sacri, ma anche all’insegnamento. La vocazione magistrale, rituale e spirituale di questa casta fa sì che istituzionalmente non debba occuparsi né di politica né di commercio. Quando ciò accade, si tratta di un fatto eccezionale o di una deviazione illegittima.
La casta nobile e guerriera, di tradizione regale, fa della gloria e dell’impero il proprio fine. Istituzionalmente si occupa della gestione del paese, del governo e di politica, oltre che dell’esercito. Nelle lettere prevalgono i poeti, le arti nobili sono un talento che spesso si accompagna alla vita politica. I re e i grandi possidenti terrieri, ministri, alti quadri del governo e ufficiali dell’esercito dovrebbero o dovevano essere di questa estrazione.
La casta artigiana fa della fortuna il proprio fine, la quale è sia ricchezza sia posterità.
È quella delle arti minori, dei coltivatori e dei commercianti, quando queste attività erano ancora legate alla trasmissione di un’arte e svolte per vocazione familiare. Oltre ai grandi raja e maharaja, i più ricchi erano spesso tra questi, poiché sono proprio costoro che fanno dell’accumulazione e dello scambio dei beni una vocazione, che tuttavia dovrebbe essere finalizzata alla conoscenza.
La casta shudra, infine, è la più recente in ordine di apparizione ma anche la più numerosa per quantità: si tratta di quella che fornisce la manodopera servile, i braccianti, la forza bruta, di coloro che non hanno che la propria forza muscolare da offrire in servizio, di coloro che fanno del lavoro una ragion d’essere e un mezzo necessario per sopravvivere.
Mentre le prime tre caste appartengono consapevolmente alla tradizione avendo strumenti rituali e conoscitivi per interagirvi attivamente, quella servile, in virtù della passività intellettuale che la contraddistingue, non può che godere dei benefici dei riti in via passiva, assistendo ai riti svolti dai sacerdoti senza compartecipazione, come gli animali domestici sono nutriti dai padroni. Questi saranno inoltre governati dallo Stato e utilizzati dai vaishya, in quanto datori di lavoro.
Ora, il problema dell’ingiustizia sorge quando la realtà non corrisponde più alla teoria, ai sistemi e alle gerarchie. In verità, per l’India il vero problema non sta nell’esistenza delle caste ma come affrontare e risolvere i problemi connessi, nella misura in cui ciò vada fatto. Non tutti infatti sono convinti che rinunciare al sistema castale sia il modo per superare il problema. D’altra parte, la stessa tradizione indù possiede propri strumenti interni per controllare e nobilitare almeno i casi più importanti di “scollamento” del sistema dalla realtà: si tratta del tantrismo. Per tutti gli altri, cioè per tutti quei shudra che “inciviliti” dalla modernità rifiutano il sistema castale, ma che d’altra parte non sono qualificati spiritualmente e di fatto non accedono a scuole tantriche, prevale lo status quo. Allora questi possono diventare commercianti (ma si tratterà di un commercio senza arte né gloria), possono arricchirsi in qualsiasi modo (ma tale ricchezza non sarà che pesante materialità), potranno dedicarsi alle arti (ma tali arti saranno profane): qualsiasi attività essi facciano, sarà sterile. E questo non perché lo impone la tradizione, ma perché tale è la natura delle attività profane.
La tradizione riferisce che anticamente, anzi, arcaicamente, le caste non esistevano in quanto istituzione ma coincidevano con la vocazione stessa degli esseri, ciascuno potendo riconoscerla naturalmente. Allo stesso modo, i re erano tali per vocazione e per elezione e non per discendenza. Fu per una degenerazione dei tempi che fu istituito il sistema castale ereditario, allorquando le cose si complicarono e il grado medio di conoscenza interiore precipitò. Questo accadde in realtà perché apparvero gli shudra, che in qualsiasi società sono numericamente la maggioranza. Li contraddistingue l’ignoranza. Essi apparvero all’inizio del Kaliyuga, l’“età oscura” o dell’ignoranza, appunto, quella che in Occidente è chiamata “Età del ferro”. Tradizionalmente, questa èra inizia alla fine del regno di Krishna. E, infatti, proprio con Krishna inizia la prima dinastia ereditaria. Non solo inizia la prima dinastia regale che si trasmette per linea di sangue, dunque, ma anche e soprattutto è l’inizio della trasmissione ereditaria delle caste. Questo suggerisce il fatto che il sistema castale ereditario fin dall’inizio fu inteso come un mezzo approssimativo ma, sufficientemente aderente alla realtà, tale da essere applicato e mantenuto lungo tutto il corso di questo Kaliyuga che, dicono, starebbe avvicinandosi alla fine. Come il cadavere si consuma e disgrega, così le cose, esaurite la propria funzione, cessano di funzionare e vengono gettate.
Se da una parte si assiste all’attacco del sistema castale da parte della civiltà moderna (sia dall’esterno che dall’interno), dall’altra si constata ancora una resistenza da parte della tradizione stessa, indubbio segno di vitalità. E vitalità significa coesione. Ora, una tradizione plurimillenaria, come quella di cui stiamo scrivendo, ha saputo esprimere il meglio di sé nonostante il sistema castale – o forse soprattutto grazie al suo contributo. E mentre gli sforzi umanitari delle Nazioni Unite e dei Paesi “avanzati” tentano di diminuire la distanza tra il cittadino e il contadino, nello sforzo di equilibrare la ripartizione della ricchezza, migliorare le condizioni alimentari e sanitarie, curare l’analfabetismo e fare del mondo un Paese civile e sostenibile, in cui l’India abbia una posizione di rilievo - come d’altronde meriterebbe per storia e cultura, nonché per popolazione - assistiamo anche ad un processo graduale di adattamento della tradizione alle nuove e moderne circostanze.
Da quanto esposto risulta chiaro che, almeno in generale, è concesso a tutti di intraprendere una vita moderna “extra-castale” e non tradizionale, fondata sul censo e sul lavoro, sulla libera professione e sulla carriera. Il problema si pone nella misura in cui il senso di appartenenza a una casta e a una tradizione entra in contraddizione col ruolo svolto in società. Ma allora si tratta di una contraddizione innanzitutto rituale, quella dell’impurità profana e della purezza sacra. Le nuove condizioni sociali e politiche impongono di fatto la necessità di adattare la tradizione in modo tale da permetterle di assorbire il nuovo impatto, concedendo a tutti coloro che lo vogliano la possibilità di mantenere la propria dignità castale nonostante le circostanze esteriori. Si tratta di un processo per alcuni doloroso, per altri sostenibile, per tutti necessario. In fondo, non per nulla siamo nel kaliyuga! È dunque con curiosità che accogliamo il futuro ed osserviamo la direzione che prenderà lo sviluppo dell’India, visibilmente al bivio tra due mondi e due epoche.

 

 

 

 

 

 

 
 

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