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BIOARCHITETTURA
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Numero 50-51-52 di agosto 2006 -
gennaio 2007
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La superficie è il mondo
Marco Pastore
Si potrebbe dire: il mondo è la sua superficie, La superficie
delle cose occupa infatti una casella della mente che contiene il
dipartimento degli oggetti (la superficie è una cosa fisica,
tattile, odorabile, visibile) e al tempo stesso apre al microcosmo
della psiche (la superficie è anche il punto di contatto tra la
realtà e la proiezione del nostro sentire). Formidabile ed
onnipresente mediatrice dunque tra ciò che è materiale e ciò che è
immateriale, la superficie presiede a tutta o quasi
l'organizzazione della nostra conoscenza del mondo, sia dal punto
di vista dell’individuo che nella storia della specie umana perché
continuamente, instancabilmente attraverso il suo sviluppo ci
ammette al cospetto della realtà corporea, tridimensionale e
inconoscibile. Per quanti sforzi possano essere investiti nel
penetrare il volume, ci troveremo sempre e comunque,
irrimediabilmente ed esclusivamente, dinanzi a superfici. Sarà
forse anche per questo suo essere epidermide ma anche essere,
pellicola ma anche sostanza, che inventare superfici è affare
complicato. Problema tipico del progetto d’architettura. La
superficie infatti comunica. Sempre. Anche quella di livello zero
che manteniamo sotto i piedi, ci parla su piani molteplici che
vanno dalla storia della cultura alla tattilità connessa al
calpestare (i nostri piedi segnalano puntualmente ogni variazione
di supporto), dalla matericità dei componenti alla visualità
prospettica. George Carte, affermato progettista di giardini,
consiglia di pensare la superficie di ogni ambiente chiuso o
aperto come se fosse quella della nostra stanza preferita. Un
esempio che chiarisca la regola generale: sì come è di uso comune
utilizzare dei tappeti nelle stanze per frammentare l’omogeneità
dell’area, nello stesso modo ci si deve comportare nei confronti
di una superficie esterna: le superfici troppo omogenee, lisce,
devono essere contrastate con opportuni oggetti provvisti di
trama, in modo da evitare l’effetto monotonia e pesantezza. Se è
vero che le possibilità sono infinite, è comunque sempre possibile
indagare la ragione e gli effetti di alcuni suggerimenti pratici.
A grandissime linee, ogni ambiente è distinguibile nella sua
appartenenza all’una o all’altra di due macro categorie:
direzionato o non direzionato.
Tipico del primo gruppo è ad esempio il caso di un sentiero
omogeneo, pavimentato con lastre di cemento uniformi. È
immediatamente rilevabile infatti come questo - a differenza
dell’area tendenzialmente rettangolare di una stanza di
appartamento - presenti una precisa direzionalità. L’interruzione
della monotonia non può avvenire introducendo elementi allungati,
posti con il loro asse maggiore lungo la direzione del sentiero;
risulta invece accattivante una frammentazione trasversale
costituita da intagli trapezoidali o rettangolari, saturati con un
materiale che stabilisca un contrasto con le lastre per
dimensioni, struttura e colorazione. La frammentazione delle
lastre di cemento può ad esempio essere effettuata mediante ghiaia
multicolore a riempire gli iati trasversali, unita a immagini di
ammoniti. Nei casi più fortunati in cui il sentiero è
fiancheggiato da piantumazioni erbacee e floreali, la presenza di
tali discontinuità trasversali caratterizza il percorso con
maggiore vivacità, contrastandone i toni e correlandolo
maggiormente al contorno. Gli interventi dunque saranno più
discreti.
Una situazione non direzionata è invece data da un’ampia
superficie priva di specifiche indicazioni di percorrenza. In
questi casi il “pattern” complessivo risulterà condizionato in
maniera decisa anche dalla più piccola variazione più o meno
improvvisa, per esempio anche solo dal verso con cui viene posata
una pietra o una lastra in cemento. Elemento importante in questo
caso può essere assolto dalle fughe, cioè dai punti di
discontinuità / connessione fra elementi: giunzioni a filo
omogeneizzano la superficie, mentre fughe incavate o lievemente
fuori profilo cadenzano lo spazio. Può risultare in questo caso
interessante la soluzione costituita dall’interposizione di un
ricorso di mattoni sull’orlo di ogni giunzione, a creare una
griglia incrociata. Questo consente di rendere estremamente
interessante anche un lastricato “povero” realizzato con piastroni
di cemento, valorizzandolo.
I materiali utilizzabili per caratterizzare le pavimentazioni sono
i più vari. Per realizzare pavimentazioni di pregio possono essere
ricavati importanti suggerimenti dallo studio di diverse tipologie
di forme d’arte regionali legate alla pavimentazione: ad esempio i
mosaici di Spagna ed Italia, che possono costituire facile spunto
per la realizzazione di parti di pavimentazioni creative. Varianti
alle tradizionali tessere vetrose, utilizzate nel mosaico
“romanico” ma troppo delicate per aree di intenso calpestio,
possono essere utilmente costituite da piccoli ciottoli
arrotondati, di origine marina o fluviale, oppure squadrati, in
rombi o quadrati, o ancora a forma di “riccioli” di ispirazione
barocca. Si tratta di frammenti naturali presenti sul mercato in
colorazioni molto diversificate fra di loro, che vanno dal bianco
al nero, passando attraverso una sorprendente gamma di tenui
varianti cromatiche. In Gran Bretagna, artisti come Maggy Howarth,
specializzata in meravigliosi e complessi disegni composti da
sassolini arrotondati, impiegano un ampia gamma di tenui colori,
una sorta di mosaici romanici rivisitati, utilizzando però pietre
naturali in sostituzione delle tessere vetrose. A volte il loro
utilizzo in pavimentazioni è effettuato in combinazione con ghiaie
“sciolte” di colori diversificati. Generalizzando, si può
affermare che è possibile incorporare in schemi moderni tutta
l’ampia varietà di tipi di pavimentazioni regionali di tradizione
vernacolare.
Un altro esempio è costituito dalle ardesie, usate
tradizionalmente nelle case antiche per rivestire i focolai o i
tetti, che possono essere posate di fianco nel terreno, secondo un
informale disegno a “spina di pesce”. Pavimentazioni realizzate in
legno possono ricreare un ambiente diversificato a gradoni
mediante l’utilizzo di ceppi cilindrici di sezione e lunghezze
variabili, formando un disegno tridimensionale a gradini che
richiederebbe tuttavia l’impianto di piante erbacee come
complemento. L’intero disegno può essere reso maggiormente
complesso se formelle di ceramica vengono intervallate ai ceppi di
legno.
L’accostamento di realizzazioni antiche e moderne, a volte
complesse da realizzarsi, risultano sempre visivamente eccitanti
in funzione della situazione “inaspettata”. Rientra in questa
opzione la mescolanza di mosaici ceramici con blocchi di granito e
ghiaia multicolore, l’inserimento di fili di acciaio inossidabile
in patterns ottenuti con pietre scarsamente squadrate,
dall’aspetto vetusto, il lasciare che muschi e licheni
diversifichino le superfici di materiali più moderni, ravvivandoli
nella trama e nel colore.
Particolarmente interessanti all’aperto sono le pavimentazioni in
legno, utilizzate fin dall’antichità per le loro proprietà di
attutire i rumori e di isolare dal freddo del suolo, per agevolare
la percorribilità dei sentieri, per ponti, negli ingressi delle
case e nei cortili. Nel Centro Europa le misure delle piastre di
legno destinate alla pavimentazione sono normate. Esse devono
provenire preferibilmente da legno di quercia, pino, larice e
abete rosso, e presentare, nella forma tradizionale a
“parallelepipedo”, 8 cm di larghezza, 12-20 cm di lunghezza e
un’altezza di 8-10 cm. I cilindri di legno, invece, presentando
una struttura più pronunciata, possono essere utilizzati per
inventare dei paesaggi a gradini. Essi presentano diametri fino a
circa 20 cm e lunghezze variabili. Nella realizzazione di una
pavimentazione con cilindri o piastre, questi vanno posati su un
letto drenante costituito da più strati: sul piano del terreno va
posto dapprima uno strato di ghiaia, poi uno di sabbia, infine uno
ulteriore di ghiaia grossa. Le fughe devono essere infine riempite
con sabbia fine.





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