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BIOARCHITETTURA
 

Numero 50-51-52 di agosto 2006 - gennaio 2007

Sarà vera ecologia?
Lucien Kroll

Il bio-sky-scraper dello studio Kenneth Yeang è affascinante e gli ornamenti naturali sono in questi progetti sempre estremamente obbedienti. Alcuni raffinati calcoli economici sulle risorse, sul ciclo di vita, sugli ammortamenti, ecc. riescono persino a farli passare per “sostenibili”. Come appare agli occhi di tutti, si tratta in questo caso di tipica “scuola inglese”, quella che arma gli architetti con un package di strumenti postmoderni in maniera che gli attori non abbiano più paura di niente e quindi possano osare tutto. Hanno infatti imparato come giustificare ogni scelta attraverso discorsi che nei singoli dettagli si sviluppano secondo una logica dall’apparenza assolutamente razionale, mentre si mantenengono poco espliciti circa l’impostazione della propria strategia progettuale. È infatti è oltremodo coraggioso, per un ecologista, accettare senza troppe esitazioni di organizzare una città mediante raggruppamenti di enormi edifici che, pur nell’accostamento, rimangono necessariamente solitari. Non occorre poi essere fondamentalisti per comprendere come nella sua essenza l’atteggiamento ecologico sia rispetto ed ammirazione nei confronti della natura, tanto nei confronti della natura fisica che dell’uomo inserito nella società. Com’è ovvio, né l’una né l'altro sono riducibili ad una programmazione che pretenda di definire una volta per tutte ed in maniera artificiale l’organismo urbano: si tratta di atteggiamento opposto alla imprevedibile spontaneità della vita. Sono molto curioso di vedere nella realtà costruita la sorte di questi megaedifici progettati un po’ ovunque, che invocano l’alta collaborazione della natura, questo matrimonio di convenienza tra la vegetazione capricciosa e la pesantezza dei cementi: per il momento i rendering e le foto mostrano situazioni vigorose ed esuberanti. Già i paesaggisti classici avevano tentato di “costringere” la natura - libera cioè di espandersi solo all’interno di forme geometriche assegnate - mutilando tutto ciò che supera il disegno assegnato. Nelle opere di Yeang è l'inverso: ci si aspetta che la vegetazione si mostri straordinariamente cooperativa verso l'architetto, che esploda di entusiasmo per le sue scelte formali, strutturali, bioclimatiche ed invada tutti i cementi. Basterebbe osservare con un po’ di attenzione i balconi fioriti delle case storiche, i muri ricoperti di muschi, l’infiltrarsi delle erbe tra le crepe d’un marciapiede poco frequentato, per capire come la natura - spontanea o incoraggiata dall'abitante - si comporti seguendo proprie pulsioni nei confronti dell’architettura. Talvolta vi sono delle indicazioni progettuali, per esempio nei balconi di tante città del Mediterraneo, ma è interessante osservare come alcune piante esuberino e preferiscano scendere sotto le lastre per spingersi più liberamente, anche senza terra. Mi è capitato spesso di vedere cascate di verde (simili a quelle proposte dal mio amico Kenneth Yeang nelle sue torri) ma le motivazioni e le dinamiche erano più sottili ed amichevoli, come può succedere ad esempio quando un cornicione perde ed umidifica il muro retrostante popolandolo di una grande ricchezza vegetale: un paesaggio molto complesso. Eh sì, la strada per una riconciliazione non autoritaria tra la natura e l’architettura urbana contemporanea è ancora lunga.

 

 

 

 

 
 

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