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BIOARCHITETTURA
 

Numero 50-51-52 di agosto 2006 - gennaio 2007

India: il villaggio sospeso
Territorio, società e culto degli antenati

fra le tribù dell’Arunachal Pradesh
Stefano Beggiora

Gli insediamenti apatani - i villaggi principali sono sette - si sviluppano nella zona forestale che va da Hapoli a Ziro, un’area conosciuta nel suo complesso appunto come la Apatani Valley. Soggetto a pesanti precipitazioni durante il periodo dei monsoni, il territorio apatani è densamente ricoperto di giungla ed attraversato da impetuosi torrenti che si gettano dalle pendici dei rilievi collinari circostanti, i quali giungono sino a 1600 metri d’altitudine. Il corso d’acqua principale che attraversa la zona è un fiume noto col nome di Kley o Kele. Gli inglesi, che per primi esplorarono la zona durante la prima metà del secolo scorso, riscontrarono il contrasto fra l’aperto e lussureggiante territorio dove risiedeva questa tribù e le inaccessibili e aspre vie che si inerpicavano nella foresta delle zone circostanti. Questo contribuì a creare il mito romantico della “valle perduta” che portò alcuni autori a vedere in questa zona la mitica Shangri-la. I villaggi apatani sono generalmente molto popolosi, con numerosi clan che convivono negli stessi insediamenti edificando le proprie abitazioni raggruppate in rioni distinti. Le case sono costituite da un’alta palafitta in legno che sorregge un’ampia piattaforma, sopra cui è costruita una capanna dal tetto spiovente. Gli ampi interni sono costituiti da un unico ambiente in cui si svolge la vita privata della famiglia. Talvolta alcuni pannelli di foglie intrecciate separano la stanza centrale da una piccola anticamera per il deposito di brocche ed attrezzi per il lavoro dei campi. Generalmente al centro della capanna, sopra una lastra di pietra circondata da massi, è posto il focolare domestico, mentre sui muri interni sono appesi i crani delle vittime sacrificali e i trofei di caccia. Come la maggior parte delle comunità tribali, anche gli Apatani costruiscono case senza finestre; le uniche aperture verso l’esterno sono le porte, una sul fronte ed una sul retro. L’uso di ridurre al minimo le aperture verso l’esterno è finalizzato alla creazione di un ambiente il più possibile intimo e al contempo impermeabile a influenze esterne negative. È infatti credenza diffusa che ogni apertura nella casa costituisca una potenziale via d’accesso per spiriti maligni o per entità comunque pericolose. Gli interni risultano dunque fumosi e sui muri, come sui vari utensili per i lavori quotidiani che pendono dal soffitto di paglia intrecciata, si deposita una pesante caligine. L’accesso alla capanna è garantito da una lunga scala, costituita da un tronco appoggiato a terra ad un’estremità e alla piattaforma dall’altra, inciso in sezione a formare grossolani scalini. Questo tipo di struttura a palafitta, pur variando nella forma interna più che esterna a seconda delle zone e delle diverse comunità tribali, è diffusissimo in tutto l’Arunachal Pradesh e accomuna, per motivi strettamente funzionali, popolazioni di cultura e provenienza diverse. Sotto questo punto di vista la frontiera nord-orientale dell’India differisce dal resto del Subcontinente in cui, in ambito tribale, si riscontra pressoché ovunque la tecnica edilizia con il fango. Nella fascia forestale che ricopre gli scoscesi pendii himalayani dell’Arunachal Pradesh la struttura a palafitta presenta infatti innegabili vantaggi: preserva gli abitanti dalla pesante umidità del luogo e durante il periodo dei monsoni resiste ai violenti rovesci (l’acqua scivola al di sopra ed al di sotto della casa) garantendo un ambiente relativamente asciutto. Questo viene confermato dal fatto che gli abitanti delle tribù prediligono per l’edificazione delle proprie abitazioni non tanto il centro della vallata o la prossimità dei corsi d’acqua, ma i terreni scoscesi e ripidi, come è riscontrabile fra i gruppi Nishi, Miji, Hill Miri, Adi Gallong e altri. Gli Apatani ritengono che il periodo propizio per la costruzione delle nuove dimore sia da agosto a dicembre. Gli abitanti del villaggio aiutano il capofamiglia nella raccolta della legna e del bambù necessari alla costruzione. A lavoro ultimato si organizza una festa collettiva del clan in cui, durante il banchetto di inaugurazione della nuova abitazione, vengono offerti a tutti riso, carne e birra di cereali. Si celebrano quindi rituali in cui si sacrificano dei polli da offrire agli antenati per il benessere dell’intera famiglia: invitando formalmente gli spiriti tutelari del clan a prendere dimora nella casa, se ne garantisce la prosperità e la si protegge da tragedie o calamità.
Particolari studi sono stati da noi dedicati al villaggio di Hang, nelle vicinanze di Ziro, la cui visione complessiva si presenta particolarmente suggestiva: una sorta di ligneo villaggio, aereo, che sembra staccarsi dal verde della vegetazione circostante sospeso com’è a mezz’aria sopra innumerevoli palafitte. All’imboccatura del villaggio il sentiero circondato da vegetazione che porta all’insediamento diventa un’ampia via fangosa su cui le palafitte sembravano incombere, per snodarsi poi lungo le vie laterali in terra battuta che in qualche modo sembrano suddividere le aree di pertinenza dei diversi clan. È frequente in molte comunità tribali dell’India che la vita collettiva fra le varie famiglie si sviluppi nello spazio centrale del villaggio, una sorta di cortile o spianata in cui si tengono i riti sociali di culto e i rapporti interpersonali fra i clan. Al villaggio di Hang questa realtà sembra moltiplicarsi dal momento che ogni rione presenta all’interno un proprio cortile con una piattaforma rialzata per le assemblee del gruppo, detta lapang. La suddivisione in clan parrebbe un aspetto forte e sentito nella cultura apatani dal momento che la stessa piattaforma per le assemblee sorregge di norma un immenso palo totemico dedicato alla memoria degli specifici antenati. Altri pali, di dimensioni ridotte, sovrastano le singole capanne e sono dedicati in memoriale ai defunti di ogni singola famiglia. In questa maniera il villaggio, che pare slanciarsi verso l’alto, culmina in una vera e propria foresta di totem, quasi a testimonianza di un culto antico e del senso di appartenenza alla propria terra. Il culto praticato da questa tribù rientra fondamentalmente nel tipo sciamanico: accanto ad una foresta popolata da spiriti e deità ancestrali, il cosmo è immaginato essere bipartito fra il mondo dei vivi e il mondo dei morti. Nel sottosuolo, dimensione diametralmente opposta alla superficie, è immaginato si estenda il regno dei defunti, a cui sono destinate le anime dei trapassati i quali diverranno antenati e tutelari della propria discendenza. In lingua apatani il termine che esprime il concetto di clan è halu, tuttavia esistono ulteriori suddivisioni chiamate tulu a loro volta segmentate nei singoli lignaggi familiari noti come uru. I principali halu del territorio apatani di cui abbiamo avuto menzione sono: Kago, Hibu, Nami, Kimte, Dusu, Dora, Nada, Dumper, Miri, Pugno Narunichi, Hidu, Plangang, Tapi Tabo, Taru (Taro), Taku, Pemu, Haj, Dani, Nendin, Puna (Pura), Nemko e Nemp. Il buliang, ovvero il concilio tradizionale della tribù, si tiene sulla piattaforma principale del villaggio. L’assemblea è presieduta dall’akha buliang, un anziano che ha la funzione di supervisore e consulente generale. Lo yapa buliang ha invece il compito di condurre la discussione e di tentare di risolvere le dispute. Tutti gli altri infine sono i portavoce dei capifamiglia o i capi dei vari clan. Questi ultimi sono detti miha o ajang buliang e sono scelti per portare all’assemblea il parere degli anziani. Ogni decisione dev’essere infine discussa ed approvata alla presenza del gaon bura, il capovillaggio, che generalmente siede ai piedi del palo totemico. Fino a un recente passato vigeva l’usanza di legare delle robuste funi all’estremità del palo totemico della piattaforma delle assemblee e tenderle fino a terra, a svariati metri dalla stessa palafitta. Durante particolari festività collettive i guerrieri più coraggiosi si cimentavano in prove spericolate proiettandosi in aria e svolgendo varie acrobazie mentendosi saldamente aggrappati alla fune. La pratica è caduta in disuso da alcuni decenni proprio a causa dei troppo frequenti incidenti. Anche se nel panorama tribale indiano quasi ovunque gli originari usi e costumi scompaiono velocemente sotto la spinta dell’omologazione e della modernizzazione, in queste terre il tempo sembra quasi essersi fermato e questi gruppi ancora conservano, insieme alle tradizioni di tipo sciamanico, una forte identità culturale della tribù.


Il territorio dell’Arunachal Pradesh, nell’India estremo Orientale, è costituito da una serie di vallate parallele che si estendono a raggiera dal confine occidentale, incastonato fra Cina e Bhutan, e che discendono gradatamente verso la Birmania in direzione delle sorgenti del Brahamaputra. Tali valli, che sembrano marcare le pendici orientali dell’Himalaya, si articolano prevalentemente da nord a sud; prive di valichi di comunicazione, sono abitate da numerose etnie tribali ancor oggi poco studiate.
La sezione centrale del distretto di Lower Subhansiri, nel cuore dell’Arunachal Pradesh è nota come il territorio della tribù Apatani. Probabilmente a causa di un ambiente non troppo inaccessibile, se raffrontato alle giungle limitrofe, questa comunità è considerata come una delle più importanti e conosciute della regione. Essa vanta origini antichissime, tradizionalmente risalenti al mitico progenitore Abo Tani che, si dice, venne da nord-est o dal Tibet. Questa è l’ipotesi più probabile circa la provenienza di una popolazione che, ancor oggi, conserva una lingua propria, appartenente alla famiglia Tibeto-birmana.

 

 

 

 

 

 

 

 
 

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