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BIOARCHITETTURA
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Numero 50-51-52 di agosto 2006 -
gennaio 2007
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Vivere in Biennale
Lucien Kroll
L’ordine
E sempre al singolare, perché in tanti litigano e questo fa
istantaneamente disordine.
Il disordine
Un mondo di contraddizioni, creatività, aspirazioni, culture
sottilmente differenziate che si combinano attraverso la
relazione. Quando “l’ordine regna” il potere mercifica il Pianeta
attraverso la tecnologia e lo distrugge. Di conseguenza, è il
disordine ad essere divenuto il naturale rappresentante del
popolo. La sussidiarietà che era la sua salute e la sua legge è
stata soffocata, l’ospitalità che era la sua sola vocazione,
cancellata. L’ordine monopolizza il potere decisionale e struttura
in gerarchie. Autismo? No: destino del modernismo… (Peter
Sloterdijk).
L’urbanismo & l’architettura moderni, anche loro artificiosi, sono
divenuti avversari dell’umanesimo e dell’ospitalità (René Schérer)
e sono anche riusciti per anni a mantenersi indifferenti ai
disastri portati da l’inquinamento e dallo spreco. Dopo i primi
periodi creativi l’Architettura Moderna ha generato forme
criminogène: alla fine dell’anno scorso, in meno di un mese a
Clichy-sous-Bois sono state distrutte 10.000 macchine e nessuno
(polizia, giustizia, psico-sociologi, politici, urbanisti) ha
ancora scoperto con cosa, come e perché e dove. Ma stranamente
tutto ciò è avvenuto solo nei “grandi insiemi” prefabbricati.
Nelle zone di precedente urbanizzazione e più disordinate, nulla è
successo. Vi sono dunque disordini violenti e distruttivi (ma
sempre portatori di significato) ed altri costruttivi, vivi,
creativi ed indispensabili. Capita spesso anche che, in modo
pacifico, comitati di quartiere si interroghino su progetti
impropri. Non è mai capitato che siano riusciti ad ottenere
dall’autorità una cooperazione sincera e duratura finalizzata ad
un progetto comune, pacifico. Per cui l’unica, triste vittoria
possibile è stata uccidere il progetto.
Contrordine
I rimedi? Ecologia, cooperazione, decrescita sostenibile,
architettura organica capace di attuare relazioni più responsabili
e dirette tra uomo e natura, nuova densità, conurbazione calibrata
sui gesti degli abitanti, multiculturalità, trasformabilità,
complessità, ecc. Lo sforzo di relazionarsi al contesto induce
un’architettura meno arrogante nell’obbedienza a sorde tecnologie,
l’impiego di materiali più naturali ammorbidisce l’immagine
dell’architettura. Il rispetto della diversità degli abitanti
(quando vengono ascoltati) propone un’architettura senza stupide
ripetizioni industriali che diventa naturalmente organica.
Ecologie
Per Ernst Haeckel (1866) ecologia è la “semplice scienza delle
relazioni” (solidarietà, socialità, equità, ecc. sono
sottogruppi). Il grado zero dell’urbanismo ecologico è la
relazione con l’utente. I modelli urbanistici e architettonici
ancora insegnati e praticati al giorno d’oggi risalgono agli Anni
’30: separazione delle “funzioni”, delle classi, delle ricchezze,
delle razze. Si tratta di pulizie etniche. Da Ford fino ai nostri
giorni i veicoli da lui inventati hanno ucciso 40 milioni di brava
gente e ne ha storpiato 200 milioni: è il progresso… che oggi
nelle città ci fa andare a passo d’uomo inquinando sempre di più.
È necessario più spazio per le macchine ferme di quanto sia
necessario per le macchine in moto, e questo distrugge la forma
umana delle nostre città. Le merci artificiali distruggono i
contadini e gli artigiani, l’alimentazione (slow food) uccide il
gusto e il lavoro uccide l’abilità (taylorisme).
Dunque serve un urgente contrordine, inizialmente sul piano
affettivo e razionale, quindi nel quadro politico, nella
sperimentazione e nell’azione In pratica è urgente far conoscere
(ignoranza e silenzio: stampa, formazione, informazione…) le vere
modalità di partecipazione (non la demagogia delle consultazioni a
posteriori o la geopolitica brutale e muta) e di sperimentare
prototipi che innescano processi cognitivi.
Intervento sostenibile
Un intervento è sostenibile se aperto all’ambiente, relazionale,
diverso nei suoi componenti, trasformabile, mescolato di lavoro,
commercio, cultura. E di una dimensione sufficiente per evitare il
ghetto e quindi proiettata al futuro: mai finita. La sua
organizzazione si sostiene sulla partecipazione dei suoi futuri
abitanti per cui va disegnato dai progettisti come un “modello
pensato per rompersi”, pedagogico, (una semplice illustrazione
della domanda e non un progetto!) da modificarsi secondo un
calendario di decisioni man mano che il progetto sociale si
sviluppa.
Quest’organizzazione crea relazioni attive tra vicini: è l’inverso
di una comunità chiusa o di un anonimato urbano. La sua forma è
l’immagine complessa delle relazioni di vicinato e non quella di
un parcheggio o un deposito. Arricchisce la complessità perché
invita gli addetti all’istruzione, alle filosofie, ai commerci, ai
compiti, a mescolarsi con il gruppo iniziale, a farsi micro
società.
La “programmazione generativa” li aiuta. Il tema principale di
questa vita in comune è ovviamente la sostenibilità: la forma che
assume lo schema di zona diventa rapidamente “ecologica-attiva”,
la sua composizione
diventa “eco-diversità viva”. I temi generali sono discussi ed
adottati nella libertà e nella diversità degli individui. L’alta
qualità ambientale diventa un obbligo naturale: si deve tendere
alla “casa passiva autonoma” indipendente nelle reti (acqua, gas;
elettricità, riscaldamento, fogne…) e nei rifiuti domestici (compost,
biodigestione), utilizzando solo materiali rinnovabili (tranne che
per gli edifici istituzionali…). Si discuterà di prodotti
alimentari bio, di trasporti collettivi con parco di automobili
comuni, ecc. Per le discussioni i gruppi sceglieranno
spontaneamente alcuni luoghi più pubblici di altri, più densi di
attrattività. Questo è possibile solo se i tecnici non lo
impediscono…
Tutte queste tecniche ed argomentazioni esistono: basta
raccoglierle;basta metterle insieme perchè la visione si evolva ed
i tentativi più timidi tra poco saranno criticati con asprezza.
L’energia più a buon prezzo è quella che non si consuma ma le
urgenze planetarie impongono scelte ben più radicali rispetto a
esperienze concentrate solo sul contenimento della spesa. Si
tratta di orientarsi verso un modello naturalmente contemporaneo
di abitazione comunitaria, di sensibilità alla vicinanza.
Non si può decentemente farne meno…
Ancora una riflessione
Nel ristrutturare una piccola scuola ho inglobato nella sua
immagine quella di un vicino casolare: un vecchio stilema ha il
diritto di continuare a vivere all’interno di un segno nuovo. In
quel caso si trattava anche di far fare la pace a due stili
discordanti. La soluzione l’hanno suggerita gli stessi studenti
della scuola, che mi hanno aiutato a risolvere il problema del
nuovo che rischiava di cancellare la memoria del passato. Quando
un progettista chiede agli abitanti di una comunità di dargli una
mano non fa dell’assistenzialismo, mette semplicemente in pratica
l’idea formulata da Ernst Haekel nel 1866: l’ecologia è “semplice
scienza delle relazioni”. Il grado zero dell’urbanizzazione
ecologica è allora la relazione con l’utente…
Questo significa partecipazione degli abitanti, che sono l’unico
fine possibile dell’architettura. L’approccio scientifico, che
nell’architettura attuale si traduce in un tecnicismo antiumano,
assume come riferimento la media statistica e quindi dà risposte
standardizzate; è un controsenso che opprime la ricchezza degli
essere umani e disperde la complessità della società.
Quando “l’ordine regna” il potere può mercificare il Pianeta
attraverso la tecnologia e distruggerlo. Di conseguenza, è il
disordine che è diventato il naturale rappresentante del popolo.
La complementarietà (che era la sua salute e la sua legge non
scritta) è stata soffocata, l’ospitalità (che era la sua sola
vocazione) cancellata.
L’ordine monopolizza il potere decisionale e struttura in
gerarchie.
Applicato all’urbanistica e all’architettura diventa avversario
dell’umanesimo e dell’ospitalità e consente di mantenersi
indifferenti ai disastri portati dall’inquinamento e dallo spreco.
A Clichy-sous-Bois sono state distrutte 10.000 macchine e nessuno
ha ancora scoperto con cosa, come e perché. Ma stranamente tutto
ciò è avvenuto solo nei “grandi insiemi” prefabbricati.
Vi sono dunque disordini violenti e distruttivi (ma sempre
portatori di significato) ed altri costruttivi, vivi, creativi ed
indispensabili. Questo ovviamente non ha niente a che vedere con
lo stile decostruttivista, che si limita a rompere un oggetto in
maniera illogica. Quello che bisogna decostruire è invece
l’approccio al progetto da parte degli architetti, che ha bisogno
di essere reimpostato orientandolo verso obiettivi umani.L’architettura
e l’urbanistica sono chiamate a preparare le condizioni della
complessità alla maniera di un giardiniere che predispone il
terreno per farvi attecchire piante non tutte uguali, creando cioè
le premesse per l’instaurarsi di un microcosmo di mutue incidenze.
In questo senso il progetto non definisce ma orienta:deve aiutare
le persone ad organizzare la loro vita, come è stato per migliaia
di anni. Lo sforzo di relazionarsi al contesto induce
un’architettura meno arrogante nell’obbedienza a sorde tecnologie,
l’impiego di materiali più naturali ammorbidisce l’immagine, il
rispetto della diversità degli abitanti (quando vengono ascoltati)
propone un’architettura senza stupide ripetizioni industriali che
diventa quindi ‘naturalmente’ organica.
L’organizzazione dello spazio si sostiene sulla vita dei suoi
futuri abitanti, per cui ai progettisti si chiede di disegnare un
“modello pensato per rompersi”, pedagogico (una semplice
illustrazione della domanda e non un progetto), capace di
modificarsi secondo le decisioni che via via il progetto sociale
svilupperà.Tutto questo purtroppo non siamo in molti a sostenerlo
e soprattutto non si insegna nelle scuole di architettura.In
Italia c’è Ugo Sasso che ci sta provando presso l’università Lumsa
di Roma, ma dobbiamo sapere che la conversione verso una ecologia
attiva si fa sempre più urgente.





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